Abilitazione docenti: quanto costa davvero essere competitivi in graduatoria

Le Università bandiscono 60 mila posti per l'abilitazione docenti, una formazione costosa che a volte non garantisce una cattedra annuale

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Emanuela Colatosti

Giornalista

Laureata in filosofia e giornalista pubblicista dal 2024, esperta di concorsi pubblici e del mondo del lavoro. Si occupa anche di tematiche ambientali e sociali

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Pochi giorni fa sono usciti i numeri ufficiali dei nuovi percorsi abilitanti per l’insegnamento. A partire da gennaio, le università attiveranno circa 60.000 posti per conseguire l’abilitazione tramite i percorsi da 60 Cfu, con varianti da 30 o 36 crediti per chi ha già maturato esperienza o titoli precedenti.

La riforma firmata da Bianchi nel 2022 aveva l’obiettivo dichiarato di mettere ordine in un sistema frammentato, fatto di graduatorie affollate, supplenze brevi e percorsi di accesso continuamente riscritti. Dietro l’imperativo della competenza richiesta agli aspiranti docenti, i percorsi di abilitazione non sono solo un requisito professionalizzante ma un investimento economico obbligato, richiesto a chi vuole restare competitivo nelle Gps.

Piuttosto, sono molti i casi in cui ottenere l’abilitazione non è sufficiente per rimanere in corsa in un sistema che non fa che produrre precariato, da qualsiasi lato lo si guardi.

Quanto costa abilitarsi come docente

Il primo elemento critico riguarda i costi della certificazione della professionalità. Il tetto fissato dal Ministero per i percorsi da 60 Cfu è pari a 2.500 euro, cifra che dovrebbe rappresentare il limite massimo ma che, nella pratica, viene raggiunta quasi sempre. A questo importo si devono aggiungere le spese amministrative, le tasse universitarie accessorie e, in alcuni casi, persino i costi legati alle prove finali.

Per molti aspiranti docenti si tratta di una somma rilevante, soprattutto considerando che arriva dopo anni di formazione universitaria, tirocini non retribuiti e supplenze brevi. Il risultato è un accesso sempre più selettivo dal punto di vista economico, che non tiene conto delle differenze sociali e delle condizioni di partenza. Non si è neanche provato a immaginare un prezzo agganciato alla progressività legata alla fascia di reddito di appartenenza.

Il rischio è evidente: l’abilitazione diventa uno sbarramento economico più che un filtro basato sulle competenze, con l’effetto di restringere l’accesso alla professione a chi può permettersi di anticipare migliaia di euro.

24 crediti: investimenti già fatti che contano niente

Un secondo nodo critico riguarda il riconoscimento dei 24 crediti formativi universitari conseguiti negli anni precedenti. Molti neolaureati interessati al mondo dell’insegnamento li avevano conseguiti proprio per accedere alle graduatorie e ai concorsi, sostenendo costi che in alcuni casi hanno superato i mille euro.

Nel nuovo sistema, però, il riconoscimento di questi crediti produce benefici limitati:

  • non sono più necessari per l’iscrizione alle graduatorie provinciali di seconda fascia, in cui afferiscono tutti i supplenti non dotati di abilitazione;
  • i percorsi ridotti da 30 o 36 Cfu consentono un risparmio molto parziale.

La sensazione diffusa è che il sistema riparta quasi da zero, senza una minima valorizzazione dei percorsi già effettuati.

2.500 euro possono non bastare per garantirsi una supplenza annuale

L’abilitazione può migliorare il posizionamento nelle graduatorie provinciali, soprattutto entrando in prima fascia, ma non garantisce automaticamente una supplenza annuale. Questo è particolarmente vero per le classi di concorso più affollate, come filosofia e storia, e nelle province ad alta domanda come Roma e Bologna.

Per risultare davvero competitivi è spesso necessario affiancare all’abilitazione altri titoli. Un fascicolo che può permettersi di contrastare anni di servizio da supplente in prima fascia dovrebbe includere:

  • un master universitario di I o di II livello utile al punteggio (fino a 3 punti);
  • una certificazione linguistica di livello B2 o superiore (dai 2 ai 6 punti);
  • una o più certificazioni informatiche (fino a 2 punti).

Tradotto in termini economici, la spesa complessiva può essere stimata tra i 3.800 e i 4.800 euro: 2.500 euro per l’abilitazione, tra 800 e 1.200 euro per un master, alcune centinaia di euro per le certificazioni linguistiche e informatiche. Un investimento considerevole, al termine del quale non c’è la minima sicurezza di ottenere la cattedra per un anno.

L’Italia paga per il precariato scolastico

Mentre ai docenti si chiede di investire somme sempre più elevate per restare in graduatoria, l’Italia continua a essere sotto osservazione dell’Unione Europea per l’abuso di contratti a termine nella scuola.  Da anni Bruxelles contesta il ricorso strutturale alle supplenze su posti vacanti, che rappresentano circa un quarto delle cattedre, con contratti reiterati oltre i limiti previsti dal diritto comunitario.

Il paradosso è evidente: il sistema di reclutamento non riesce a stabilizzare il personale e quindi scarica sui lavoratori il costo della precarietà, chiedendo loro perfino di autofinanziarsi per restare occupabili. E competenti.

Alla fine, il punto non è quanto costi ottenere l’abilitazione, ma quanto arriva a spendere un insegnante prima ancora di poter lavorare.