Reddito di cittadinanza addio: a chi vanno i bonus alternativi di Meloni

È ufficiale, il governo ha deciso per lo stop al reddito di cittadinanza: già dal 2023 le domande non verranno più accolte e verranno introdotti nuovi sussidi

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Federica Petrucci

Consulente del lavoro, redattore

Laureata in Scienze Politiche presso l'Università di Palermo e Consulente del Lavoro abilitato.

È ufficiale, il governo Meloni ha deciso per lo stop al reddito di cittadinanza: già dal 2023 le domande non verranno più accolte e si passerà a un nuovo sistema di sussidi. Quello annunciato dall’esecutivo sembrerebbe un vero e proprio meccanismo di “bonus malus”, con il quale si vuole incentivare l’inserimento al mondo del lavoro di chi è disposto ad accettare le nuove condizioni, facendo cadere subito alcuni dei benefici invece fino ad ora garantiti dal legislatore.

Ma vediamo, nello specifico, cosa cambia.

Addio al reddito di cittadinanza: cosa prevede la riforma annunciata da Giorgia Meloni

La riforma del reddito di cittadinanza annunciata da Giorgia Meloni in conferenza stampa sarà inserita nella prossima legge di bilancio. Lo stop al sussidio Inps sarà definitivo nel 2024, ma già dal 2023 non sarà più possibile presentare domanda.

In sostanza, su questo punto il nuovo governo ha mantenuto le promesse fatte in campagna elettorale: togliere la card RdC a chi può lavorare, continuando a garantire sostegno invece a chi non è nella condizione di farlo.

“In questa manovra manteniamo gli impegni in tema di reddito di cittadinanza”, ha detto la premier al termine dei lavori del consiglio dei ministri. “Abbiamo sempre detto che il reddito di cittadinanza era una misura sbagliata perché in uno stato giusto non mette nello stesso piano l’assistenza di chi può lavorare e chi non può farlo – ha poi aggiunto la stessa- ed è esattamente da questa filosofia che ci muoviamo”.

Come cambia, quindi, il sussidio dopo la riforma Meloni? “Si continua a tutelare chi non può lavorare”, ha dichiarato la presidente, ovvero:

  • disabili
  • anziani
  • famiglie prive di reddito con minori a carico;
  • donne in gravidanza.

“Per tutti gli altri, per chi è in condizioni di lavorare, il reddito di cittadinanza viene abolito alla fine del 2023 – ha poi concluso Meloni – e nel 2023 non potrà più essere percepito per più di otto mesi complessivi e, in ogni caso, decade al rifiuto della prima offerta di lavoro”.

L’alternativa di Meloni al reddito di cittadinanza

Il 2023 per i percettori del reddito di cittadinanza sarà quindi un anno ponte. Se tuttavia la premier è stata chiara su chi perderà subito la card RdC (delle categorie escluse ve ne abbiamo parlato qui), meno dettagli invece si hanno su come verranno garantiti gli aiuti a chi si trova nelle condizioni di poterli richiedere. La domanda è: se già dal 2023 non si potrà più fare richiesta, chi è in difficoltà e rientra nelle categorie elencate da Meloni (disabili, anziani, famiglie prive di reddito con minori a carico e donne in gravidanza) a chi dovrà rivolgersi? Che tipo di aiuti riceverà? E mediante quali modalità?

Questa sono delle domande rimaste aperte, perché non sappiamo ancora se verranno assegnati dei bonus specifici o se invece verranno estesi quelli approvati in manovra per le famiglie in difficoltà (qui l’elenco degli aiuti) mentre sappiamo già con certezza – grazie a una nota del ministero dell’Economia – che dal 1° gennaio 2023 alle persone tra 18 e 59 anni abili al lavoro (eccezione fatta appunto per coloro che hanno nel nucleo familiare disabili, minori o persone a carico con almeno 60 anni d’età) il sussidio sarà ridotto fino a un massimo di 8 mensilità a fronte delle attuali 18 rinnovabili.

Sempre ritornando a quel meccanismo di “bonus malus” accennato sopra, invece, per i cosiddetti “occupabili” è prevista la partecipazione a un corso di formazione o riqualificazione professionale, di durata pari ad almeno sei mesi, propedeutico all’eventuale riconoscimento del reddito di cittadinanza. Ancora una volta, però, non sappiamo che tipo di sostegno economico verrà garantito nel frattempo a chi – pur essendo in grado di lavorare – un lavoro non ce l’ha. Rimane da decidere anche la definizione di “offerta congrua”, rifiutata la quale si perde il diritto al sussidio Inps.

Secondo le stime Inps, a queste condizioni, sarebbero oltre 400mila le famiglie che dovrebbero perdere l’assegno, mentre per circa 635 mila verrebbe confermato.