Migliaia di posti di lavoro a rischio in Italia: cosa sta succedendo

Inflazione, crisi energetica, prezzi sempre più alti e insostenibili per le aziende rischiano di scatenare un effetto domino coinvolgendo anche il comparto lavoro

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Federica Petrucci

Consulente del lavoro, redattore

Laureata in Scienze Politiche presso l'Università di Palermo e Consulente del Lavoro abilitato.

Inflazione, crisi energetica, prezzi sempre più alti e insostenibili per le aziende rischiano di scatenare un effetto domino che coinvolgerà inevitabilmente anche il comparto lavoro: l’Italia rischia seriamente di dover fare i conti con una delle recessioni peggiori di sempre, aggravata da un sistema economico già instabile a causa della pandemia e da un Erario statale che non può assicurare grandi liquidità.

La minaccia concreta, quindi, è che questa situazione si trascini dietro tutta una serie di problemi che finiranno col coinvolgere anche altri settori. A confermarlo anche il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli.

I posti di lavoro a rischio

Intervenuto all’assemblea di Confcommercio Campania, Sangalli ha dichiarato che “almeno 120mila piccole imprese potrebbero cessare l’attività con la perdita di oltre 370mila posti di lavoro” entro il prossimo anno. Questo perché, come spiegato, le situazioni di emergenza che si stanno sviluppando su più fronti – economico, geopolitico etc. –  si sommano alla “debolezza strutturale della crescita e dei consumi unita ad una eccessiva pressione fiscale, che caratterizza la nostra economia”.

L’invasione russa dell’Ucraina a febbraio ha fatto impennare i prezzi dell’energia e dei generi alimentari, erodendo il potere di spesa dei consumatori e minacciando di scatenare una crisi energetica che lascerà produttori e famiglie a corto di gas nel prossimo inverno. Le aziende già oggi non riescono nella maggior parte dei casi a sostenere i costi di gestione (dalle bollette troppo alte all’acquisto della materia prima) e così annunciano chiusure, stop temporanei della produzione e tagli del personale.

L’instabilità geopolitica causata dalla guerra in Ucraina ha anche contribuito a violente oscillazioni dei mercati, mentre ha esacerbato l’inflazione spingendo i costi di petrolio e gas (qui il nuovo listino di benzina e diesel, che aumentano di nuovo). E di fatto la possibilità di una contrazione economica dipende proprio dall’accentuarsi di questi problemi, tra cui appunto un’inflazione ostinatamente elevata e il potenziale rischio di ulteriori disordini geopolitici.

La crisi a effetto domino incalza: a cosa andiamo incontro?

Purtroppo, ad oggi, le prospettive non sono rosee (né per l’Europa né per l’Italia). Dopo la minaccia di ricorrere al nucleare, in Russia le acque continuano ad agitarsi. Il gruppo energetico russo Gazprom ha affermato questa settimana che i flussi attraverso il suo principale gasdotto Nord Stream 1 verso la Germania sono stati dimezzati a circa un quinto dei loro livelli normali. La versione ufficiale è che questo rallentamento sia stato conseguente a problemi legati alla manutenzione (anche se i dubbi sono tanti, e avevamo approfondito qui). Tuttavia, questo incidente non ha fatto altro che intensificare le preoccupazioni sulle forniture di energia da parte di Mosca all’Europa. Non a caso, i prezzi del gas nella zona Euro sono aumentati del 30% in soli due giorni.

Una prolungata riduzione dei flussi di gas russo verso l’Europa potrebbe impedire ai Paesi di riempire sufficientemente i loro impianti di stoccaggio prima della stagione fredda, costringendo a razionare le forniture per gli utenti e le industrie. Questo, come ha avvertito il Fondo Monetario Internazionale, andrebbe a colpire i principali settori commerciali, riducendo drasticamente la crescita in UE e peggiorando le prospettive di ripresa 2022/2023.

Nel frattempo, secondo il sondaggio mensile della Commissione europea, tra la fine di settembre e ottobre, la fiducia dei consumatori è scesa a un minimo storico e le banche stanno anche stringendo l’offerta di prestiti a famiglie e imprese nell’Eurozona (qui i tassi Bce), una tendenza che probabilmente accelererà dopo che la Banca centrale europea ha alzato nuovamente i tassi di interesse.

Lo scenario da incubo sia per la BCE che per i governi sarebbe la stagflazione, con un’interruzione delle forniture di gas russe che manda l’eurozona in recessione mentre la crisi energetica e un euro più debole continuano a far salire i prezzi ancora.

Cosa farà il governo Meloni?

Le aziende, sia piccole che medio-grandi, non sono immuni agli effetti della crisi. Ma come influirà effettivamente l’inflazione sul mercato del lavoro? I datori di lavoro devono trovare il modo di tagliare i costi per ottenere un profitto, mentre i lavoratori chiedono una retribuzione più elevata per combattere l’aumento del costo della vita. È uno strano effetto domino che corrode più settori.

Circa un anno fa, a febbraio 2021, quando entrava in carica il governo Draghi, l’indice armonizzato dei prezzi al consumo cresceva dell’1%. Oggi lo stesso indice, secondo i dati Istat, cresce del 9,5%. I costi energetici invece sono aumentati del 45%, e la tendenza al rialzo non è destinata a fermarsi, poiché i report confermano che i prezzi dell’energia elettrica per una famiglia tipo in Italia aumenteranno ancora del 59%.

Con questi numeri dovrà fare inevitabilmente i conti Giorgia Meloni. Da quando sono stati resi noti i risultati elettorali la nuova premier ha rilasciato pochissime dichiarazioni, non è più apparsa nei salotti televisivi e non ha concesso interviste. Restano quindi tutte le promesse fatte in campagna elettorale, tra cui:

  • la protezione del potere d’acquisto di lavoratori e famiglie attraverso la detassazione e la riduzione delle tasse sui premi produzione;
  • il potenziamento del welfare aziendale e innalzamento della soglia di detassazione dei fringe benefit;
  • il sostegno a chi fa impresa e crea ricchezza e posti di lavoro in Italia;
  • ridurre le tasse sul lavoro, per professionisti e imprese.

Sul fronte energia, invece, la leader di Fratelli d’Italia aveva promesso l’immediata costituzione di un’unità di crisi su energia e caro bollette, nonché il contrasto alle speculazioni finanziarie sui costi delle materie prime e l’istituzione di un tetto europeo al prezzo del gas (qui come sta procedendo al momento il ministro uscente) per contenere l’importo delle bollette energetiche. Il sostegno a famiglie e imprese contro il caro bollette, è stato specificato nel suo programma elettorale, dovrebbe avvenire attraverso meccanismi di credito d’imposta e interventi diretti mirati, anche utilizzando le risorse derivanti da tassazione degli extra profitti delle società energetiche.

“La crisi energetica è una questione europea e come tale deve essere affrontata”, ha scritto proprio recentemente la Meloni su Facebook. “Sosterremo in Europa ogni azione volta a contrastare i fenomeni speculativi e gli ingiustificati aumenti del costo dell’energia – ha poi aggiunto – e appoggeremo ogni iniziativa condivisa di concreto aiuto a famiglie e imprese”. Dopo le aspre critiche rivolte all’Europa nel corso degli ultimi anni, le posizioni del nuovo primo ministro sembrano quindi essere cambiate, o per lo meno affievolite. Finita la campagna elettorale lo “scioglimento controllato e concordato della zona Euro”, di cui parlava fino a qualche anno fa (durante un suo intervento a “L’Aria che tira” su La7, nel febbraio 2018) sembra quindi essere un lontano ricordo.