Energia: proteggere economia e clima tagliando la domanda in tre settori

Il sostegno politico può portare in un anno a una riduzione del 20-60% della dipendenza da gas, petrolio e carbone russi e del 2,9% delle emissioni di CO2

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Matteo Paolini

Giornalista pubblicista

Nel 2012 ottiene l’iscrizione all’Albo dei giornalisti pubblicisti. Dal 2015 lavora come giornalista freelance occupandosi di tematiche ambientali.

La guerra in Ucraina ha innescato una crisi energetica e delle risorse. Le esportazioni russe rappresentano il 3,6% del carbone, il 7,0% del gas naturale e il 5,8% del consumo di petrolio a livello globale e, gran parte di queste esportazioni è destinata all’Europa. Infatti, queste rappresentano circa il 40% del gas dell’UE, quasi il 50% del suo carbone e un quarto del suo petrolio.

Alla luce di ciò e delle sanzioni economiche contro la Russia, come possono i paesi ridurre le importazioni russe di energia? E, soprattutto, come possono farlo affrontando il problema del cambiamento climatico? Entrambi i problemi richiedono un’azione immediata e, fortunatamente, le due risposte si sovrappongono.

In breve, la soluzione è ridurre drasticamente la domanda di energia: coltivare più cibo e meno foraggio, guidare e volare di meno, abbassare il termostato. Le soluzioni basate sulla domanda sono efficienti, veloci ed economiche. Progettate e implementate con cura e sostenute dalla politica, tali misure possono ridurre le future emissioni di gas serra e i rischi climatici, oltre a ridurre la dipendenza dalle esportazioni russe.

Senza queste misure, i governi che cercano di aumentare o sovvenzionare le forniture nazionali di gas e petrolio, o di bruciare carbone o trasportare gas naturale liquido (GNL), potrebbero rallentare la scalata dei prezzi dei combustibili fossili nel breve termine. Ma a lungo termine, insieme a tutti gli altri, dovranno affrontare danni economici ancora maggiori a causa del cambiamento climatico. L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia dimostra chiaramente che sostenere la vecchia economia mondiale porterà solo a maggiori strozzature delle risorse, a regimi autoritari rafforzati, a guerre e a devastazioni legate al clima.

Di seguito una serie di cambiamenti strutturali, sociali e di stile di vita che potrebbero ridurre la dipendenza europea dalle importazioni di combustibili fossili dalla Russia del 20-60% entro un anno. Se questi approcci fossero adottati dagli Stati membri dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) e dall’Asia orientale, ridurrebbero le emissioni globali di gas serra fino al 2,9% in 12 mesi. Entro il 2050, ridurrebbero le emissioni globali del 40-70% rispetto agli impegni politici esistenti.

Queste cifre si basano sui rapporti pubblicati quest’anno dal Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (IPCC) e dall’Agenzia internazionale per l’energia. Allo stesso modo, l’ultima sintesi dell’IPCC per i responsabili politici stabilisce come una combinazione di cambiamenti strutturali, scelte sociali e cambiamenti nel comportamento possa ridurre le emissioni dei settori che utilizzano combustibili fossili: del 5% nel breve periodo nei paesi ad alto reddito e del 40-70% entro la metà del secolo.

Per renderlo possibile è fondamentale agire su tre settori principali:

  • I trasporti
  • Gli edifici
  • La produzione alimentare

Le sfide includono il superamento dell’inerzia economica, il cambiamento dei comportamenti e delle norme sociali e la garanzia di politiche eque. Alcune misure possono essere attuate subito, come ad esempio l’introduzione del divieto di circolazione delle auto nei centri urbani. Altre richiederanno più tempo, come la revisione dei sistemi alimentari.

Queste soluzioni non sono nuove, ma la guerra in Ucraina ha reso la loro attuazione più urgente e appetibile, sia a livello politico che sociale. Non basterà una scelta personale, ma saranno necessari interventi normativi e di mercato per rendere attuabile la riduzione delle emissioni di carbonio.

Trasporti

Le seguenti 5 misure potrebbero, in un anno, sostituire il 60% delle importazioni globali di petrolio dalla Russia (4,7 milioni di barili al giorno nel 2021) e ridurre le emissioni di gas serra del settore dei trasporti del 4%. Sarebbero più efficaci nei Paesi OCSE e in Cina, nazioni che emettono la quota più alta di CO2 a livello globale e che hanno la maggiore capacità di agire. Possono essere attuate in modo rapido ed equo.

  1. Incoraggiare lo smart working. Durante i lockdown per contenere la pandemia da Covid-19, le emissioni di gas serra prodotte dal trasporto terrestre sono diminuite del 40% a livello globale. Altri vantaggi sono il tempo risparmiato in mezzo al traffico, un migliore equilibrio tra lavoro e vita privata, meno giorni di malattia e più libertà. I governi dovrebbero imporre alle aziende di consentire ai dipendenti di lavorare a distanza almeno la metà del tempo, se le mansioni lo consentono.
  2. Ridurre i limiti di velocità. Il consumo di energia aumenta con l’aumento della velocità. Sulle strade tedesche, dove la velocità non è regolamentata, un limite di 120 chilometri all’ora permetterebbe di risparmiare fino al 13% delle emissioni di gas serra prodotte dai veicoli leggeri sulle autostrade. A livello globale ridurre di 10 km/h i limiti di velocità permetterebbe di risparmiare 430 mila barili di prodotti petroliferi al giorno, pari al consumo di petrolio del Pakistan. Inoltre, migliorerebbe la sicurezza del traffico. Ad esempio, dopo che Seattle, Washington, ha ridotto i limiti di 40 km/h, gli incidenti sono diminuiti del 22%.
  3. Vietare l’accesso alle auto nei centri urbani. Pontevedra, in Spagna, e Gand, in Belgio, l’hanno fatto; Parigi ha in programma di farlo e Berlino lo sta valutando. Tale divieto riduce anche l’inquinamento atmosferico e acustico e ravviva la natura sociale delle strade come luoghi di incontro. Le restrizioni, come le domeniche senz’auto, incoraggiano i residenti a provare a vivere senza auto. L’attuazione di tali misure in tutte le economie avanzate potrebbe far risparmiare diversi metri cubi di CO2 all’anno.
  4. Adattare le strade per una ciclabilità sicura. Le piste ciclabili sicure, separate dal traffico, dovrebbero essere ampliate. Alcune città ci hanno provato durante la pandemia. Ad esempio, Bogotà ha creato 84 km di piste ciclabili temporanee. In questo modo la quota di spostamenti in bicicletta della città è passata dal 9% nel 2020 al 13% all’inizio del 2021. Un’analisi delle infrastrutture ciclabili temporanee nel 2020 in 106 città europee ha rilevato che l’estensione delle piste ciclabili di 12 km per città, in media, ha aumentato il numero di viaggi in bicicletta dell’11-48%. Le emissioni prodotte dal trasporto urbano sono diminuite di conseguenza tra lo 0,34% e l’1,87%.
  5. Sostituire i voli a corto raggio con teleconferenze o viaggi in treno. Durante i lockdown per il Covid-19, il numero di voli giornalieri è diminuito fino a 3/4. La Francia ha vietato i voli nazionali sulle rotte che possono essere percorse in treno in meno di 2,5 ore, pari al 12% dei servizi. Nelle economie avanzate, evitando i viaggi aerei d’affari o sostituendoli con i treni si risparmierebbero circa 41 MtCO2e all’anno, ovvero circa 300.000 barili di petrolio al giorno.

L’equità sociale è una considerazione essenziale: i trasporti sono il settore con la più alta disuguaglianza nelle emissioni di gas serra. Le famiglie a basso reddito, la maggior parte delle quali non possiede un’automobile né vola regolarmente, difficilmente subirebbero l’impatto dei divieti. Tuttavia, una piccola percentuale (5-9%) di cittadini dei Paesi ad alto reddito utilizza l’automobile ma ha un reddito basso. Le politiche per sostenerli includono sussidi mirati, sistemi di condivisione di auto e biciclette elettriche a zero emissioni.

Edifici

Il riscaldamento rappresenta un quarto della domanda totale di energia negli edifici. Abbassando i termostati di 2 °C nei Paesi che sono grandi importatori di gas russo, come la Germania, si potrebbero risparmiare 32 miliardi di metri cubi di gas all’anno – circa il 13% delle esportazioni globali di gas della Russia. La riduzione della domanda di riscaldamento dovrebbe infine ridurre i prezzi dell’energia, aiutando le famiglie a basso reddito. I governi dei Paesi OCSE dovrebbero prendere in considerazione la possibilità di imporre 19 °C come temperatura massima degli ambienti per il prossimo inverno. Anche se sarebbe difficile da far rispettare, e alcune persone potrebbero aver bisogno di stanze più calde per motivi di salute.

Gli interventi comportamentali, come i suggerimenti visivi dei contatori elettrici “smart”, possono incoraggiare le famiglie a consumare meno energia. I dispositivi programmabili possono aiutarle a utilizzare gli elettrodomestici più energivori fuori dalle ore di punta. Le aziende di servizi pubblici dovrebbero distribuire dispositivi che visualizzino il consumo di elettricità e gas, inviare bollette che confrontino il consumo energetico dei clienti con le medie del quartiere e fornire consigli sul risparmio energetico. Una combinazione di questi approcci potrebbe consentire un risparmio energetico del 4%. Un’altra misura efficace potrebbe essere quella di rendere i fornitori di energia elettrica rinnovabile l’impostazione predefinita per le famiglie quando si trasferiscono in una proprietà e devono attivare un nuovo contratto.

Il risparmio di energia elettrica ha un impatto immediato sulle emissioni e sulle importazioni di combustibili fossili. Le centrali elettriche che forniscono i picchi di carico energetico e che vengono spente quando la domanda diminuisce sono spesso alimentate a gas o a carbone.

Anche un uso più efficiente dei prodotti industriali può ridurre la dipendenza dal gas. Ad esempio, oltre il 4% delle importazioni tedesche di gas dalla Russia è utilizzato per produrre acciaio. La modifica delle norme edilizie può ridurre di un quarto la necessità di acciaio nelle costruzioni. Ristrutturare vecchi edifici o riutilizzare parti di essi è meglio che demolirli per costruirne di nuovi. Anche un’allocazione più efficiente della superficie può far risparmiare sui materiali e sul gas.

Produzione alimentare

È in atto anche una crisi alimentare globale. La Russia e l’Ucraina sono responsabili di oltre un terzo delle esportazioni mondiali di cereali, soprattutto orzo, grano e mais. Inoltre, la Bielorussia e la Russia sono i principali esportatori di fertilizzanti. La produzione di ammoniaca, utilizzata per produrre fertilizzanti a base di azoto, consuma ogni anno 120-200 miliardi di metri cubi (3-5%) della produzione globale di gas, una quantità paragonabile alle esportazioni di gas russo verso l’UE.

Cosa fare? L’Europa da sola potrebbe rimpiazzare il grano ucraino sostituendo un terzo della produzione di foraggio dell’UE con la coltivazione di grano e altri cereali. I foraggi rappresentano più della metà della produzione agricola negli Stati Uniti e nell’UE e più di un terzo a livello globale. Tuttavia, solo il 12% delle calorie contenute nei mangimi viene trasformato in calorie per l’alimentazione umana. Un simile passo ridurrebbe la pressione di deforestazione in altre parti del mondo. Allevare meno animali ridurrebbe anche le emissioni di metano, un potente gas serra.

I prezzi degli alimenti ad alta intensità di emissioni, soprattutto la carne, potrebbero aumentare del 15-40%. Quelli di frutta e verdura aumenterebbero meno, meno del 3%. Tuttavia, anche piccoli aumenti dei prezzi rischiano di ridurre l’accesso all’alimentazione in alcune parti del mondo. L’impatto delle tasse sul carbonio potrebbe essere ridotto abbassando le tasse sul valore aggiunto degli alimenti di origine vegetale. Nel lungo periodo, il passaggio dalle proteine animali agli alimenti vegani e la riduzione degli sprechi alimentari ridurrebbero, entro il 2050, l’apporto di fertilizzanti e le emissioni dell’agricoltura del 40% rispetto alle attuali politiche nazionali.

Superare gli ostacoli

Tutte le azioni sopra descritte permetterebbero di risparmiare fino a 1.700 MtCO2e, ovvero il 2,9% delle emissioni globali di gas serra. Questo comprende: 380 MtCO2e dai trasporti, 350-400 MtCO2e dagli edifici e 920 MtCO2e dai prodotti alimentari. Inoltre, altre misure possono essere adottate, come l’uso di pompe di calore, di energia solare e delle auto elettriche. Tuttavia, è necessario superare alcuni ostacoli.

L’inerzia e gli interessi economici e politici sono i maggiori ostacoli al cambiamento. Per decenni, aziende e governi hanno speso miliardi in infrastrutture per i combustibili fossili: gasdotti, terminali GNL, stazioni di servizio, piattaforme petrolifere, veicoli diesel e a benzina e centrali elettriche. Spegnerle significa perdere capitali, competenze e investimenti.

I governi e altri soggetti devono inviare segnali decisi che l’industria dei combustibili fossili è in declino. Non si dovrebbero quindi costruire nuove infrastrutture per il petrolio, il gas e il carbone.

Le barriere sembrano enormi. Ma i sondaggi mostrano un notevole sostegno pubblico per le misure basate sulla domanda. Il risparmio energetico può creare posti di lavoro e ridurre l’iniquità energetica. Mentre i prezzi dei combustibili fossili continuano a salire, una riduzione rapida e netta della domanda di energia è possibile e conveniente e porterà più rapidamente a un futuro migliore per tutti.