Moda green, ecco i tessuti più sostenibili: sorpresa al primo posto

Altroconsumo ha condotto un'indagine nel settore della moda per scoprire quali siano i tessuti più sostenibili dal punto di vista ambientale ed ecco il risultato

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Matteo Paolini

Giornalista pubblicista

Nel 2012 ottiene l’iscrizione all’Albo dei giornalisti pubblicisti. Dal 2015 lavora come giornalista freelance occupandosi di tematiche ambientali.

Anche se le vendite di vestiti sono calate a causa del Covid, negli ultimi dieci anni sono rimaste relativamente stabili, in particolare quelle di indumenti acquistati nelle catene del fast fashion. Più della metà di questi indumenti non vengono utilizzati per più di un anno. Dobbiamo dare sostanza alla frase che sentiamo ripetere di continuo: “Acquistare meno, acquistare meglio”. Ma queste due esigenze possono coincidere?

La differenza dei tipi di tessuti

La maggior parte dell’opinione pubblica è portata a pensare che i tessuti naturali, siano essi vegetali (cotone, lino, canapa, denim) o animali (lana, seta, pelle), siano quelli più sostenibili dal punto di vista ambientale perché sono “naturali” e, in larga misura, biodegradabili. Al contrario, i sintetici – nylon, poliestere, PVC, elastan – sono considerati più inquinanti, perché ottenuti da polimeri del petrolio. Per quanto riguarda le fibre artificiali, come la viscosa (derivata dalla lavorazione della cellulosa del legno), vengono spesso assimilate alle fibre sintetiche. Ma per definire la sostenibilità di un prodotto, devi considerare il suo impatto lungo tutto il ciclo di vita, attraverso una metodologia standardizzata chiamata Life Cycle Assessment (LCA). Valuta il ciclo di vita di un prodotto o servizio, in questo caso l’abbigliamento, da come si ottiene la materia prima, a tutte le fasi successive, siano esse di tessuto sintetico o naturale.

L’indagine di Altroconsumo

Per guidare i consumatori nelle loro scelte più sostenibili, Altroconsumo ha condotto un’indagine su 18 materiali tessili utilizzati nell’industria dell’abbigliamento. Il campione utilizzato per l’indagine è stato di due tipologie, maglie e pantaloni. Inoltre, nell’analisi si è ipotizzato che i capi venduti in Italia siano prodotti in Cina e il consumatore utilizza ogni capo per quattro anni e lo indossa 170 volte, lavandolo ogni 3 utilizzi. Tra i tanti indicatori di impatto ambientale, 5 sono più importanti, in quanto insieme rappresentano il 70% degli impatti totali: l’incidenza sul riscaldamento globale, il grado di tossicità per l’uomo, il consumo di suolo, l’uso di risorse non rinnovabili e il consumo di acqua.

I capi sintetici

Dai risultati dell’inchiesta emerge che i capi con tessuti sintetici registrano le migliori performance ambientali. Tra questi, il più sostenibile è il nylon, in particolare quello riciclato al 100%, considerato come termine di paragone per calcolare quanto tempo e quante volte in più i capi ottenuti con altri materiali devono essere usati per ottenere lo stesso punteggio in sostenibilità. Anche tra le fibre sintetiche si notano differenze significative. Ad esempio, una maglia in poliestere deve essere indossata 50 volte in più e una in elastan 31 volte in più per eguagliare le prestazioni ambientali di una in nylon riciclato.

I capi in pelle

Sul versante diametralmente opposto al nylon riciclato troviamo la pelle naturale, che è il materiale con le maggiori ripercussioni per il pianeta, perché il suo ciclo di vita ha forti ricadute su tutti e 5 i maggiori indicatori di impatto. Tant’è che rispetto al nylon riciclato deve essere usata per 23 anni e 9 mesi, e indossata oltre mille volte in più. La sostituzione della pelle naturale con quella sintetica è la strategia che consente di guadagnare più punti nella partita ambientale, perché la similpelle assorbe i costi ambientali con oltre 22 anni di anticipo rispetto alla pelle naturale. Si rilevano differenze sostanziali anche tra le fibre riciclate e le corrispondenti versioni convenzionali: se il capo in nylon vergine deve essere usato 14 volte in più per eguagliare le prestazioni ambientali del nylon riciclato, tra poliestere vergine e quello riciclato questo range si amplia (25 volte).

I capi di origine vegetale

Inoltre, per quanto riguarda i tessuti naturali, nel confronto tra cotone biologico e denim e le loro controparti convenzionali, i primi sono molto più sostenibili. Al contrario, i tessuti convenzionali devono essere utilizzati rispettivamente 74 e 67 volte di più rispetto ai loro omologhi organici. Resta il fatto che i materiali naturali sono pesantemente penalizzati dalla LCA: dopo la pelle, sono in ordine seta, lana, cotone, denim, tela (un cotone più resistente), lino e canapa per imporre all’ambiente i costi più elevati. Ma, come si può notare dai dati, con differenze davvero significative tra una fibra e l’altra: se per raggiungere lo stesso livello di sostenibilità del 100% nylon riciclato canapa e lino richiedono circa 2 anni di utilizzo aggiuntivo, per la tela si arriva a 3 anni, per cotone e denim a 4, per lana a 10 e anche per seta a 16.

La composizione dei capi

Si sa che la maggior parte dei capi di abbigliamento in commercio non sono composti da una singola fibra, come dimostra l’indagine di Altroconsumo, ma da un mix di fibre naturali e sintetiche in percentuali e combinazioni variabili. Ciò rende le scelte dei consumatori (e le possibilità di riciclo) più complesse.

Occorre inoltre ricordare che, sebbene sia ormai assodato il preoccupante fenomeno del rilascio di microplastiche dai tessuti sintetici, la valutazione del ciclo di vita dei prodotti tessili non può ancora tenerne conto, perché gli strumenti necessari per effettuare misurazioni precise non esiste ancora. Ovviamente, i risultati dei test non dovrebbero costringere i consumatori ad acquistare capi in nylon e poliestere a spese di lana, seta o cotone. La conoscenza delle differenze di impatto ambientale dei vari materiali deve farci comportare in modo più consapevole e sostenibile. Ad esempio, chi desidera un abito in seta deve essere sicuro di ciò che sta acquistando (qualità, design, taglia…), perché dovrà prendersene cura e usarlo per molti anni, cioè il tempo necessario per ammortizzarne l’impatto ambientale. Che ora sappiamo essere molto lungo.