Tari in Italia, riciclo in crescita ma al Sud si paga 90 euro in più rispetto al Nord

Secondo il Green Book 2026, l'Italia ricicla di più, ma il Mezzogiorno è penalizzato da pochi impianti e costi Tari molto più alti

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Giorgio Pirani

Giornalista economico-culturale

Giornalista professionista esperto di tematiche di attualità, cultura ed economia. Collabora con diverse testate giornalistiche a livello nazionale.

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La raccolta differenziata continua a crescere e il riciclo migliora, ma per le famiglie del Mezzogiorno il conto in bolletta resta elevato. A evidenziare il quadro è il Green Book 2026, il rapporto annuale promosso da Utilitalia e curato dalla Fondazione Utilitatis.

I dati nazionali mostrano una raccolta differenziata al 68% e un tasso di riciclo effettivo che raggiunge il 52%, in aumento di 1,3 punti percentuali rispetto al 2023. Nonostante i progressi, emergono con chiarezza le criticità di un sistema ancora frammentato, in cui il Sud sconta un forte ritardo impiantistico e costi sensibilmente più alti per i cittadini.

Il paradosso del riciclo

Il rapporto mette in luce il fatto che raccogliere di più non basta. La distanza tra raccolta differenziata e riciclo effettivo rimane ampia, a causa della qualità non sempre adeguata dei conferimenti, dell’efficienza variabile degli impianti di selezione e della capacità industriale ancora insufficiente nel riutilizzo dei materiali recuperati. Tra le filiere che trainano il riciclo spicca:

  • la raccolta organica (41%);
  • carta e cartone (25%);
  • vetro (13%).

La plastica resta invece la frazione più problematica, con costi di raccolta e trattamento compresi tra 43 e 53 centesimi al chilo, aggravati dalla presenza di materiali estranei e dalla concorrenza delle materie prime vergini.

Perché la Tari costa di più al Sud

Il dato che più colpisce è quello che riguarda la Tari. Secondo il Green Book 2026, nel 2025 una famiglia tipo di tre persone con un’abitazione di 100 metri quadrati ha pagato:

  • al Nord 288 euro;
  • al Centro 358 euro;
  • al Sud 378 euro.

Il Mezzogiorno registra quindi un divario di 90 euro rispetto al Settentrione, un differenziale che riflette la carenza di impianti. Il Sud produce circa 9 milioni di tonnellate di rifiuti urbani l’anno, con un tasso di differenziata del 60%, ma il 37% finisce ancora in discarica, contro una media nazionale del 15%. La forte dipendenza dalle discariche, unita alla necessità di trasferire parte dei rifiuti verso il Centro-Nord per il trattamento, fa lievitare i costi di gestione fino a 378 euro per abitante.

Per raggiungere gli obiettivi europei al 2035, quindi 65% di riciclo e meno del 10% di rifiuti in discarica, l’Italia deve colmare un deficit impiantistico importante nel Mezzogiorno e in Sicilia. Il rapporto stima che entro il 2035, nel Mezzogiorno e in Sicilia, serviranno:

  • 1,7 milioni di tonnellate di capacità aggiuntiva per il trattamento della frazione organica;
  • 1,1 milioni di tonnellate per il trattamento dell’indifferenziato residuo.

Il nodo dei termovalorizzatori

In questo scenario torna centrale il tema dei termovalorizzatori, considerati da molti un tassello necessario per chiudere il ciclo dei rifiuti non riciclabili. Nel Sud ne sono attivi solo sei, con l’impianto di Acerra che da solo gestisce quasi il 73% dei rifiuti inceneriti nell’area. Il futuro di questi impianti dipende però da una decisione europea: la direttiva Ue 959/2023 prevede la possibile inclusione dei termovalorizzatori nel sistema Ets a partire dal 2028.

Il presidente di Utilitalia, Luca Dal Fabbro, avverte:

L’eventuale inclusione dei termovalorizzatori nel sistema Ets rischierebbe di generare ulteriori aggravi tariffari senza produrre benefici ambientali significativi. Questi impianti trattano rifiuti non riciclabili e svolgono una funzione essenziale per la chiusura del ciclo.

Secondo le stime di Utilitalia, l’applicazione del carbon pricing potrebbe comportare un aggravio fino a 45 euro a tonnellata, per un costo aggiuntivo complessivo di circa 350 milioni di euro l’anno.