La Sicilia custodisce un patrimonio naturale che va ben oltre il paesaggio. Il mare che circonda l’isola rappresenta infatti una delle principali leve di sviluppo economico regionale, tanto da generare una ricchezza stimata in 17,4 miliardi di euro. È questo il quadro che emerge dal rapporto “La Blue Economy o Economia del Mare in Sicilia“, realizzato dal Centro Studi Economici della Fondazione BAPR, che fotografa un settore sempre più strategico per il futuro dell’economia isolana.
Indice
I numeri della Blue Economy siciliana
Con un’incidenza pari al 6% del Pil regionale, superiore alla media nazionale del 4%, dietro ai numeri della Blue Economy siciliana si nasconde un enorme potenziale ancora inespresso, che potrebbe tradursi in quasi un miliardo di euro di ricchezza aggiuntiva ogni anno.
Con 29.500 imprese attive (il 6,5% del totale delle aziende siciliane ) e circa 102 mila lavoratori diretti, l’ecosistema produttivo comprende turismo balneare, portualità, trasporti marittimi, pesca, acquacoltura, cantieristica navale, servizi logistici e attività collegate alle risorse marine che occupano un lavoratore su 15 nell’economia del mare. Ogni euro prodotto direttamente dalla Blue Economy genera un indotto di 1,9 euro nell’economia locale, un moltiplicatore superiore alla media nazionale, ferma a 1,8.
Ciò significa che gli investimenti nel comparto marittimo producono effetti positivi su numerose altre attività economiche, dal commercio ai servizi fino all’industria. Tuttavia, ancora più significativo è il dinamismo imprenditoriale: tra il 2019 e il 2024 sono nate circa 4.000 nuove imprese legate a questo settore, segnale di un comparto che continua ad attrarre investimenti e iniziative imprenditoriali.
Turismo e logistica dominano l’economia del mare
L’analisi del report evidenzia come oltre l’80% del valore complessivo della Blue Economy in Sicilia sia concentrato in due grandi comparti:
- il primo è rappresentato dal turismo e dalla ricettività, che incidono per il 43% del totale. La Sicilia continua infatti ad attrarre milioni di visitatori grazie alle sue spiagge, ai borghi marinari e al patrimonio naturalistico e culturale legato al mare;
- il secondo pilastro è costituito dalla logistica e dai trasporti marittimi, che rappresentano il 38,7% del valore prodotto. La posizione geografica dell’isola al centro del Mediterraneo la rende un hub naturale per i traffici commerciali tra Europa, Africa e Medio Oriente.
Occupazione e imprenditoria femminile in crescita
La Blue Economy continua inoltre a rappresentare un importante strumento di inclusione sociale e occupazionale. Basti pensare che in provincia di Agrigento il comparto arriva ad assorbire il 10,7% dell’intera forza lavoro, dimostrando quanto il mare possa incidere sul tessuto economico dei territori costieri.
Un altro elemento particolarmente significativo riguarda la leadership femminile. Il 24,2% delle imprese della Blue Economy siciliana è guidato da donne, una percentuale superiore alla media nazionale del 22,6%.
Un patrimonio costiero unico in Italia
La forza della Blue Economy siciliana parte dalla geografia. L’isola possiede infatti circa il 21% dell’intero patrimonio costiero italiano, con 1.152 chilometri di coste sull’isola principale e altri 500 chilometri distribuiti tra le isole minori.
Una disponibilità di risorse naturali che offre opportunità enormi in termini di:
- sviluppo economico sostenibile;
- valorizzazione del turismo;
- commercio internazionale;
- produzione energetica.
Il miliardo “nascosto”: il problema della produttività
Accanto ai dati positivi emerge però il divario di produttività rispetto alla media nazionale.
Ogni lavoratore della Blue Economy siciliana produce mediamente 53.700 euro di valore aggiunto all’anno, mentre la media italiana raggiunge 62.100 euro. Il gap è quindi pari a 8.400 euro per addetto. Se questo divario fosse colmato, il sistema economico regionale potrebbe beneficiare di quasi un miliardo di euro aggiuntivo ogni anno.
È questo il vero tesoro nascosto dell’economia del mare siciliana: una ricchezza potenziale che oggi rimane inespressa a causa della prevalenza di microimprese, della frammentazione del tessuto produttivo e di una minore intensità tecnologica rispetto ad altre aree del Paese.
L’aumento della produttività potrebbe diventare uno dei principali obiettivi delle future politiche industriali regionali, favorendo aggregazioni tra imprese, innovazione digitale e investimenti infrastrutturali.