Cartella esattoriale, si può pagare e poi fare ricorso? La sentenza

Si può fare ricorso contro una cartella esattoriale anche dopo averla pagata? Pagare significa ammettere il debito?

Giuseppina Spanò Dottore in Economia aziendale e Ragioniera Commercialista

Secondo la sentenza della Cassazione n. 20962 del 1° ottobre 2020, il contribuente può fare ricorso anche dopo aver pagato una cartella esattoriale, poiché il pagamento non costituisce ammissione del debito.

Il caso affrontato dalla Corte di Cassazione nell’ordinanza di cui si tratta rappresenta una situazione che si verifica frequentemente.

Il contribuente, benché sia convinto di avere ragione e quindi di potere contrastare efficacemente la pretesa tributaria portata nella cartella esattoriale, può comunque decidere di pagare per evitare le procedure esecutive e riservarsi il diritto di chiedere la ripetizione della somma in sede di ricorso.

Per evitare di avere pesi tributari iscritti presso l’Agente della Riscossione, capita sovente che il contribuente decida di pagare (fermando così la procedura di riscossione coattiva) e presentare ricorso avverso una cartella esattoriale ricevuta.

È ciò che è successo nel caso oggetto dell’ordinanza in esame.

La società contribuente ha impugnato una cartella di pagamento contenente dei tributi che ha contestato, provvedendo nelle more del giudizio al pagamento degli importi.

Ed infatti, sin dal primo grado, la predetta società ha evidenziato che il pagamento non era da intendersi quale adempimento spontaneo all’obbligazione tributaria, ma era stato effettuato per evitare successivi procedimenti espropriativi da parte dell’Agente della Riscossione.

Ma nonostante ciò, la Commissione Tributaria di Cosenza prima, e la Commissione Tributaria regionale della Calabria dopo, non hanno riconosciuto le lamentele della società, rispettivamente dichiarando l’estinzione del giudizio per “cessata la materia del contendere” e rigettando l’appello della ricorrente, ritenendo che a seguito dell’avvenuto pagamento essa non avesse più interesse a coltivare il giudizio.

Ma la Suprema Corte ha ribaltato le decisioni assunte nei gradi di giudizio precedenti, accogliendo i motivi di ricorso della società istante in particolare nel punto in cui esprime la considerazione che segue.

Il pagamento, come anche la rateizzazione degli importi indicati nella cartella di pagamento, non significa ammettere il debito, in quanto non si può attribuire al riconoscimento di essere tenuto al pagamento di un tributo portato in cartella esattoriale l’effetto di impedirne la contestazione. Solo se fossero scaduti i termini di impugnazione della cartella e se quindi fosse impossibile l’instaurazione del contenzioso tributario, l’avvenuto pagamento spontaneo risulterebbe irripetibile.

La Suprema Corte stabilisce anche che, così come l’ente creditore che dispone uno sgravio a seguito di una decisione conserva il diritto all’impugnazione al grado superiore, così al contribuente che paga per evitare le procedure coattive di riscossione non può essere opposta la cessazione della materia del contendere.

In ultimo, la Suprema Corte sottolinea come, sin dal primo grado, la predetta società ha evidenziato che il pagamento intervenuto in corso di causa non è avvenuto spontaneamente, ma è stato effettuato per evitare successivi procedimenti espropriativi in proprio danno.

Pertanto, in conclusione, la Corte di Cassazione accoglie il ricorso della società contro la sentenza di secondo grado impugnata in quanto, avendo ritenuto cessata la materia del contendere, essa non si è attenuta ai principi sopra citati.

Giusy Spanò – Fisco 7

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