Lavoro, salari da fame in Italia: 1 su 10 è sulla soglia di povertà

Nel 2019 l'11,8% dei lavoratori italiani era povero, contro una media europea del 9,2%.

Lavorare non è sempre sufficiente ad allontanare la povertà. In Italia, il fenomeno della povertà lavorativa è più marcato che negli altri Stati europei: l’indicatore prodotto da Eurostat (l’ufficio europeo di statistica) e adottato dall’Unione Europea mostra che nel 2019 l’11,8% dei lavoratori italiani era povero, contro una media europea del 9,2%. La percentuale di lavoratori poveri è notevolmente aumentata negli scorsi 15 anni.

Numeri

L’indicatore europeo rileva nel 2017 in Italia un’incidenza della povertà lavorativa (quota di poveri “familiari” fra chi lavora almeno 7 mesi) pari al 12,3% in netta crescita dal 9,4% del 2006. Se però nel calcolo si includono tutti quelli che sono stati occupati almeno 1 mese e che reputano il lavoro come il loro status prevalente, il dato cresce al 13,2% e 10,3%, rispettivamente nel 2017 e nel 2006. La pandemia da Covid-19 ha presumibilmente esacerbato il fenomeno, esponendo a più alti rischi di disoccupazione chi aveva contratti atipici e riducendo il reddito disponibile di chi ha avuto accesso agli ammortizzatori sociali e alle misure emergenziali introdotte per far fronte alle conseguenze della recessione. Questo il quadro che emerge dalla Relazione del Gruppo di lavoro sugli “Interventi e misure di contrasto alla povertà lavorativa”, istituito dal ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Andrea Orlando.

Povertà lavorativa

Secondo l’indicatore adottato dall’Unione Europea, un individuo è considerato in-work poor (IWP) se dichiara di essere stato occupato per un certo numero di mesi (solitamente sette) nell’anno di riferimento e se vive in un nucleo familiare che gode di un reddito equivalente disponibile inferiore alla soglia di povertà stabilita, solitamente il 60% del reddito mediano nazionale. In un’ottica “familiare”, una persona con un salario molto basso può non trovarsi in una condizione di povertà se vive in un nucleo con altri percettori di reddito, mentre può essere un lavoratore povero chi riceve un salario dignitoso ma il suo reddito non è sufficiente ai bisogni di un nucleo familiare numeroso in cui è l’unico lavoratore.

Dietro l’aumento della povertà lavorativa degli ultimi 15 anni si nascondono, oltre a salari stagnanti, l’aumentata instabilità delle carriere e l’esplosione del tempo parziale “involontario”, determinate dalla debolezza della struttura economica italiana (e quindi la crescita di “lavoretti” a basso valore aggiunto) ma anche da cambiamenti strutturali, come un aumento del peso dei servizi. Più che nella manifattura, infatti, nei servizi i lavori possono essere spezzettati in brevi fasce orarie, in alcuni casi assegnando alcune attività a società esterne per il minimo di ore possibili. Anche se valutati su base familiare, i rischi di povertà lavorativa – rileva il Rapporto – sono strettamente collegati alla forma contrattuale: nel 2017 l’incidenza di povertà lavorativa sale dal 12,1% per chi lavora prevalentemente come dipendente al 17,1% per chi è in prevalenza autonomo. Il rischio di povertà lavorativa è concentrato tra i lavoratori che lavorano solo pochi mesi all’anno.

I redditi individuali da lavoro percepiti in un anno (l’unità di tempo solitamente considerata nelle analisi distributive) dipendono dall’interazione di tre fattori fondamentali:

  • se si è o meno occupati nel corso dell’anno;
  • il “salario unitario”;
  • i tempi di lavoro.

Per chi lavora un intero anno a tempo parziale l’incidenza della povertà lavorativa sale al 19,4% e tale incidenza si riduce quasi linearmente all’aumentare dei mesi lavorati nell’anno e in quei nuclei familiari in cui c’è un solo percettore di reddito. Il rischio di bassa retribuzione (la quota di lavoratori con retribuzioni individuali inferiori al 60% della retribuzione mediana) dipende unicamente dagli esiti individuali nel mercato del lavoro.

Coerentemente col ben noto fenomeno del divario retributivo di genere (gender pay gap), guardando al reddito da lavoro annuo netto, la quota di lavoratori poveri così definiti risulta, nel 2017, pari al 16,5% fra gli uomini e al 27,8% tra le donne (è il 22,2% in totale, in forte crescita dal 17,7% del 2006). Inoltre, laddove non si consideri l’effetto compensativo svolto dai redditi familiari, il rischio di bassa retribuzione risulta elevatissimo (53,5%) tra chi nell’anno lavora prevalentemente a tempo parziale. L’intervento redistributivo attenua il rischio di basse retribuzioni, ma solo per i lavoratori dipendenti La redistribuzione attraverso il sistema fiscale e di trasferimenti attenua i rischi di bassa retribuzione dato che la frequenza di individui con retribuzione inferiore al 60% della mediana scende nel 2017 dal 24,2%, al 22,2% e al 20,9% quando si guarda, rispettivamente, ai redditi lordi, a quelli netti e a quelli netti inclusivi anche degli ammortizzatori sociali (per riferimento si considera la mediana di ogni specifica distribuzione). Tuttavia, il quadro redistributivo avvantaggia unicamente i dipendenti, che versano a loro carico una minore aliquota contributiva rispetto agli autonomi e sono gli unici a beneficiare degli ammortizzatori sociali. Nel caso dei dipendenti, infatti, il rischio di bassa retribuzione scende dal 24,5% al 19,7% quando si considerano imposte e contributi mentre per gli autonomi tale rischio sale dal 23,0% al 25,1% in seguito alla redistribuzione dato che cambia la loro posizione relativa rispetto alla retribuzione mediana (dove la mediana cambia a seconda della dimensione reddituale considerata).

La continuità lavorativa durante l’anno è cruciale. Oltre che dai tempi di lavoro, il rischio di bassa retribuzione è, come atteso, strettamente correlato al numero di mesi lavorati. Tale rischio è, infatti, pari a circa il 75% fra chi lavora 6 mesi l’anno e si riduce a poco meno del 20% (un valore comunque molto elevato) per chi è occupato continuativamente nell’anno. Analogamente, mentre in media il rischio di bassa retribuzione è intorno al 14% fra chi lavora tutto l’anno con contratto a tempo pieno, tale rischio eccede il 40% fra chi trascorre almeno 7 mesi l’anno con un contratto a tempo parziale.

Cinque proposte per ridurre gli squilibri

Garantire minimi salari adeguati per combattere la povertà lavorativa tra i lavoratori dipendenti e potenziare l’azione di vigilanza documentale basata sui dati che le imprese e i lavoratori comunicano alle Amministrazioni pubbliche. Queste alcune delle proposte emerse dal Gruppo di lavoro “Interventi e misure di contrasto alla povertà lavorativa”, alle quali si aggiunge la necessità di introdurre un “in-work benefit” che permetterebbe di aiutare chi si trova in situazione di difficoltà economica e incentiverebbe il lavoro regolare; oltre a incentivare il rispetto delle norme da parte delle aziende e aumentare la consapevolezza di lavoratori e imprese e, infine, promuovere una revisione dell’indicatore UE di povertà lavorativa. “Il Gruppo di lavoro – ha spiegato l’economista del lavoro presso la Direzione per l’Occupazione, il Lavoro e gli Affari Sociali dell’OCSE, Andrea Garnero – ha scelto di concentrarci su due proposte predistributive che agiscono, cioè, sui redditi di mercato, una redistributiva e due trasversali. Le proposte su cui si concentra questa Relazione non vanno intese come indipendenti una dall’altra né come alternative funzionali. Piuttosto, esse vanno considerate nel complesso, così possono completarsi e rafforzarsi a vicenda, con l’obiettivo di contrastare il fenomeno”. Le cinque proposte – sottolinea la Relazione – vanno considerato nel complesso perché nessuna di esse presa in isolamento è risolutiva, ma soprattutto perché se non combinate con altre, alcune proposte rischiano di essere inefficaci (per esempio, un salario minimo senza controlli più stringenti) o addirittura dannose (un in-work benefit senza minimi salariali adeguati e rispettati).