Riforma pensioni: Lamberto Dini pontifica e attacca Boeri, ma…

L'ex premier dovrebbe spiegare molte cose sulla trattativa con i sindacati del 1995

Il già presidente del Consiglio (dal gennaio 1995, una volta caduto il primo governo Berlusconi, al maggio 1996) Lamberto Dini, detto Lambertow per la sua lunga permanenza a Washington al Fondo Monetario Internazionale, ha stroncato le proposte dell’Inps – guidato egregiamente da Tito Boeri – sulla riforma pensionistica.

Come spesso succede in Italia, a fronte di documenti pregnanti, pieni di dati e contenuti, basta una parola di un politico per buttare nel cestino mesi di lavoro. Sentite cosa ha da dire Dini: “Boeri? Ha sbagliato mestiere: lui non è deputato a fare la politica economica per il governo. Comunque le sue proposte sono una follia, proposte da sfasciacarrozze”.

Premesso che ci sarebbe piaciuto sentire qualche critica di Dini al precedente presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua, personaggio a dir poco imbarazzante visto che deteneva oltre trenta incarichi mentre al contempo presiedeva l’Inps. Ora, accusato – come dg dell’Ospedale israelitico di Roma – di truffa ai danni del servizio sanitario nazionale, è agli arresti domiciliari.

Andiamo però al punto. Lamberto Dini nel 1995, grazie alla pressione dei mercati finanziari che portarono la lira italiana a un deprezzamento mostruoso – quasi 1.300 lire per un marco tedesco nel marzo 1995 – nell’agosto varò la riforma del sistema pensionistico, strutturato per una crescita da “miracolo economico”, e quindi insostenibile da quel dì.

Una notte, racconta l’allora sottosegretario al Tesoro Piero Giarda, mentre si stava festeggiando la fine del sistema retributivo, Dini mollò i pappafichi con i sindacati, i quali ottennero la permanenza del retributivo per coloro i quali avevano più di 18 anni di anzianità contributiva. Chi aveva meno di 18 anni di anzianità avrebbe avuto il sistema misto. Naturalmente i giovani ebbero la peggio. Il sistema contributivo sarebbe stato applicato solo a coloro che iniziavano a lavorare dopo il 1° gennaio 1996. Siccome la maggioranza degli iscritti al sindacato sono pensionati, non ci si deve meravigliare, ma è bene dirlo con chiarezza. Quando sentite dire “i pensionati hanno già pagato”, rispondete con “i pensionandi, ossia i giovani, hanno pagato”.

Perchè il ministro Dini non ci spiega perchè tornò indietro, visto che i partecipanti alla negoziazione davano per scontato il passaggio al nuovo regime, il sistema contributivo per tutti? Cosa ottenne in cambio? Non è che si sia venduto per un piatto di lenticchie visto che aveva già in testa l’idea di creare una lista Dini? Consultando Wikipedia leggiamo: “Il 28 febbraio 1996 nasce dunque la Lista Dini – Rinnovamento Italiano, una formazione dichiaratamente «di centro, moderata, riformista». Al nuovo partito aderirono subito esponenenti politici riconducibili al vecchio pentapartito”. Il centrosinistra vince le elezioni (1996) e Rinnovamento Italiano conquista il 4,3% dei consensi nella quota proporzionale. Il partito ottiene 26 deputati e 11 senatori. Alla Camera, viene eletto capogruppo Diego Masi; al Senato Ottaviano Del Turco”.
Ma guarda un po’. Nella lista Dini-Rinnovamento italiano (rinnovare con i sindacalisti è una bella sfida, eh) troviamo Del Turco, tutta una carriera nella Cgil, e dietro le quinte Sergio D’Antoni, storico leader della Cisl.

Una chicca finale. Guardiamo le pensioni di questi personaggi. Al plurale perchè ne prendono due a testa. Lamberto Dini, bontà sua, percepisce 18.000 euro (al mese e al lordo delle ritenute) come ex Bankitalia e 7.000 dall’Inps. D’Antoni ha – oltre al vitalizio mensile di 3.658 euro – una pensione di 5.233 euro netti al mese, in virtù della sua attività di docente di Diritto del lavoro alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Palermo. E’ andato in pensione a 54 anni, dopo 35 anni di servizio (riscattando gli anni di università, evidentemente), senza aver mai svolto lezione perché in aspettativa sindacale da sempre. Ottaviano Del Turco – recentemente condannato a 4 anni e due mesi in relazione alla Sanitopoli abruzzese – prende 3.835 euro come vitalizio e un’altra pensione (lauta) come sindacalista.

Quando sentite qualcuno criticare le proposte di Tito Boeri, chiedetegli subito qual è la sua pensione. Esiste una correlazione diretta tra ammontare della pensione – nella stragrande maggioranza dei casi immeritata, ossia non paragonabile ai contributi versati – e le critiche a un progetto che in ben pochi hanno letto. Per inciso, Boeri – lavorando 15 ore al giorno – percepisce uno stipendio (100mila euro lordi l’anno) ben più basso dei pensionati “eccellenti” di cui sopra.

A cura di Beniamino Piccone
Docente di Sistema Finanziario e Private banker

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