Gas russo di nuovo in Europa contro la crisi energetica, la proposto all’Ue

L’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, avverte: la crisi dello Stretto di Hormuz si affronta con lo sblocco del gas russo

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Mauro Di Gregorio

Giornalista politico-economico

Laurea in Scienze della Comunicazione all’Università di Palermo. Giornalista professionista dal 2006. Si interessa principalmente di cronaca, politica ed economia.

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L’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, ha gettato un petardo nel dibattito sull’energia invitando alla sospensione del divieto alle importazioni di gas russo previsto dal 2027. Secondo l’ad del colosso, il contesto internazionale è mutato radicalmente e giustifica un cambio di rotta: la crisi legata al blocco dello Stretto di Hormuz ha ridotto l’offerta globale e reso più fragile l’equilibrio tra domanda e disponibilità di energia. La proposta è arrivata dal palco della Scuola di Formazione Politica della Lega.

Cosa ha detto Descalzi sul gas russo

Il problema principale riguarda i volumi: l’Unione europea dovrebbe rinunciare a circa 20 miliardi di metri cubi di Gnl provenienti dalla Russia, senza avere alternative immediate in grado di compensare completamente il taglio.

Questo il rischio concreto evidenziato dall’amministratore delegato di Eni: senza una revisione temporanea delle regole, l’Europa potrebbe trovarsi con una carenza di forniture proprio mentre la domanda resta elevata. Queste le parole di Claudio Descalzi:

Penso che sia necessario sospendere il ban che scatterà il primo gennaio 2027 sui 20 miliardi di Gnl che vengono dalla Russia. E suggerirei anche, come sta dicendo il Governo italiano, di rivedere anche l’Ets, la tassa su tutta l’industria pesante. Non dico che deve essere cancellata, ma deve essere sospesa oppure redistribuita, per non penalizzare ulteriormente un settore industriale che già deve pagare molto l’energia.

Effetto Hormuz su petrolio e gas

Il blocco dello Stretto di Hormuz rappresenta, secondo Descalzi, l’evento più rilevante degli ultimi 40 anni per impatto sull’offerta energetica. E l’elemento chiave è la divergenza tra prezzi finanziari e prezzi reali del petrolio. Mentre i contratti futures restano più contenuti, il greggio in pronta consegna raggiunge valori molto più elevati. Questo accade perché, in una fase di scarsità, la priorità non è il prezzo ma la disponibilità immediata. I carichi di petrolio vengono diretti verso i mercati più remunerativi, spesso lontani dall’Europa.

Se sul gas la situazione resta gestibile nel breve periodo, è sul fronte dei carburanti che emergono le maggiori criticità. Nel corso dell’ultimo weekend, circa 600 stazioni di servizio sono rimaste senza diesel. Il problema non riguarda solo la domanda elevata, ma anche la capacità produttiva ridotta. Negli ultimi anni, l’Europa ha progressivamente chiuso numerose raffinerie, diminuendo l’autonomia interna.

Ancora più delicata la situazione del carburante per aerei. L’Europa importa circa il 35% del proprio fabbisogno di jet fuel, rendendosi vulnerabile a shock esterni. La combinazione tra domanda stabile e offerta ridotta potrebbe avere effetti diretti sui voli per i prossimi mesi, con un aumento dei costi dei biglietti e difficoltà per la mobilità internazionale.

Le alternative al gas russo e i limiti attuali

L’Italia, secondo Eni, ha già diversificato in parte le proprie fonti, sostituendo parte delle forniture con importazioni da Africa e Stati Uniti. Tuttavia, questo modello non è ancora replicabile su scala europea. Paesi come Angola, Nigeria, Congo e Stati Uniti contribuiscono a colmare i vuoti, ma non riescono a garantire la stessa stabilità dei flussi precedenti. Il sistema resta quindi esposto a shock improvvisi, come dimostrato dalla crisi attuale.

La crisi energetica ha già effetti visibili sui mercati finanziari e sull’economia reale. L’aumento dei costi energetici potrebbe tradursi in un rallentamento economico, con effetti su produzione industriale, trasporti e consumi. In uno scenario prolungato di scarsità, alcuni Paesi stanno già valutando misure di contenimento dei consumi, mentre cresce il timore di una fase di contrazione economica.

Cio che è fin troppo chiaro, già da anni, è che il mondo è cambiato: il modello degli ultimi decenni con energia disponibile, relativamente economica e globalizzata, è entrato in discussione e al suo posto è emerso un sistema più frammentato e più instabile, legato agli equilibri geopolitici di un mondo in cui il susseguirsi degli shock sembra essere diventato la norma.