Studenti e conoscenza della lingua italiana, le proposte dei logopedisti

Valutare soltanto la conoscenza dell’italiano può essere fuorviante: gli esperti spiegano quali elementi considerare per distinguere le difficoltà linguistiche da un vero disturbo

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Federico Mereta

Giornalista scientifico

Laureato in medicina e Chirurgia ha da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica. Raccontare la scienza e la salute è la sua passione, perché crede che la conoscenza sia alla base di ogni nostra scelta. Ha collaborato e ancora scrive per diverse testate, on e offline.

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Non bisogna basarsi sul passaporto, quando si vuole capire il percorso scolastico di un bambino e le sue eventuali difficoltà linguistiche. E nemmeno serve sapere se e quanto avrà conoscenza di altre lingue. Nel percorso che si sta conducendo sulla presenza degli studenti stranieri nelle classi, con l’obiettivo di assicurare una valida conoscenza dell’italiano, irrompono le competenze degli esperti della Federazione Logopedisti Italiani (FLI), sulla scorta di un documento dal titolo “La valutazione comunicativo-linguistica del bambino bilingue prescolare. Una revisione narrativa e riflessioni teorico-pratiche”, pubblicata su Psicologia clinica dello sviluppo.
Il testo è stato realizzato da un gruppo di logopedisti e psicologi esperti nello sviluppo del linguaggio dei bambini bilingui o plurilingui ed indica come distinguere le difficoltà dovute a una ridotta esposizione a una lingua da quelle riconducibili a un vero disturbo del linguaggio.

Cosa emerge

La ricerca indica per questo la necessità di considerare tutte le lingue alle quali il bambino è esposto e quattro grandi ambiti di valutazione: le variabili contestuali e la storia linguistica, le competenze fonetico-fonologiche, quelle morfosintattiche e le capacità narrative. Anche il fattore tempo è decisivo: per raggiungere livelli adeguati in alcuni aspetti della morfosintassi possono essere necessari almeno tre anni di esposizione alla lingua oggetto della valutazione.

“Da questo punto di vista le competenze linguistiche nella lingua madre, quindi la lingua parlata in casa, costituiscono un punto di forza per lo sviluppo del linguaggio e delle future competenze accademiche poiché permettono al bambino di sviluppare abilità di base legate alla capacità di costruire narrazioni, utilizzare strutture linguistiche complesse all’interno di relazioni significative. Ciò è fondamentale per una buona competenza linguistica anche nella seconda lingua”

precisa Ilaria Ceccarelli, Logopedista responsabile del Gruppo di Interesse Specialistico dell’Età Evolutiva della FLI e co autrice dello studio.

“Il bilinguismo, infatti, non è una patologia di per sé, né una condizione di rischio e non deve essere considerato automaticamente un problema. Dobbiamo essere capaci di riconoscere i bambini che hanno semplicemente bisogno del tempo e delle occasioni necessarie per acquisire meglio l’italiano e distinguerli da quelli nei quali esiste una vera difficoltà linguistica. Solo così possiamo capire chi necessita di un potenziamento della lingua italiana e chi invece deve essere valutato e, quando necessario, preso in carico dal logopedista”

spiega Tiziana Rossetto, presidente della Federazione Logopedisti Italiani.

Errori da non fare e proposte operative

Secondo Anna Giulia De Cagno, vicepresidente della Federazione Logopedisti Italiani e co-autrice dello studio

“per intervenire efficacemente bisogna capire perché un bambino presenta una difficoltà linguistica, distinguendo chi sta attraversando un normale percorso di acquisizione dell’italiano come seconda lingua da chi presenta invece un vero disturbo e può avere bisogno di una presa in carico logopedica. Una fragilità nell’italiano, da sola, non è infatti un indicatore di disturbo: il bambino potrebbe avere competenze adeguatamente sviluppate nella lingua parlata in famiglia”.

Insomma: la distinzione prescinde dalla nazionalità.

“Il bilinguismo riguarda un bambino che cresce in una famiglia africana o asiatica esattamente come quello che utilizza a casa l’inglese, il francese, il tedesco o qualsiasi altra lingua. Ciò che conta dal punto di vista comunicativo-linguistico è la storia del bambino: quando è entrato in contatto con ciascuna lingua, quanto e come viene utilizzata, chi la parla con lui, la qualità dell’esposizione e le competenze sviluppate nelle diverse lingue”

precisa De Cagno.

In sintesi, per gli esperti, occorre evitare due errori opposti: considerare patologica una normale fase dell’acquisizione di una seconda lingua oppure attribuire al bilinguismo una difficoltà che invece nasconde un vero disturbo del linguaggio. È proprio su questo punto che la FLI propone il proprio contributo alle istituzioni. Se la conoscenza dell’italiano diventerà un elemento importante nella definizione degli interventi scolastici, sarà necessario stabilire con attenzione che cosa valutare, con quali strumenti e con quale obiettivo.

La revisione, infine, sottolinea la necessità di sviluppare strumenti sempre più affidabili per la valutazione dei bambini bilingui e interventi riabilitativi basati sulle evidenze. È fondamentale anche la descrizione di profili funzionali degli apprendimenti scolastici, che potrebbero sostenere l’inserimento nelle classi e percorsi individualizzati a garanzia dell’inclusione e del diritto allo studio. Il prossimo obiettivo della Federazione è continuare il lavoro già iniziato, focalizzando l’attenzione sulla corretta valutazione delle competenze linguistiche e scolastiche (scrittura, lettura, abilità numeriche e di calcolo). Insomma: valutare soltanto l’italiano non basta.

Le esperte della FLI ricordano quindi che occorre lavorare per la scuola. Non si tratta di negare le difficoltà che possono esistere nelle classi, ma di dotare la scuola degli strumenti per comprenderle e affrontarle correttamente. Distinguere chi sta imparando l’italiano da chi presenta un vero disturbo significa poter dare a ciascun bambino la risposta di cui ha realmente bisogno, alla luce anche delle conoscenze scientifiche che possono sostenere metodologie di insegnamento capaci di considerare la specificità di questi studenti.

Le indicazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a scopo informativo e divulgativo e non intendono in alcun modo sostituire la consulenza medica con figure professionali specializzate. Si raccomanda quindi di rivolgersi al proprio medico curante prima di mettere in pratica qualsiasi indicazione riportata e/o per la prescrizione di terapie personalizzate.