Perché l’Italia si oppone alla direttiva Ue sull’aria

Nuovi limiti e paletti che non piacciono alle Regioni del Nord: ecco perché l'Italia e alcuni governatori si oppongono alla nuova direttiva Ue sull'aria

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Luca Bucceri

Giornalista libero professionista

Giornalista pubblicista esperto del mondo dello sport e delle due ruote, scrive di cronaca, politica e attualità. Collabora con Virgilio Notizie e Virgilio Motori, Yahoo e SportMediaset.

Eurofollia. Con questi termini le Regioni del Nord Italia hanno descritto la nuova direttiva dell’Unione Europea sulla qualità dell’aria, dei paletti che secondo i governatori dei territori del settentrione del Bel Paese non solo sarebbero irraggiungibili, ma anche e soprattutto insostenibili. Incrociano le braccia Regioni come la Lombardia, il Piemonte, il Veneto e l’Emilia-Romagna che di recente si sono mobilitati contro la direttiva presentando a Bruxelles il proprio dissenso.

I paletti della direttiva Ue

Al centro della polemica è finita la proposta di direttiva Ue relativa alla qualità dell’aria ambientale e per un’aria più pulita in Europa. Da Bruxelles, infatti, lo scorso 26 ottobre è arrivata in Commissione la proposta di revisione della normativa sulla qualità dell’aria, una posizione che rientra nella strategia del green deal europeo che ha l’obiettivo di migliorare la qualità dell’aria sul territorio europeo e conseguentemente anche quello della vita.

Una proposta che ha visto la Commissione scegliere dei nuovi paletti e mettere in atto un sistema di monitoraggio, definizione e pianificazione specifica della qualità dell’aria fissando dei valori limite intermedi. Dei valori-obiettivo per poter arrivare alla riduzione degli inquinanti, soglie di allarme e obiettivi a lungo termine da rispettare entro il 2030.

A essere messi sotto la lente di ingrandimento della direttiva Ue sono i valori limite di inquinanti atmosferici come arsenico, nichel, cadmio e benzo(a)pirene contenuti nella frazione PM10 del particolato atmosferico, ma anche soglie di allerta per l’esposizione a breve termine a livelli particolarmente alti di PM10 e PM2,5, in aggiunta alle soglie di allerta già esistenti per il biossido di azoto e il biossido di zolfo. Obiettivi che, come detto, dovranno essere raggiunti entro il 2030.

La posizione e la critica dell’Italia

Otto anni per adeguarsi, ma otto anni in cui tutto può cambiare e che in futuro poterà a nuovi limiti e nuove riduzioni. I limiti entreranno in vigore dal 1° gennaio 2030, ma già dal 2028 e ogni cinque anni i limiti potrebbero essere rivisti in base alle nuove evidenze scientifiche per allinearsi al parere dell’Oms.

Ma in Italia le Regioni del Nord si oppongono, perché i nuovi paletti messi dall’Ue sarebbero irragionevoli, folli e assolutamente irraggiungibili.

Tra i primi a puntare il dito contro la direttiva Ue sull’aria pulita c’è il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, che a Bruxelles ha presentato la sua posizione critica sull’argomento. Il governatore lombardo, infatti, ha presentato uno degli scenari peggiori per la sua Regione, perché stando a questi limiti oltre il 75% delle attività produttive nella Pianura Padana sarebbero costrette alla chiusura, per non parlare dei mezzi che sarebbero costretti a fermarsi. Ma a risentirne sarebbero anche i sistemi di riscaldamento, perché il 60% di quelli oggi presenti non sarebbero in regola.

Una posizione condivisa anche da Ciambetti e Cirio, rispettivamente consiglieri regionali di Veneto e Piemonte, che hanno definito “assolutamente irraggiungibili” le modifiche chieste dalla direttiva Ue. Più caute, invece, le posizioni di altri Paesi come la Francia e la Germania.

Ma a tutto ciò si aggiungono anche gli scienziati e gli esperti che di cautela e pragmatismo non ne vogliono sentire parlare. Perché serve una nuova direttiva ambiziosa che possa essere d’avvertimento, perché altra flessibilità e deroga nell’attuazione di misure per ridurre le emissioni di inquinanti non fa altro che aggravare i danni nel futuro.