Con la nuova escalation in Iran dopo i bombardamenti congiunti di Stati Uniti e Israele, torna al centro delle preoccupazioni internazionali lo Stretto di Hormuz. Si tratta di un passaggio marittimo tanto stretto quanto strategico, dal momento che da lì transita circa un terzo del petrolio mondiale. Il nuovo blocco dello Stretto di Hormuz potrebbe avere effetti immediati sui mercati energetici e, a cascata, sull’inflazione globale.
Perché lo Stretto di Hormuz è importante
Lo Stretto di Hormuz è un corridoio marittimo di appena 33 chilometri nel suo punto più stretto, situato tra l’Iran a Nord e l’Oman e gli Emirati Arabi Uniti a Sud.
Attraverso queste acque passano oltre 20 milioni di barili di petrolio al giorno, pari a quasi il 30% del consumo globale di greggio, oltre a una quota rilevante del commercio mondiale di gas naturale liquefatto (Gnl). Ogni mese vi transitano 3.000 navi. Da lì passano le merci che dalla Cina vengono smistate verso parte del Medio Oriente, e non solo.
Le sue corsie di navigazione, larghe solo tre chilometri ciascuna, rappresentano un “collo di bottiglia” energetico che non ha alternative praticabili: non esistono rotte marittime alternative per far uscire il petrolio dal Golfo Persico. Sebbene Arabia Saudita e Emirati abbiano realizzato oleodotti che aggirano Hormuz, la loro capacità resta limitata (circa 6,5 milioni di barili al giorno) rispetto ai volumi che ogni giorno attraversano lo stretto.

L’effetto guerra sul petrolio
L’attacco di Usa e Israele all’Iran sta già avendo importanti conseguenze sul petrolio. Dopo il raid in cui è stato ucciso il dittatore Khamenei, e in risposta al lancio di centinaia di missili da parte di Teheran su tutta l’area, il prezzo del greggio potrebbe registrare nuovi balzi avanti. Il rischio è alto: una chiusura o anche un rallentamento del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz potrebbe rappresentare uno shock sull’offerta globale di energia.
Un attacco diretto alle infrastrutture energetiche iraniane o un blocco temporaneo dello stretto potrebbe far schizzare il prezzo del barile oltre i 120 dollari, secondo le stime dello scorso giugno di JPMorgan Chase, in occasione dell’ultimo scontro tra Israele e Iran. Assisteremmo a un effetto dominio sull’infazione, con l’indice dei prezzi al consumo che potrebbe raggiungere il 5% negli Usa.
L’energia più cara infatti alimenterebbe l’aumento dei prezzi nei settori legati alla produzione e alla logistica, colpendo famiglie e imprese a livello globale. In Europa il rischio è quello di una nuova combinazione di inflazione alta e crescita stagnante, ovvero la tanto temuta stagflazione.