Brunello d’élite ed export, il modello Poggio degli Ulivi tra Europa e Cina

Tradizione familiare, controllo diretto della produzione e apertura ai mercati: così il Brunello di Montalcino della Tenuta Poggio degli Ulivi di Siena punta al segmento premium

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Redazione

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Parlare di vino, soprattutto nei contesti economico-finanziari, rischia di ricondurre il discorso a un mero prodotto agricolo del quale riportare numeri o voci dell’export.

Ma il vino è molto di più, soprattutto in Italia: è tradizione, identità culturale e orgoglio nazionale. Quello attuale, per il mercato del vino, è un periodo delicato: superata la pandemia i produttori affrontano incertezze legate alle esportazioni, fra tira e molla su dazi e contro-dazi. Ma c’è anche da considerare il cambiamento nelle abitudini dei consumatori, con la fascia più giovane che mostra meno attenzione verso gli alcolici tradizionali, privilegiando altri prodotti.

Parla Mario Valgimigli della Tenuta Poggio degli Ulivi di Siena

Per comprendere sfide e criticità, QuiFinanza ha raggiunto uno dei patron della Tenuta Poggio degli Ulivi di Siena, che con vitigni di Sangiovese Grosso si dedicano esclusivamente alla produzione d’eccellenza di Brunello di Montalcino.

La produzione è stata premiata alla London Wine Competition e al Concours Mondial de Bruxelles. E la presentazione del prodotto all’ambasciata italiana a Pechino è stata l’occasione per creare un ponte con una cultura e un immenso mercato che del vino non hanno ancora colto ogni sfumatura.

Oggi l’azienda Poggio degli Ulivi di Siena è passata a Nicla Bellocci Secchi Tarugi, già professoressa di Diritto romano all’Università di Siena, affiancata nella gestione dalle figlie Lucia ed Elena e dai rispettivi mariti.

“Come brand siamo ancora molto giovani”, precisa Mario Valgimigli, marito di Lucia. L’affermazione sembra paradossale, dal momento che la famiglia Secchi Tarugi è fra le più antiche e blasonate del territorio, nota fra l’altro per la sua storica attività vitivinicola.

La gestione dell’azienda che oggi produce Brunello di Montalcino è stata ripresa dopo alcuni anni, visto che gli eredi avevano intrapreso l’esercizio di altre professioni: Mario Valgimigli è medico legale e si occupa della vinificazione, mentre la consorte Lucia Secchi Tarugi è avvocato e si occupa della parte agronomica e contrattualistica; Elena Secchi Tarugi, docente, cura la gestione burocratica e suo marito Paolo Ancilli, funzionario Mps, cura la parte amministrativa.

La miccia l’ha innescata a suo tempo un enologo: “Avete fra i migliori terreni di Montalcino”, aveva detto. Da qui la scelta di farli fruttare appieno ridando slancio a un’azienda storica quasi da zero nel momento più difficile per il comparto vinicolo mondiale.

Avete scelto di puntare su un unico protagonista, il Brunello di Montalcino, senza deviazioni verso rossi meno strutturati o blend sperimentali. E senza puntare sulla grande distribuzione. Perché?

“Abbiamo deciso fin da subito di ignorare la grande distribuzione”, spiega Valgimigli. “Il nostro è un vino figlio di una grande passione e dello scorrere del tempo. Il mercato della grande distribuzione impone tempistiche incompatibili con ciò che il Brunello di Poggio degli Ulivi si ripromette di essere. Il Brunello di Montalcino trova la sua massima espressione dopo un periodo variabile di affinamento in bottiglia che può raggiungere anche dieci, quindici o vent’anni. Esistono realtà che producono Brunello di Montalcino in centinaia di migliaia di bottiglie. È un altro modello produttivo. Noi abbiamo scelto deliberatamente una dimensione artigianale, che consente un controllo totale su ogni fase del processo. Fra cura artigianale della bottiglia e industria del vino, abbiamo scelto la prima via”.

La differenza è davvero così netta?

“Prima ancora di essere un produttore, sono un amante dei grandi vini e un estimatore della bellezza: di Brunelli di Montalcino ne ho assaggiati tanti e conosco la differenza fra un vino fatto in 80.000 bottiglie e uno proposto in 5.000 o, addirittura, in appena 2.000 bottiglie. Parliamo di prodotti completamente differenti. Mi permetta una metafora, quella di un pannello in quercia che può essere scolpito e intagliato dalle mani sapienti di un artigiano. Oppure gestito in serie dal braccio meccanico di un robot. La differenza c’è”.

Il mondo del vino è ancora per lo più al maschile, ma con qualche eccezione…

“La Tenuta Poggio degli Ulivi è un’azienda a conduzione femminile da generazioni, che nasce quando la famiglia Ciacci di Montalcino acquistò i terreni dopo la confisca all’abbazia di Sant’Antimo, quindi quando Napoleone confiscò i terreni alla Chiesa. La nostra azienda copre solo una frazione di quei terreni che, oggi, sono stati suddivisi fra tutti gli eredi”.

Lei segue direttamente la vinificazione: quali sono le scelte tecniche e stilistiche che più caratterizzano il Brunello di Poggio degli Ulivi rispetto ad altre interpretazioni?

“Le nostre scelte sono improntate alla qualità assoluta a partire dalla cura della vite, nel pieno rispetto del disciplinare e dell’identità del terroir. Abbiamo tre vigneti a tre altitudini differenti. Dettaglio non banale, poiché il nostro è un territorio in cui anche spostandosi di poche decine di metri la composizione del terreno può cambiare, così come il microclima. Oggi l’uva viene presa per la maggior parte da un vigneto storico, ma quando aumenteremo la produzione nel prossimo futuro utilizzeremo appieno anche gli altri”.

La competizione, in questo caso, non è con con vini francesi e spagnoli: è fra i produttori di Brunello di Montalcino

“Esatto. E sfido chiunque a trovare due Brunelli identici. Sembra controintuitivo, ma in quella che è la stessa tipologia di vino entrano in gioco una serie di fattori, a partire dalla tipologia del terreno e dall’esposizione al sole. Noi abbiamo avuto la fortuna di avere ereditato la zona che gode della migliore esposizione a Montalcino, quella che anticamente veniva chiamata il ‘Tuorlo d’uovo’, la parte più preziosa e centrale del territorio, vale a dire quella propriamente vocata alla produzione di Brunello, che guarda verso il monte Amiata e il mare”.

“L’uva viene selezionata grappolo a grappolo e colta a mano per poi essere portata direttamente in cantina per la lavorazione e la fermentazione. Operando su un’eccellenza iper-selezionata abbiamo la possibilità di seguire personalmente le fasi di lavorazione. Io stesso ogni settimana assaggio le varie annate per rendermi conto dell’evoluzione. Il percorso di affinamento in cantina è uno dei più lunghi e rigorosi al mondo e dura cinque anni”.

Con quale spirito accogliete i premi? E come spiegare a mercati giovani e sterminati come quello cinese che il Sangiovese non è semplicemente uva ma soprattutto cultura italiana?

“I premi ci fanno certamente piacere, ma il nostro obiettivo è prima di tutto quello di essere compresi. Il Brunello di Montalcino resta un vino per conoscitori e, per chi all’estero non è abituato, il Sangiovese, essendo un vitigno tipicamente italiano, è un prodotto più complesso da capire rispetto ad uve più diffuse. La capacità di apprezzare il buono e il bello arriva con la cultura, con l’esperienza, col saper vivere, col confronto. Per questo è essenziale aprirsi ad altre civiltà e altri mondi”.

Quale emozione prova nel progettare una bottiglia oggi immaginando chi la stapperà, magari, fra vent’anni?

“Una bottiglia di Brunello di Montalcino la vedo come una sorta di capsula del tempo. Stappare un’annata storica non è solo un atto di piacere sensoriale, ma un rito di evocazione. Quando versiamo un calice di una vendemmia di dieci o quindici anni fa, non stiamo solo assaggiando il frutto di un territorio, stiamo liberando l’atmosfera, il clima e la luce di quell’anno particolare. Bere un 2013, per esempio, oggi significa chiedersi:

Dov’ero io, cosa facevo, chi ero quando quest’uva maturava al sole di Montalcino?

Di certo questa è un’emozione grande”.

 

In collaborazione con Poggio degli Ulivi