Crack SVB, tsunami finanziario come nel 2008? Cosa rischiamo in Italia

Cosa può succedere dopo il crollo della Silicon Valley Bank in California e perché c'è stato il crack. Analogie con la crisi della Lehman Brothers?

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Miriam Carraretto

Giornalista di attualità politico-economica

Da vent'anni giornalista e caporedattrice per varie testate nazionali, è autrice di libri e contributi su progetti di sviluppo in Africa e fenomeni sociali.

La Silicon Valley Bank (SVB), specializzata in capitale di rischio, è stata chiusa la mattina di venerdì 10 marzo dalla Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC) della California dopo massicci prelievi da parte dei clienti il ​​9 e 10 marzo, innescati dal bisogno di liquidità e dai rumors di un possibile crack. Con sede a Santa Clara, SVB è stato il 16° istituto bancario statunitense, con un patrimonio di circa 210 miliardi di dollari, pari a oltre 197 miliardi di euro, e il più grande fallimento bancario dalla crisi finanziaria del 2008 innescata dalla Lehman Brothers che tutti ricordiamo.

La banca, ora sottoposta a fallimento e controllata dalla FDIC, ha riaperto lunedì 13 marzo con depositi fino a 250mila dollari garantiti dalla legge federale americana. Adesso, tutto dipende da quanto denaro verrà recuperato quando la banca verrà liquidata o venduta. Alla fine di dicembre 2022 – per aver un numero – SVB deteneva depositi per 175 miliardi di dollari. Il problema è che l’89% di questa ingente somma non era assicurato.

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Silicon Valley Back, perché è fallita

Il crack della Silicon Valley Bank rappresenta senza dubbio una grave minaccia a breve termine per molte società di capitali di rischio, in particolare nelle aree di San Francisco e Boston, dove si trova. Al momento non si conosce il numero di società che hanno ritirato i propri fondi, ma è molto probabile che molte start-up, che raccolgono liquidità che poi gradualmente bruciano, abbiano depositi ben superiori ai 250mila dollari garantiti.

Un crollo improvviso che ha sconvolto i mercati globali, lasciando miliardi di dollari appartenenti a società e investitori bloccati. Secondo gli esperti, a giocare un ruolo centrale sono stati senza dubbio gli aumenti aggressivi dei tassi di interesse da parte della Fed nell’ultimo anno, che hanno reso più complicate le operazioni finanziarie per le start-up, cuore pulsante della Silicon Valley californiana.

I problemi di SVB sono iniziati con il boom degli investimenti seguito all’inizio della pandemia Covid. Essendo la banca di riferimento per i venture capitalist e le start-up della California, la banca è stata inondata da miliardi di depositi di giovani aziende piene di liquidità grazie ai round degli investitori.

Secondo gli analisti c’era qualcosa come 130 miliardi di dollari in nuovi depositi nel 2020 e nel 2021, che SVB non poteva prestare tutti. Motivo per cui ha deciso di investirne gran parte in obbligazioni a lungo termine garantite dal governo Usa. Nel tentativo di raccogliere capitali per compensare i depositi in fuga, la banca ha perso 1,8 miliardi di dollari in buoni del Tesoro, i cui valori sono stati praticamente azzerati dagli aumenti dei tassi della Fed.

Secondo un’analisi di Reuters, le banche statunitensi hanno perso oltre 100 miliardi di dollari di valore del mercato azionario negli ultimi due giorni, quelle europee circa la metà, 50 miliardi.

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In arrivo nuova crisi finanziaria come nel 2008?

Il punto ora è capire se davvero, come qualcuno ha subito evidenziato, siamo sull’orlo di una enorme crisi finanziaria come quella del 2008, oppure se possiamo salvarci. La maggior parte degli analisti finanziari al momento ritiene che non ci troviamo di fronte a una minaccia alla stabilità finanziaria paragonabile a quella, drammatica, di allora.

I motivi sono diversi. Prima di tutto, pochissime banche hanno una così alta concentrazione di attività in un solo settore come SVB. Inoltre, nessuna altra banca nota ha una tale entità di perdite non realizzate sul proprio portafoglio di soli titoli detenuti fino alla scadenza. In quanto banca regionale, poi, la SVB era regolamentata in modo meno rigoroso rispetto ad altre banche statunitensi delle sue dimensioni. Ad esempio, non era soggetta al coefficiente di copertura della liquidità.

Altro elemento che dovrebbe metterci relativamente tranquilli poi è che, nonostante le sue dimensioni, ci sono abbastanza banche, sia negli Stati Uniti che all’estero, che possono rilevare le sue attività, anche se i limiti di deposito esistenti negli Usa potrebbero rappresentare un ostacolo di non poco conto.

Fondamentale anche l’intervento della Fed e del Tesoro USA che, dopo giorni di grande tensione, hanno annunciato la risoluzione delle due banche in crisi di liquidità – oltre a Silicon Valley Bank c’è anche Signature Bank – e la totale garanzia dei loro depositi. A partire dal 13 marzo, i clienti possono accedere ai propri conti e verranno risarciti di tutte le risorse depositate “senza alcuna perdita” e totalmente “a carico del contribuente” hanno assicurato.

“Queste azioni – assicurano le autorità USA – ridurranno lo stress in tutto il sistema finanziario, sosterranno la stabilità finanziaria e minimizzeranno qualsiasi impatto su imprese, famiglie, contribuenti e sull’economia in generale”. Restano però tensioni legate alla liquidità a causa della politica fortemente restrittiva attuata dalla banca centrale USA nell’ultimo anno. Per questo motivo la Fed renderà disponibili ulteriori finanziamenti alle banche, per complessivi 25 miliardi di dollari, in modo tale che siano in grado di onorare i loro debiti e soddisfare le richieste dei clienti.

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Crack SVB, quali rischi per l’Europa e l’Italia

In conclusione, potremmo essere di fronte a un caso in cui una banca, la Silicon Valley Bank, rappresenta un’anomalia del sistema. Il suo modello di business è stato sbagliato: ha gestito male la sua posizione di rischio investendo in titoli a tasso fisso e fissando rendimenti molto bassi. Ha cercato rendimenti più alti in anni in cui i rendimenti erano molto bassi, investendo in titoli con scadenze più lunghe, sopra i 5 anni, proprio come le obbligazioni.

Cosa sta succedendo intanto sui mercati esteri? La filiale britannica Silicon Valley Bank Uk, per la quale la Bank of England ha chiesto lo stato di insolvenza dopo il crack, è stata venduta al colosso Hsbc, con sede a Londra, primo istituto di credito europeo per capitalizzazione.

In Europa e in Italia potrebbe capitare qualcosa di simile? Molto difficile. Prima di tutto perché SVB come detto era concentrata praticamente su un unico settore e in una zona regionale molto ristretta e specifica per investimenti, quelli di start-up ad altissimo valore tecnologico. Questo modello in Europa non esiste.

Il direttore generale di ABi-Associazione Bancari Italiana Giovanni Sabatini, ha spiegato al Corriere della Sera che, con il cambio rapido di rotta della politica monetaria negli Usa e il conseguente aumento dei tassi di interesse, si è creato un disallineamento tra la durata dei depositi a breve e il portafoglio titoli con durate lunghe e a tasso fisso, e il cui valore è sceso per effetto del rialzo dei tassi. “Fino a quel momento, cioè fino a quando nessuno ha cominciato a ritirare i depositi, per la SVB il mismatch appariva gestibile”. Poi non lo è stato più.

Molto improbabile che possa avvenire da noi qualcosa di analogo, perché le banche europee e italiane osservano in modo stringente le regole di Basilea 3. “In generale, le banche europee hanno 3 mila miliardi di liquidità in eccesso, pari a un quarto dei depositi. In Italia il liquidity coverage ratio, cioè l’indice che dice per quanti giorni una banca può coprire con le sue riserve i fabbisogni di liquidità, è del 160%, mentre il net stable funding ratio, che misura la capacità di equilibrio tra attività e passività, è del 130%, ben al di sopra del 100% richiesto”.

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