La delocalizzazione bussa ancora una volta alle porte del Sud. Natuzzi ha annunciato lo smantellamento di due stabilimenti in Puglia e Basilicata. A partire da metà luglio 2026 lo stabilimento di Santeramo in Colle, a Bari, chiuderà definitivamente i battenti, ma non è l’unico. Una parte consistente della produzione del marchio di arredamento verrà trasferita in Romania, lasciando l’Italia con soli due siti attivi sui quali ridistribuire i lavoratori e le lavoratrici.
La decisione non piace ai sindacati, che accusano l’azienda di aver tradito gli accordi sulla cassa integrazione siglati solo pochi mesi fa.
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Chiude Santeramo: Natuzzi si trasferisce in Romania
Natuzzi ha reso noti i piani aziendali, che prevedono una riduzione della presenza sul suolo italiano, la quale passa da cinque a due stabilimenti attivi, con spostamento del lavoro in Romania.
A partire dal secondo semestre del 2026, la storica sede di Santeramo in Colle cesserà definitivamente le attività, mentre per le sedi di Graviscella e Iesce 2 è stato annunciato un fermo produttivo di 12 mesi, con spostamento parziale della produzione in Romania.
Alcune linee produttive infatti saranno spostate in nuovi stabilimenti in Romania. Sempre secondo la nota diffusa dall’azienda, la scelta è stata motivata dalla necessità di arginare le marginalità negative causate dagli alti costi industriali del Polo Italia e di rispondere a una contrazione dei volumi di mercato.
L’azienda da parte sua assicura che il piano mira a conservare l’intero perimetro occupazionale attraverso la redistribuzione del personale nei due siti sopravvissuti al taglio, ma i dipendenti, che già da vent’anni si alternano nella cassa integrazione, hanno alzato la voce.
La protesta dei sindacati
Le organizzazioni sindacali hanno quindi reagito al piano dell’azienda. Durante l’incontro i rappresentanti di Cisl, Cgil e Uil non solo hanno rigettato il piano, giudicandolo “inaccettabile”, ma hanno anche accusato l’azienda di aver tradito gli accordi presi in precedenza.
La critica arriva dopo che l’azienda aveva firmato un accordo, in occasione della modifica della cassa integrazione, ora del tutto disatteso. L’intesa prevedeva un compromesso, con i sindacati che accettavano l’estensione dell’ammortizzatore sociale, facendo salire la percentuale del personale coinvolto dal 45% al 62%, ma solo a patto che la produzione restasse in Italia.
Ora i lavoratori temono che il fermo di 12 mesi per i due stabilimenti sia solo l’inizio di uno smantellamento definitivo. E non sarebbe neanche la prima volta che succede, perché c’è un precedente con la chiusura della sede di Ginosa nel 2013 o i più recenti licenziamenti.
Ignazio Savino, segretario generale della Fillea Cgil Puglia, ha espresso una forte preoccupazione per la tenuta del territorio:
Questo annuncio che si è presentato immodificabile da parte della direzione aziendale produce effetti pesantissimi su lavoratrici e lavoratori delle comunità locali. La prospettiva di arrivare a chiudere tre stabilimenti su cinque in un contesto già segnato da processi di deindustrializzazione, avrebbe un impatto socioeconomico rilevante sull’occupazione e sulla tenuta del tessuto produttivo, mentre Puglia e Basilicata discutono sul rilancio e vocazione produttiva nel distretto del mobile imbottito.
Incontro a Roma l’11 giugno
Con l’impossibilità di discutere, la mobilitazione è già stata chiamata. In vista del prossimo incontro fissato per l’11 giugno a Roma presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, le sigle sindacali stanno organizzando un presidio con i lavoratori per chiedere l’immediato blocco del piano di Natuzzi.
Il segretario del PD pugliese, Domenico De Santis, e il consigliere regionale Ubaldo Pagano hanno chiesto un intervento da parte del governo per fermare la desertificazione industriale dell’area.
Dicono i democratici:
bisogna invertire la rotta e puntare a un processo strutturato di reindustrializzazione del comparto, partendo dagli stabilimenti Natuzzi.
Chiedono quindi un intervento del governo, un segnale forte e chiaro, sulla vertenza che coinvolge l’intero distretto del salotto, definita l’anima produttiva della Puglia.