Italia nel Board of Peace di Gaza come osservatore, quanto vale la ricostruzione

Il nostro Paese parteciperà come "Paese osservatore" alla prima riunione del Board prevista per giovedì 19 febbraio per tre motivi

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Maurizio Perriello

Giornalista politico-economico

Giornalista e divulgatore esperto di geopolitica, guerra e tematiche ambientali. Collabora con testate nazionali e realtà accademiche.

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L’Italia entrerà come Paese osservatore nel Board of Peace voluto dall’amministrazione Trump per gestire il dopoguerra nella Striscia di Gaza. Data l’importanza della mossa di politica estera, il vicepremier Antonio Tajani riferirà in Parlamento il 17 febbraio per spiegare la postura del nostro Paese nei confronti del dossier.

Pur presenziando al consiglio indetto dagli Usa giovedì, il governo italiano ha scelto di “osservare” l’evolversi della situazione in merito a tre questioni principali: l’impostazione costituzionale, l’opportunità di investimenti e la postura nei confronti dell’Ue e della comunità internazionale.

Perché l’Italia entra nel Board of Peace per Gaza come “osservatore”

L’ingresso con la qualifica di “Paese osservatore” nella riunione del Board of Peace del 19 febbraio consente all’Italia, potremmo dire, di prendere ancora tempo senza perdere tempo. Come ha sottolineato lo stesso Antonio Tajani, per il nostro Paese si tratta di un’opportunità economica e geopolitica:

Non possiamo restare fuori dalla ricostruzione di Gaza, anche questa è una chiave di lettura a proposito della nostra presenza da osservatori nel Board.

Il governo Meloni è già ampiamente coinvolto nelle discussioni sul futuro di Gaza e la decisione conferma il già dichiarato impegno per una stabilizzazione del Medio Oriente. Per contro, i Paesi europei e l’opposizione italiana affermano che la mossa indica un’Italia “asservita a Donald Trump“.

Accuse a cui ha risposto il ministro degli Esteri:

Mi sembrano accuse senza senso. Allora anche la Commissione Ue, che sarà presente con la responsabile del Mediterranco Dubravka Šuica, è asservita all’America?

Nella sostanza geopolitica, che non dà giudizi morali, l’Italia come il resto dei Paesi europei rappresentano satelliti degli Stati Uniti. Nel concreto vuol dire che le nostre traiettorie strategiche, cioè tutte le decisioni di politica estera extra-europee, vengono concertate con Washington.

Il rimanere agganciati al Board of Peace, anche in modalità non totale, consente inoltre all’Italia di dare maggiore slancio a quel Piano Mattei che prevede la proiezione economica e infrastrutturale in molte regioni dell’Africa.

Non è un caso, infatti, che l’annuncio della partecipazione al vertice su Gaza sia giunto al termine del viaggio di Stato di Giorgia Meloni in Etiopia per stringere accordi nell’ambito dell’Unione Africana.

C’è però anche un fronte interno da verificare, e riguarda la Costituzione.

La Costituzione italiana vieta di entrare nel Board of Peace?

Sebbene l’intento dell’esecutivo sia quello di partecipare a pieno titolo al Board of Peace, diventando più che “osservatori”, è necessario che sulla questione si pronunci il Parlamento. Lo stesso Tajani ha parlato, riferendosi all’ingresso nella “nuova Onu” per la Striscia di

motivi insormontabili di incompatibilità costituzionale.

Le cose stanno così: l’Articolo 11 della nostra Costituzione sarebbe in contrasto con l’Articolo 9 dello Statuto del nuovo patto per Gaza. E né lo statuto del Board né i nostri vincoli costituzionali possono essere modificati. Il governo Meloni ha già però intrattenuto colloqui proficui con l’amministrazione Trump per ribadire il sostegno italiano, nonostante i limiti oggettivi di partecipazione.

Paesi come Francia, Germania e Spagna – storicamente propensi a contrastare i dettami statunitensi pur restando province dell’impero Usa – hanno deciso di non aderire.

Dal canto suo, l’Italia progetta di trarre vantaggio dal proporsi come alfiere dell’egemone globale nell’Europa comunitaria, rilanciando in questo modo la sua proiezione verso l’altra sponda del Mediterraneo, così strategica per i nostri interessi nazionali. L’obiettivo principe di Roma è dunque quello di porsi come centro di riferimento per gli Usa tra Ue, Nato e Mediterraneo allargato.

Quanto costerà la ricostruzione di Gaza

Sono in tutto 24 i Paesi che hanno già aderito al Board of Peace per Gaza. Con una sorta di “ticket di ingresso”, in base al quale ogni nazione deve versare un miliardo di dollari come quota di partecipazione alla ricostruzione della Striscia.

Niente di strano, è il modo “immobiliare” con cui Trump spesso conduce anche gli affari internazionali, sempre se supportato dagli apparati statunitensi (Cia, Pentagono, Dipartimento di Stato, Servizi segreti, eccetera). Ma il “fondo” comune non basterà da solo.

Le Nazioni Unite stimano che per ricostruire Gaza saranno necessari almeno 70 miliardi di dollari. Solo per riparare le infrastrutture fisiche (case, scuole, ospedali) serviranno oltre 30 miliardi. Il conflitto con Israele ha poi generato circa 55 milioni di tonnellate di macerie, una quantità tale da riempire 13 volte le Grandi Piramidi di Giza. La rimozione richiederà decenni. E costerà ancora di più.