C’è chi paga già il POS con il microchip sottopelle

Il biohacker Patrick Paumen paga al ristorante o al supermercato usando solo la sua mano grazie alla tecnologia che si è fatto impiantare

La reazione dei cassieri è “impagabile” quando Patrick Paumen deve saldare il conto del ristorante o completare la spesa al supermercato. L’uomo, un addetto alla sicurezza residente nei Paesi Bassi, infatti, non usa carte di credito o il bancomat, e neanche i più moderni metodi di pagamento digitali attraverso lo smartphone. Il 37enne ha infatti iniziato a usare la propria mano al davanti ai POS.

La storia del biohacker Patrick Paumen, con 32 microchip sotto la pelle e le dita

Nel 2019 l’uomo si è fatto impiantare un microchip per i pagamenti contactless, poco più grande di un chicco di riso, sotto la pelle. Quando deve pagare qualcosa, lo fa avvicinando la sua mano sinistra ai terminali, facendo accendere un piccolo led che notifica la buona riuscita dell’operazione.

Il microchip per i pagamenti utilizza la tecnologia Nfc, acronimo di Near field Communication, o comunicazione di prossimità, la stessa che viene utilizzata dagli smartphone sia per le operazioni bancarie che per la lettura, ad esempio, della Carta d’identità elettronica, di cui vi parliamo qui.

Non si tratta neanche dell’unico dispositivo nel corpo del biohacker – un termine che identifica tutte le persone che cercano di modificare il proprio corpo e il suo funzionamento attraverso cambi radicali, e innaturali, delle abitudini, della dieta, del modo di pensare e agire, magari facendo ricorso alle nuove tecnologie e modificando l’aspetto e il funzionamento dell’organismo.

Patrick Paumen ha infatti, in tutto, 32 impianti, compresi dei magneti impiantati nelle dita e dei sensori che gli permettono di aprire e chiudere le porte e interagire con i dispositivi di domotica della sua abitazione. E non è il solo. Solo nel Regno Unito sono già stati venduti almeno 500 microchip sottocutanei. La tecnologia risale al 1998, ma solo negli ultimi dieci anni è diventata disponibile a livello commerciale.

Quali sono i rischi di avere un microchip sotto la pelle per la salute e la privacy

L’idea di farsi impiantare un sensore sotto la pelle potrebbe spaventare in molti, anche se un sondaggio del 2021 ha rivelato che il 51% degli europei si sottoporrebbe a un’operazione per poter utilizzare queste tecnologia. Ma quali sono i rischi che potrebbero derivare dall’avere un microchip sottocutaneo?

È necessario sottolineare che quelli che vengono impiantati in questo momento hanno ricevuto l’approvazione da parte degli enti regolatori. Sono sicuri, funzionano subito dopo il piccolo intervento, che non richiede particolari precauzioni, e rimangono nel sito di impianto senza disturbare l’ospite: sono piccolissimi e hanno un peso irrilevante.

Chi è contrario al biohacking tecnologico nutre il timore di rendersi più vulnerabile a furti di dati o addirittura ad attacchi esterni alla propria salute. Bisogna sapere però che le tecnologie utilizzate sono esattamente quelle contenute negli smartphone e negli altri dispositivi che ci accompagnano durante il corso delle giornate.

Inoltre il campo d’azione è molto limitato, e non permette di tracciare l’utente. Sia i microchip Nfc che quelli Rfid, che significa identificazione a radiofrequenza, permettono di riconoscere, confermare e memorizzare informazioni a breve distanza. Come avviene quando viene sparato il codice a barre di un prodotto o quando si utilizzano le carte di credito, che presto non avranno più la banda magnetica, come anticipato qui.

Con il progresso potrebbero iniziare a essere contenute all’interno dei microprocessori anche informazioni sensibili e potrebbe essere introdotta la possibilità di tracciarne la posizione. Per questo sarà necessario regolamentare ulteriormente il mercato e stabilire dei limiti per i produttori e per i servizi offerti dalle società, in modo da evitare un Far West con conseguenti problemi per la privacy e la sicurezza.

Perché impiantarsi un microchip sotto la pelle? A chi può essere d’aiuto

Ci sono persone che potrebbero beneficiare dall’utilizzo dei microchip sottocutanei, che non sono un semplice capriccio degli appassionati di tecnologia e di fantascienza. I pazienti con disabilità possono, grazie a questi semplici dispositivi, ad esempio, aprire le porte o le finestre, interagire facilmente con la tecnologia smart nonostante disturbi del linguaggio o difficoltà nella deambulazione.

Nuovi passi avanti di queste tecnologie potrebbero fare la differenza non solo per i biohacker, dunque, ma anche per tutti quegli individui che oggi necessitano di assistenza costante. E che i microchip, nonostante le possibili fughe di dati personali dei peggiori scenari, renderanno domani più liberi e indipendenti. Come ipotizza anche Elon Musk con il suo microchip cerebrale di cui vi abbiamo parlato qui.