Le scuole resteranno chiuse un giorno a settimana?

L'ipotesi della settimana scolastica corta si fa sempre più strada, soprattutto al Nord Italia, per risparmiare sui consumi energetici. Ma gli ostacoli non mancano

Ormai non è più una notizia, tantomeno un segreto: il prezzo del gas, e di conseguenza anche quello dell’elettricità, ha raggiunto livelli insostenibili per famiglie e imprese italiane. Il caro bollette, ancor più di quello dei carburanti (di cui abbiamo parlato qui), è diventata la preoccupazione numero uno del nostro Paese. Anche a livello istituzionale.

Dopo vari tentativi e decreti per arginare il rincaro dell’energia, le incombenti elezioni politiche del 25 settembre (il ritorno alle urne: quando e come si vota) hanno spinto partiti e coalizioni ad avanzare proposte e soluzioni, che vanno dal tetto al prezzo del gas all’ipotesi dei prezzi amministrati. Con un piano che riguarda anche la scuola.

Settimana corta a scuola: la proposta

Per tagliare i consumi di luce e gas, alcuni Comuni italiani hanno preso in considerazione di introdurre la cosiddetta settimana corta a scuola. In pratica vuol dire chiudere gli istituti un giorno in più, cioè anche il sabato, fissando a cinque le giornate di lezione in classe. Un’ipotesi tutt’altro che nuova, visto che è già in atto e in discussione in altri Paesi. Nel Regno Unito, ad esempio, le autorità hanno addirittura proposto di ridurre la settimana scolastica a soli tre giorni.

In Italia in tema di energia, e relativo risparmio, decidono direttamente gli istituti scolastici o gli enti territoriali responsabili degli edifici e del riscaldamento. E, vista la situazione affatto felice, già da qualche mese circola l’ipotesi di contribuire al taglio dei consumi a partire proprio dalla scuola. E dal Nord, con Lombardia e Veneto sopra tutti.

Il primo a lanciare l’idea della settimana corta era stato a giugno Giuseppe Bonelli, direttore dell’Ufficio scolastico territoriale di Brescia, che chiedeva di coinvolgere i 39 istituti superiori della zona. Proposta seguita da quelle (simili) avanzate dal vicepresidente della Provincia di Verona con delega all’Istruzione, David Di Michele (Fratelli d’Italia), e dalla preside dei licei veneziani Bruno e Franchetti (scientifico e classico), Michela Michieletto. Con l’approvazione dell’assessore regionale all’Istruzione, Elena Donazzan. Anche al Sud, a Benevento, il sindaco Clemente Mastella ha convocato i presidi per valutare la fattibilità dell’opzione mutuata dal modello anglosassone e nordeuropeo.

Orario scolastico e consumi: ostacoli e numeri

Per rendere operativo l’orario ridotto in tutta Italia, da Nord a Sud, è necessario però introdurre le lezioni di 50 minuti e, per farlo, occorre approvare un’apposita legge nazionale. Senza contare, inoltre, che diversi istituti prevedono un orario ampliato con corsi aggiuntivi (e obbligatori) di potenziamento linguistico, matematico e informatico. A questi si aggiungono i corsi di recupero e le attività extracurricolari come teatro, arti figurative e musica (a settembre cambia tutto: le nuove regole per studenti e insegnanti).

Dirigenti scolastici come la Michieletto sottolineano infine la volontà degli studenti. Secondo un sondaggio citato dal Corriere della Sera, questi ultimi sono infatti apparsi più dubbiosi che entusiasti, con la stragrande maggioranza contraria all’introduzione della settimana corta.

Proprio David Di Michele, sponsorizzando l’ipotesi della settimana corta a scuola, ha riportato l’ingente aumento dei costi energetici per gli istituti veronesi. Se nel 2021 la spesa per riscaldamento e illuminazione si aggirava intorno ai 4,8 milioni di euro, già in netto aumento rispetto ai 3,5 milioni dell’anno precedente, le stime relative ai prossimi mesi proiettano l’esborso ben oltre gli 8 milioni di euro. Una somma insostenibile per molte realtà del territorio.