Berco verso i licenziamenti collettivi, protesta a Copparo e chiusura a Castelfranco

Crisi Berco: procedura di licenziamento per 247 lavoratori a Copparo e sciopero di otto ore, a Castelfranco il 31 marzo si chiude

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Mauro Di Gregorio

Giornalista politico-economico

Laurea in Scienze della Comunicazione all’Università di Palermo. Giornalista professionista dal 2006. Si interessa principalmente di cronaca, politica ed economia.

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La vertenza Berco accelera su un doppio binario: a Copparo (Ferrara) il lavoro in fabbrica c’è ancora ma sotto il rischio licenziamento mentre a Castelfranco Veneto (Treviso) la fabbrica chiude e il lavoro scompare.

A partire dal 1° marzo scatterà la disdetta del contratto aziendale, mentre è già stata avviata la procedura di licenziamento collettivo per 247 lavoratori Berco dello stabilimento di Copparo, in provincia di Ferrara. Questi licenziamenti si vanno a sommare ai 153 lavoratori già usciti con la mobilità volontaria incentivata chiusasi il 16 gennaio. In totale si parla di oltre 400 posti di lavoro coinvolti nella crisi Berco. A Castelfranco la chiusura certa è fissata al 31 marzo.

Crisi Berco, sciopero a Copparo

Una decisione che l’azienda giustifica con la necessità di “garantire la sostenibilità a lungo termine” in un contesto segnato dall’aumento dei costi energetici e delle materie prime, oltre che dagli effetti delle guerre sul fatturato.

Motivazioni che però non convincono i sindacati o i lavoratori, già mobilitati dal 5 febbraio contro la disdetta dell’integrativo e ora pronti a una nuova escalation della protesta: nella giornata del 10 febbraio sono previste otto ore di sciopero, con presidi davanti alle portinerie dello stabilimento di Copparo.

La reazione delle segreterie provinciali di Fim Cisl, Fiom Cgil e Uilm è netta:

Dopo la disdetta della contrattazione aziendale, ora un altro atto grave e irresponsabile che dimostra il totale disinteresse dell’azienda per il destino dei propri dipendenti e del territorio. Berco sta scegliendo la strada più facile e brutale: colpire i lavoratori invece di cercare soluzioni condivise. È inaccettabile che, nonostante gli sforzi dei dipendenti e le richieste delle rappresentanze sindacali di aprire un vero confronto, l’azienda si rifiuti di esplorare alternative ai licenziamenti.

Si invoca il tavolo di crisi

Da qui la richiesta di un tavolo di crisi istituzionale con la presenza diretta della multinazionale tedesca, per individuare strumenti di salvaguardia occupazionale e un piano industriale credibile per il sito di Ferrara.

Il fronte sindacale nazionale definisce ingiustificabile l’apertura della procedura di mobilità a pochi giorni dall’incontro già fissato per il 13 febbraio al Ministero delle Imprese e del Made in Italy. La richiesta al ministro Adolfo Urso è chiara: convocare i vertici di Thyssenkrupp e ristabilire un quadro di confronto che eviti decisioni unilaterali mentre le istituzioni si sono fatte garanti di una “gestione ordinata della crisi”.

Sul fronte delle istituzioni regionali, l’assessore al Lavoro Giovanni Paglia ha scritto al Mimit indicando in Thyssenkrupp l’unico soggetto in grado di chiarire gli obiettivi di medio-lungo periodo del gruppo su Ferrara. Paglia chiede il ritiro degli ultimi provvedimenti e rivendica il ruolo delle istituzioni, che non possono, dice,

essere messe di fronte a fatti compiuti, mentre si sono fatte garanti di un percorso di gestione ordinata della crisi.

Chiude Berco a Castelfranco

Se Copparo vive la minaccia dei licenziamenti, Castelfranco saluta la fine definitiva della produzione. Il 31 marzo lo stabilimento Berco di Borgo Padova chiuderà i battenti, mettendo la parola fine a una storia industriale iniziata nel 1989 sulle ceneri della Simmel, presente nell’area dal 1948.

Oggi restano una cinquantina di addetti a presidiare l’uscita di scena; negli anni d’oro erano oltre cinquecento. La crisi del comparto delle macchine movimento terra, iniziata nel 2008 ha progressivamente eroso commesse e organici. Il cuore produttivo era stato spostato su Copparo, mentre Castelfranco scivolava ai margini.

Negli ultimi mesi erano circolate ipotesi di riconversione in chiave militare, anche alla luce degli annunci del ministro Urso e del possibile coinvolgimento di Leonardo, che ha stretto un accordo con Rheinmetall per la produzione in Italia di mezzi corazzati. Berco avrebbe potuto rientrare nella filiera realizzando cingoli per veicoli militari, richiamando il passato bellico della Simmel. Ipotesi rimaste sulla carta. La quasi totalità dei lavoratori ha accettato l’incentivo all’esodo da 57 mila euro lordi; alcuni hanno trovato ricollocazione in aziende del territorio, come la friulana Faber, riconvertita in parte alla produzione bellica, altri si avviano verso la Naspi, soprattutto chi è vicino alla pensione.