Fondo pensione e Tfr, dal 31 ottobre il lavoratore può mantenere il contributo datoriale

Chi passa a un fondo aperto non perderà più la quota versata dall'azienda, con maggiore libertà di scelta nella sua previdenza complementare

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Claudio Cafarelli

Giornalista e content manager

Giornalista pubblicista laureato in economia, appassionato di SEO e ricerca di trend, content manager per agenzie italiane e straniere

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La riforma della previdenza complementare introduce una nuova modifica per i lavoratori dipendenti. Il cambiamento riguarda la somma che il datore di lavoro versa nel fondo pensione del dipendente, quando prevista dal contratto collettivo o dagli accordi applicabili. Questa quota si aggiunge al Tfr e all’eventuale contributo volontario del lavoratore, aumentando nel tempo il montante destinato alla pensione integrativa. Oggi il contributo datoriale è generalmente collegato ai fondi pensione negoziali, cioè quelli di categoria. Con la nuova regola, il lavoratore potrà mantenere il diritto a questa quota anche se sceglie un fondo diverso, come un fondo pensione aperto.

Cos’è il contributo datoriale

Il contributo datoriale è una somma aggiuntiva versata dall’azienda direttamente nella posizione previdenziale del dipendente. Non sostituisce il Tfr, ma si aggiunge alle altre risorse destinate alla previdenza complementare. In pratica, quando il lavoratore aderisce a un fondo pensione e versa anche il proprio contributo, il datore di lavoro può essere tenuto a versare una quota ulteriore prevista dal contratto collettivo.

Questa somma ha un effetto diretto sul capitale accumulato nel tempo. Mese dopo mese, il contributo datoriale aumenta la posizione individuale del lavoratore e può incidere sull’importo della futura rendita o della prestazione pensionistica integrativa. Per questo motivo è considerato uno degli elementi più importanti nella scelta del fondo pensione.

Fondo pensione e Tfr, cosa cambia dal 31 ottobre

La novità attesa dal 31 ottobre riguarda la possibilità di conservare il diritto al contributo datoriale indipendentemente dal fondo pensione scelto. Oggi un lavoratore può trasferire la propria posizione previdenziale da un fondo a un altro. Se passa da un fondo negoziale a un fondo aperto, in molti casi perde il diritto al contributo versato dal datore di lavoro, salvo la presenza di accordi aziendali specifici.

Con la nuova disciplina, questo vincolo dovrebbe essere superato. Il dipendente potrà scegliere liberamente dove far confluire la propria previdenza complementare, senza perdere automaticamente la quota a carico dell’azienda. La misura punta quindi ad aumentare la libertà di scelta del lavoratore tra diverse forme pensionistiche, mantenendo il beneficio economico previsto dal rapporto di lavoro.

Fondi negoziali e fondi aperti, la differenza

I fondi pensione negoziali, chiamati anche fondi chiusi o di categoria, sono istituiti sulla base della contrattazione collettiva. Sono legati a specifici settori produttivi, contratti nazionali, accordi aziendali o territoriali. In questi fondi il contributo del datore di lavoro è spesso previsto come parte dell’accordo collettivo. Per il lavoratore, questo rappresenta un vantaggio economico rispetto al solo conferimento del Tfr.

I fondi aperti, invece, sono forme pensionistiche istituite da banche, assicurazioni, società di gestione del risparmio o altri intermediari autorizzati. Possono essere scelti individualmente dal lavoratore, ma il contributo datoriale non è sempre riconosciuto. La novità del 31 ottobre interviene proprio su questa differenza, permettendo al lavoratore di non perdere il contributo aziendale anche quando decide di aderire a un fondo aperto.

Il nodo dell’accordo tra sindacati e imprese

La nuova disciplina potrebbe aprire una fase di confronto tra aziende, sindacati, fondi pensione e lavoratori. Il 29 maggio Cgil, Cisl, Uil e le principali associazioni datoriali, tra cui Confindustria e Confcommercio, hanno firmato un avviso comune che lega il contributo datoriale al fondo di categoria.

Come riporta Il Sole 24 Ore, l’accordo non può prevalere sulla legge, ma potrebbe comunque generare interpretazioni diverse e possibili contenziosi. Il punto da chiarire riguarda l’applicazione concreta della norma nei rapporti di lavoro e nei contratti collettivi. Per i lavoratori, l’aspetto più rilevante sarà capire se e come potranno trasferire la propria posizione senza perdere la quota versata dall’azienda.