Ricerca clinica, l’Italia cresce ma resta il nodo della competitività

Investimenti, AI e sperimentazione clinica al centro del dibattito dell’Associazione Farmaceutici dell’Industria (AFI): per mantenere la leadership servono riforme e meno ostacoli burocratici.

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Federico Mereta

Giornalista scientifico

Laureato in medicina e Chirurgia ha da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica. Raccontare la scienza e la salute è la sua passione, perché crede che la conoscenza sia alla base di ogni nostra scelta. Ha collaborato e ancora scrive per diverse testate, on e offline.

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La ricerca rappresenta il presente e soprattutto il futuro per lo sviluppo del Paese. Ma come siamo messi nel nostro Paese, in un ambito che appare in salute come testimoniano le cifre rese note recentemente da Farmindustria?

L’industria farmaceutica in Italia (dati 2025) presenta una produzione da 74 miliardi di euro, con poco più di 69 legati all’export e con 11,4 miliardi che giungono proprio dal surplus estero. Il Made in Italy, insomma, vede l’industria farmaceutica posizionata al vertice dell’Unione europea e come quarto hub al mondo. Tutto rosa, si potrebbe dire? Le buone notizie non mancano, ma occorre continuare su questa strada, anche e soprattutto sul fronte degli investimenti in ricerca e produzione (4,2 miliardi lo scorso anno).

A dirlo sono gli esperti presenti al Simposio dell’Associazione Farmaceutici dell’Industria (AFI), tenutosi a Rimini,

Una leadership da mantenere

L’obiettivo è capitalizzare la leadership produttiva raggiunta, unita ai dati su un’occupazione qualificata salita a oltre 72.000 addetti, non perdendo di vista i rischi. L’Italia deve infatti colmare rapidamente il gap competitivo sulla digitalizzazione e sull’attrattività della ricerca clinica, riducendo l’impatto della burocrazia.

“Le nuove tecnologie, e in particolare l’intelligenza artificiale, stanno trasformando profondamente il lavoro dei ricercatori clinici, consentendo una gestione più efficiente dei dati, una maggiore capacità predittiva nella progettazione degli studi e una riduzione significativa dei tempi di analisi e di sviluppo”

commenta Giorgio Bruno, presidente AFI.

“In questo percorso è fondamentale guardare alle best practice internazionali, in particolare a ecosistemi come Stati Uniti, Regno Unito e alcuni hub asiatici, dove l’integrazione tra ricerca, regolazione e innovazione digitale è più avanzata e strutturata. In questo contesto competitivo, l’Italia è chiamata a rafforzare la propria attrattività agendo su semplificazione normativa e digitalizzazione dei processi, mentre il tessuto industriale nazionale sta dimostrando una crescente capacità di recepire queste innovazioni, pur con margini di accelerazione ancora importanti per allinearsi ai principali competitor globali e valorizzare appieno il proprio potenziale scientifico e industriale”.

Ambiti di miglioramento

“Lo scenario attuale della ricerca clinica in Italia evidenzia un’elevata qualità scientifica e un forte potenziale, ma anche criticità strutturali che ne limitano la competitività internazionale”

è il parere di Paola Minghetti, vicepresidente AFI.

“Persistono frammentazione dei sistemi sanitari, disomogeneità digitale tra territori e tempi autorizzativi ancora troppo lunghi, che rallentano l’avvio degli studi e l’attrattività del Paese per gli investimenti in R&D. A ciò si aggiunge una gestione dei dati sanitari non ancora pienamente interoperabile e un’adozione delle nuove tecnologie, inclusa l’intelligenza artificiale, non uniforme e talvolta frenata da incertezze interpretative. Sul piano regolatorio, le riforme non più rimandabili riguardano innanzitutto la piena armonizzazione e semplificazione delle procedure di sperimentazione clinica, con tempi certi e riduzione delle duplicazioni a livello nazionale e regionale. È inoltre urgente rendere coerente e operativo il quadro normativo tra AI Act e Spazio Europeo dei Dati Sanitari, definendo regole chiare, proporzionate al rischio e realmente applicabili per l’uso dell’IA e dei dati in ricerca. Infine, è necessario accelerare la costruzione di una governance unica e interoperabile dei dati sanitari, che trasformi il patrimonio informativo in un reale acceleratore di innovazione e non in un ulteriore elemento di complessità amministrativa”.

Secondo Fabrizio Greco, Presidente Assobiotec – Associazione nazionale per lo sviluppo delle biotecnologie, parte di Federchimica

“Per investire in Italia alle imprese del biotech serve prima di tutto un’infrastruttura nazionale di certezze: certezza nei tempi della ricerca clinica, superando le lungaggini dei comitati etici locali, un quadro fiscale stabile, che tuteli la proprietà intellettuale e una governance della spesa che consideri il farmaco innovativo un investimento, non un costo. Solo azzerando il rischio burocratico interno e mobilitando capitali nazionali per lo scale-up potremo trasformare il Paese in un hub attrattivo globale”.

Le indicazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a scopo informativo e divulgativo e non intendono in alcun modo sostituire la consulenza medica con figure professionali specializzate. Si raccomanda quindi di rivolgersi al proprio medico curante prima di mettere in pratica qualsiasi indicazione riportata e/o per la prescrizione di terapie personalizzate.