Cibo ultraprocessato pericoloso come il fumo, servono nuove tasse: lo studio

Gli scienziati paragonano il junk food al tabacco, non solo per i rischi per la salute ma anche per come sono "progettati" al consumo

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Giorgia Bonamoneta

Giornalista

Nata ad Anzio, dopo la laurea in Editoria e Scrittura e un periodo in Belgio, ha iniziato a scrivere di attualità, geopolitica, lavoro e giovani.

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I cibi ultraprocessati creano dipendenza come il fumo. Almeno secondo lo studio effettuato dai ricercatori dell’Università del Michigan, di Harvard e della Duke University, condividono molte più caratteristiche con le sigarette che con frutta e verdura.

I cibi ultraprocessati sono molto lavorati, contengono additivi e sono spesso molto calorici e poco nutrienti. Per questo, secondo lo studio, avrebbero più caratteristiche in comune con le sigarette, perché progettati per creare dipendenza e associati a un rischio alto per la salute. Lo studio mette insieme scienze delle dipendenze, della nutrizione e storia della salute pubblica per verificare come i cibi ultraprocessati rappresentino un rischio significativo per la salute pubblica al pari del consumo di prodotti da tabacco.

Cibo ultra-processato come le sigarette: la “progettazione”

Le caratteristiche che cibi ultra-processati e sigarette condividono sono tante e partono, per esempio, dalla produzione. I cibi processati, infatti, sono molto lavorati: durante la produzione industriale si aggiungono additivi, tra cui coloranti e conservanti, ma anche quantità elevate di zucchero e sale.

Alcuni esempi citati nello studio sono:

  • bibite zuccherate;
  • piatti pronti;
  • pane in cassetta;
  • cereali zuccherati per la prima colazione.

Così anche le sigarette. Non sono prodotti naturali semplicemente confezionati, ma sono prodotti ingegnerizzati e, prosegue lo studio, progettati per creare dipendenza e spingere al consumo.

Quali sono i “peggiori”?

I prodotti ultra-processati sono indagati ormai da anni. Per esempio, la docente Josiemer Mattei presso la Harvard T.H. Chan School of Public Health ha pubblicato, insieme a una rosa di colleghi esperti in nutrizione, l’elenco di quali sono i peggiori cibi ultraprocessati.

L’intento dello studio era verificare quali sono i cibi direttamente associati a malattie cardiovascolari e da questa analisi è emersa una sorta di classifica dei cibi peggiori, che aumentano quindi il rischio di patologie vascolari.

Sono:

  • bevande zuccherate come le bibite gassate;
  • energy drink;
  • succhi di frutta industriali;
  • bevande aromatizzate al tè o latte;
  • carne lavorata come pancetta, salsicce di pollo e hot dog;
  • pesce lavorato come bastoncini di pesce impanati.

Quello che fa lo studio non è attaccare direttamente il singolo nutriente come lo zucchero o l’ingrediente come la carne, ma l’insieme degli ingredienti e il modo in cui questi vengono industrializzati per creare dei cibi super zuccherati e facili da consumare, spesso pensati per i più piccoli.

La strategia di marketing: healthwashing

Se accanto alla produzione si mette infatti la strategia di marketing,  sigarette e prodotti industriali si somigliano ancora di più. Infatti, le strategie utilizzate spingono all’aumento dell’attrattiva al consumo. La ricerca punta anche a come la strategia di marketing sia capace di plasmare la percezione del pubblico sul consumo, partendo da slogan che sono in realtà “healthwashing”, come “a basso contenuto di grassi” o “senza zucchero”.

Ricordano, si legge, le pubblicità per i filtri delle sigarette negli anni ’50: non c’erano prove dei benefici per la salute rispetto al consumo senza filtri, eppure ebbero un forte impatto sui consumatori.

Regolamento sui cibi ultra-processati

Lo studio pubblicato sulla rivista di salute Milbank Quarterly si conclude con i suggerimenti da parte dei ricercatori su cosa fare in merito a questo fenomeno. Bisognerebbe, si legge, valutare gli alimenti ultraprocessati non solo attraverso la lente nutrizionale, ma con gli stessi criteri con cui viene trattato il tabacco.

Tra i suggerimenti rientrano restrizioni di marketing, una migliore etichettatura, ma anche interventi come tasse o limiti alla disponibilità nelle scuole e negli ospedali.