Natuzzi, fallite le trattative per evitare la chiusura: cosa succede ai lavoratori

Nessun accordo al Ministero tra azienda e sindacati. Il piano di riorganizzazione del gruppo prosegue, ma Governo e istituzioni tentano di riaprire il confronto per salvaguardare occupazione e produzione

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Maurizio Perriello

Giornalista politico-economico

Giornalista e divulgatore esperto di geopolitica, guerra e tematiche ambientali. Collabora con testate nazionali e realtà accademiche.

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Le trattative per evitare il piano chiusure di Natuzzi si sono risolte in un fallimento. Il confronto tra l’azienda e i sindacati presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit) si è concluso senza un accordo. Tradotto: il piano di ristrutturazione del gruppo proseguirà, almeno per il momento, secondo le linee già indicate dall’azienda.

Sul tavolo restano dunque la chiusura di tre dei cinque stabilimenti in provincia di Bari, la riduzione della capacità produttiva e il trasferimento di parte delle attività in Romania. La mancata intesa non chiude però definitivamente la partita. Governo, Regione Puglia e parti sociali stanno infatti cercando di riaprire il dialogo per evitare conseguenze pesanti sul fronte occupazionale.

Perché è saltata la trattativa al Ministero

Sulla carta, l’incontro al Mimit avrebbe dovuto rappresentare un passaggio decisivo per trovare un’intesa sul piano di rilancio presentato dall’azienda. Il negoziato si è però interrotto senza la firma del protocollo d’intesa.

I sindacati hanno giudicato inaccettabili alcuni punti del progetto industriale, in particolare la chiusura di tre stabilimenti e il trasferimento di alcune produzioni all’estero. Secondo le organizzazioni dei lavoratori, le condizioni proposte non offrivano sufficienti garanzie per la salvaguardia dell’occupazione e del tessuto produttivo del territorio.

Il gruppo, dal canto suo, ritiene invece che il piano sia indispensabile per ristabilire una situazione di equilibrio economico e finanziario. Natuzzi, com’è noto, è una delle aziende simbolo del settore dell’arredamento italiano, invischiata da tempo in un difficile percorso di risanamento economico.

Cosa prevede il piano di ristrutturazione di Natuzzi

Il progetto illustrato dalla società punta a ridurre i costi e riorganizzare l’assetto produttivo. Tra gli interventi previsti spiccano:

  • la chiusura di tre dei cinque stabilimenti presenti nel Barese;
  • una riduzione di circa il 50% della capacità produttiva;
  • il trasferimento di una parte delle lavorazioni negli impianti già presenti in Romania.

Secondo Natuzzi, queste misure rappresentano un passaggio necessario per adattare la struttura industriale all’attuale andamento del mercato internazionale e garantire la sostenibilità nel medio periodo. Il piano si inserisce in una strategia di riorganizzazione più ampia avviata negli ultimi mesi, allo scopo di fronteggiare un contesto economico particolarmente difficile.

Perché l’azienda vuole ridurre la produzione

Alla base della ristrutturazione permangono le difficoltà che da tempo interessano l’intero settore dell’arredamento. Nel corso degli incontri al Ministero, i vertici aziendali hanno spiegato che il gruppo continua a registrare perdite stimate in circa 4 milioni di euro al mese. A questo si aggiunge una revisione al ribasso delle previsioni di vendita per il 2026.

Tra i fattori che hanno inciso maggiormente sulle decisioni di Natuzzi figura il rallentamento della domanda internazionale. Con particolare riferimento al mercato statunitense, tradizionalmente uno dei principali sbocchi commerciali per il comparto del mobile italiano. La riduzione delle esportazioni e l’incertezza economica globale hanno spinto l’azienda a rivedere il proprio modello produttivo.

Cosa succede ai lavoratori

La vertenza coinvolge migliaia di dipendenti. Nelle settimane precedenti era stato raggiunto un accordo tra azienda e sindacati per il ricorso alla cassa integrazione straordinaria, fino a un massimo del 62%, che interessa 1.755 lavoratori.

Per Natuzzi si trattava del primo passo del piano di riorganizzazione. Il mancato accordo sulla ristrutturazione, però, lascia aperte molte incognite sul futuro occupazionale degli stabilimenti pugliesi. Le organizzazioni sindacali continuano a chiedere soluzioni alternative che consentano di evitare la chiusura dei siti produttivi e di limitare il ricorso alla delocalizzazione.