“Nessuna scorciatoia. Servono tempo e fatica per diventare bravi”

La nuova maturità, la discrezionalità del giudizio, il cambiamento: temi caldissimi. Ma con la professoressa Brancaccio abbiamo parlato anche di esperienza, di Leonardo... e della calcolatrice

A giugno andrà in scena la nuova maturità, proprio ieri gli studenti si sono misurati con la simulazione della seconda prova, la famigerata seconda prova. Facciamo un passo indietro: gli scritti saranno due e non più tre (il quizzone andrà in pensione), il secondo scritto potrà essere multidisciplinare (ad esempio, matematica e fisica allo Scientifico). La professoressa Anna Brancaccio è dirigente del MIUR per gli ordinamenti scolastici e per la valutazione del sistema nazionale di istruzione. Ha contribuito a ripensare l’esame di maturità: le prove, le griglie di valutazione, i quesiti. Un lavoro quotidiano, capillare, faticoso.

Professoressa Brancaccio ci sembra di percepire un bel po’ di agitazione tra maturandi e genitori. Cosa consiglia a entrambi?
Comincio col dire che il secondo scritto, ove ci sarà, non sostituirà il quizzone. Verterà su due materie, ma non è una somma di materie. Nel caso del liceo scientifico, per esempio, il problema matematico avrà uno sviluppo di tipo fisico. Viceversa, il quesito fisico dovrà essere sviluppato in un contesto matematico. Sono necessarie competenze integrate, in cui non c’è una separazione netta tra le materie, e serve una didattica che le crei e le sostenga. Oggi i ragazzi sono preparati, non ci sono difficoltà che loro non abbiamo già affrontato in classe nel corso dell’anno. I ragazzi devono stare tranquilli perché il compito è fattibile e abbordabile. Dovranno dimostrare di avere conoscenze ma anche di saperle usare.

Anche il nuovo colloquio spaventa, e non poco, i maturandi
Il vecchio orale imponeva agli studenti di prepararsi su più discipline. L’attuale colloquio li aiuta perché parte da materiale che durante l’anno hanno affrontato, esaminato e in alcuni casi prodotto. Tutto questo dovrà essere ben descritto nel documento del consiglio di classe, su questo ci siamo raccomandati con i docenti. La commissione preparerà le buste, ogni studente ne avrà sul tavolo tre tra cui dovrà scegliere. In qualunque caso, come detto, è qualcosa che conosce già. Con buona probabilità lo avrà prodotto proprio lui. Ricapitolando: la preparazione è esattamente la stessa dell’esame precedente. Bisogna studiare tutte le materie del curriculum. Il fatto che ne facciano due nello scritto, rispetto al quizzone che le prevedeva tutte, è un modo per farli concentrare sulle discipline fondamentali del loro percorso.

Il cambiamento fa sempre un po’ paura
Sì, il cambiamento spaventa e disorienta. Voglio tranquillizzare genitori e ragazzi: la preparazione che devono avere è invariata rispetto al passato. È pur sempre un esame di maturità in cui i ragazzi devono mostrare di sapersi muovere tra tutte le discipline del loro indirizzo gestendo le loro conoscenze. I genitori dovrebbero semplicemente tranquillizzarsi e tranquillizzare i loro figli (e questo la professoressa Brancaccio lo dice con un sorriso rassicurante, ndr). Anzi, le dico che in alcuni casi questo esame è anche più semplice. Mi riferisco per esempio al compito di greco e latino in cui c’era una traduzione secca e la valutazione era centrata solo su questo. Ora è un compito più articolato e la griglia di valutazione è basata su più indicatori, c’è una maggiore possibilità di dimostrare le proprie capacità e di prendere un bel voto finale. Approfitto per ricordare una cosa importante: è essenziale che i ragazzi conoscano la griglia di valutazione pubblicata dal ministero con il decreto 769.

A proposito di valutazione finale. In un pezzo comparso sul Sole24Ore a firma di Andrea Gavosto, Direttore della Fondazione Agnelli, si legge che il “vero e irrisolto problema dell’esame di maturità italiano è la discrezionalità di giudizio di ciascuna commissione”. Gavosto cita anche una serie di esempi virtuosi su scala europea (la correzione centralizzata o incrociata, per esempio). Crede sia questo il prossimo tema da affrontare?
Sono molto d’accordo e l’ho esplicitato durante molti seminari in cui ho presentato le griglie di valutazione. Chiaro che la correzione centralizzata, come avviene in Inghilterra e in altri Paesi, risolverebbe alla radice il problema. Diciamo che il ministero ha fatto un primo passo. Negli anni precedenti, potremmo dire che ogni commissione in un certo senso faceva riferimento a una propria griglia di valutazione. Aver definito uno standard nazionale non garantisce che il giudizio di una commissione sia uguale a quello di un’altra ma almeno ha definito cosa si dovrà valutare in sede d’esame, i cosiddetti “indicatori di valutazione” e i relativi pesi. Ti sto garantendo il fatto che, all’interno di un elaborato, tutti analizzeranno il possesso della stessa competenza. La componente soggettiva torna in gioco, questo è ovvio, quando si tratterà di assegnare un punteggio a quello competenza.

Facciamo nostra la citazione che ha messo in calce alla sua e-mail. Molto meglio è studiare quelle cose che si possono conoscere con l’esperienza, poiché solo l’esperienza non falla. E laddove non si può applicare una delle scienze matematiche, non si può avere la certezza (Codice Atlantico – Leonardo da Vinci). Quanta parte è riservata all’esperienza nel percorso formativo degli studenti italiani?
Purtroppo ancora troppo poca. Stiamo lavorando un po’ in tutte le discipline per fare in modo che i laboratori non siano più solo il luogo fisico. Vogliamo che i laboratori diventino un fatto mentale. I lavori di gruppo sono importantissimi. Le discipline non devono essere solo raccontate, gli studenti devono viverle in prima persona, devono avere consapevolezza dei propri mezzi, dopo aver dato loro le competenze devono essere messi di fronte ai problemi. La strategia di soluzione non è mai una sola e questo è vero sia nelle discipline scientifiche che in quelle umanistiche.

Parliamo della calcolatrice, tanto amata dagli studenti, spesso invisa ai professori. Ci spiega il suo punto di vista?
La calcolatrice va utilizzata quando la didattica non è impostata sul tecnicismo del calcolo ma sul procedimento di soluzione. Ci sono problemi in cui il calcolo è assolutamente marginale. È inutile perdere tempo ed energie mentali quando l’obiettivo del compito o del lavoro di gruppo è fare un procedimento logico, trovare una strategia di soluzione. In questi casi la calcolatrice è uno strumento utile come lo sono la carta e la penna.

Chiudiamo con il PiGreco Day, c’eravamo e ci è sembrato di vedere bambini e ragazzi molto appassionati, ambiziosi, attenti. Se guarda in faccia le nuove e nuovissime generazioni, lei è ottimista sul futuro del nostro Paese?
Io sì. Io sono sempre ottimista. I ragazzi hanno molte ambizioni, non è vero che sono menefreghisti. Credo che abbiano voglia di imparare e non tollerino più di farlo passivamente. Devono essere stimolati, motivati con una didattica sempre più interattiva. I ragazzi vogliono vedere subito i risultati del loro apprendimento. Oggi è tutto veloce, una didattica lenta non ha senso. Dire loro: “Un giorno capirai l’importanza di quello che ti ho spiegato”, non ha alcuna presa. Sono abituati a vedere tutto subito. Quel “capirai” deve essere veloce. I docenti devono scegliere percorsi condivisi con gli studenti. Tutte le strategie devono essere condivise e attuali. La conoscenza va trasferita ai ragazzi in un modo a loro consono. I docenti, anche quelli più esperti, devono adattarsi ai metodi di apprendimento dei ragazzi di oggi. L’importante è insegnare loro che il guadagno facile non esiste, che l’improvvisazione non esiste, che per non stare nella massa bisogna studiare e impegnarsi. Per aver un ruolo, in qualunque campo, anche manuale, non esistono scorciatoie. Ancor più dello studio serve applicazione. Serve tempo per diventare bravi.

Nella foto: la professoressa Anna Brancaccio

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