Le pensioni di reversibilità si preparano a cambiare nel 2027: la rivalutazione degli assegni legata all’andamento dell’inflazione dovrebbe infatti modificare non soltanto il valore del trattamento minimo Inps, ma anche le soglie di reddito utilizzate per stabilire quando l’assegno ai superstiti debba essere ridotto.
Per ora c’è un dato di partenza, che potrebbe forse subire qualche minima variazione: si tratta dell’inflazione acquisita per il 2026 che è pari al 2,9%. Il valore finale della perequazione sarà definito con un decreto del Mef entro novembre.
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Pensioni di reversibilità, la rivalutazione cambia gli importi
Se quel 2,9% venisse confermato, dal 1° gennaio 2027 il trattamento minimo passerebbe dagli attuali 611,85 euro a circa 629,59 euro al mese. E la variazione avrebbe effetti anche sulle pensioni di reversibilità, perché proprio sul trattamento minimo vengono calcolate le soglie di reddito oltre le quali possono scattare le decurtazioni.
Breve recap: la pensione di reversibilità è il trattamento riconosciuto ai familiari superstiti quando la persona deceduta era già pensionata. Diversa è la pensione indiretta, che interviene quando il lavoratore muore prima di essere andato in pensione, ma aveva maturato i requisiti assicurativi e contributivi previsti dalla legge.
Il principale beneficiario è il coniuge superstite, anche in unione civile. Il trattamento può spettare anche al coniuge separato con addebito, secondo quanto chiarito dall’Inps.
Cosa cambia con la rivalutazione 2027
Torniamo alla rivalutazione ipotizzata del 2,9%: il minimo mensile passerebbe da 611,85 a 629,59 euro. Su 13 mensilità, il trattamento minimo annuo salirebbe quindi da 7.954,05 a 8.184,72 euro.
Ed è proprio quest’ultimo valore a determinare le soglie previste per il cumulo tra la pensione ai superstiti e gli altri redditi personali del beneficiario. Il meccanismo è previsto dalla Tabella F allegata alla legge 335/1995 e stabilisce tre diversi livelli di riduzione: 25%, 40% e 50%.
Il reddito può ridurre la pensione di reversibilità
L’importo della reversibilità non dipende soltanto dalla percentuale spettante sulla pensione del defunto: per i beneficiari soggetti alle regole sul cumulo, anche gli altri redditi personali possono incidere sull’importo effettivamente percepito. La normativa prevede una franchigia fino a tre volte il trattamento minimo.
Al superamento della prima soglia scatta il taglio del 25%, mentre le riduzioni aumentano nelle fasce successive fino al dimezzamento dell’assegno. Tirando le somme, le soglie cambierebbero così:
- con reddito personale annuo fino a 24.554,15 euro – nessuna riduzione;
- da 24.554,15 a 32.738,87 euro – riduzione del 25%;
- da 32.738,87 a 40.923,59 euro – riduzione del 40%;
- da 40.923,59 euro a salire – riduzione del 50%.
Esiste tuttavia un limite alla decurtazione: la riduzione non può automaticamente determinare una perdita superiore al reddito aggiuntivo che ha fatto scattare il taglio. L’Inps ha recepito il principio stabilito dalla Corte costituzionale, intervenendo sul ricalcolo delle prestazioni interessate.
Ma, come detto, il valore definitivo della rivalutazione sarà stabilito dal Mef entro la fine di novembre e solo a quel punto sarà possibile conoscere con certezza il nuovo trattamento minimo e, di conseguenza, le soglie di reddito che determineranno eventuali riduzioni delle pensioni ai superstiti.
Se invece quel 2,9% venisse confermato, il quadro sarebbe quello osservato. Ovvero:
- trattamento minimo a 629,59 euro mensili;
- prima soglia di riduzione a 24.554,15 euro annui;
- limite massimo prima del dimezzamento a 40.923,59 euro.