La Russia ha progressivamente sottratto ai proprietari stranieri il controllo operativo di 135 società collegate a gruppi internazionali. Nestlé, Auchan e Metro sono gli ultimi nomi entrati nel perimetro dell’amministrazione temporanea disposta da Mosca: una misura che non equivale automaticamente alla nazionalizzazione, ma consente alle autorità russe di affidare a soggetti locali la gestione degli asset e delle attività aziendali.
Per le multinazionali europee il rischio è concreto: perdere il potere decisionale, non poter trasferire gli utili, svalutare gli investimenti e accettare una vendita a condizioni fortemente penalizzanti. La proprietà può rimanere formalmente nelle mani del gruppo straniero, mentre il suo valore economico e il controllo effettivo vengono progressivamente compromessi. È questo il meccanismo che ha trasformato il capitale occidentale rimasto in Russia in un patrimonio sempre più difficile da governare, vendere o recuperare.
Indice
Cosa significa il controllo su 135 aziende straniere
Il numero richiede una precisazione. Non si tratta necessariamente di 135 multinazionali diverse già nazionalizzate, ma di entità societarie russe affiliate a gruppi stranieri e sottoposte, dall’inizio della guerra, a forme di amministrazione temporanea.
Una stessa multinazionale può controllare più società operative, fabbriche o strutture commerciali. Anche per questo le ricostruzioni disponibili presentano numeri diversi a seconda che vengano conteggiati i gruppi internazionali oppure le singole persone giuridiche registrate in Russia.
Il principale strumento utilizzato è il decreto presidenziale 302 dell’aprile 2023. Il provvedimento consente di affidare temporaneamente partecipazioni e attività riconducibili a soggetti di Paesi considerati “ostili” a un amministratore scelto dalle autorità russe.
| Situazione | Proprietà formale | Controllo operativo | Possibilità di vendere |
|---|---|---|---|
| Attività ordinaria | Resta al gruppo straniero | Resta alla casa madre | Possibile, nel rispetto delle regole |
| Amministrazione temporanea | Può restare formalmente al proprietario | Passa al soggetto indicato da Mosca | Fortemente limitata |
| Vendita autorizzata | Passa all’acquirente | Passa al nuovo proprietario | Soggetta a sconto e autorizzazioni |
| Nazionalizzazione | Viene trasferita allo Stato | È esercitato dallo Stato | Il precedente proprietario perde l’asset |
La differenza è rilevante sul piano giuridico, ma può risultare meno netta dal punto di vista economico. Un’impresa che conserva le azioni della controllata, senza poter nominare gli amministratori, decidere la strategia o utilizzare liberamente gli utili, mantiene un diritto formale il cui valore effettivo si è drasticamente ridotto.
Nestlé, Auchan e Metro: gli ultimi casi
A settembre Mosca ha esteso il meccanismo a tre gruppi europei di primo piano. Nestlé ha confermato ufficialmente che la propria attività russa è stata posta sotto amministrazione esterna e ha annunciato di stare valutando la situazione e le possibili iniziative per tutelare i suoi diritti.
Pochi giorni dopo è toccato a Metro. Il gruppo tedesco ha spiegato che la proprietà formale della controllata non è cambiata, ma che il controllo operativo è stato trasferito a UK Torg Rus. La società gestisce in Russia 91 punti vendita e impiega circa 9mila persone.
| Gruppo | Paese | Presenza in Russia | Conseguenza immediata |
|---|---|---|---|
| Nestlé | Svizzera | Produzione e distribuzione alimentare | Amministrazione esterna e perdita del controllo operativo |
| Auchan | Francia | 229 negozi e circa 24mila dipendenti | Gestione trasferita a un amministratore russo |
| Metro | Germania | 91 punti vendita e circa 9mila lavoratori | Controllo operativo affidato a UK Torg Rus |
| Danone | Francia | Produzione lattiero-casearia | Precedente amministrazione temporanea e successivo trasferimento |
| Carlsberg | Danimarca | Birrifici e marchi locali | Controllo sottratto e uscita negoziata dopo il contenzioso |
Perché tante aziende sono rimaste in Russia
La permanenza non è dipesa sempre da una scelta favorevole a Mosca. Vendere fabbriche, magazzini, reti commerciali e migliaia di rapporti di lavoro richiede tempo. In alcuni settori, come alimentazione e farmaceutica, si aggiunge la necessità di garantire prodotti considerati essenziali.
Le aziende hanno dovuto valutare costi opposti: restare significava esporsi alle sanzioni, al danno reputazionale e alle ritorsioni russe; uscire voleva dire accettare perdite elevate, trovare un acquirente autorizzato e ottenere il via libera dalle autorità.
Nel frattempo le condizioni sono diventate più severe. Secondo l’Investment Policy Monitor dell’Unctad, la vendita degli asset da parte di investitori provenienti da Paesi considerati ostili può richiedere:
- una valutazione effettuata secondo procedure approvate
- uno sconto obbligatorio del 60% sul valore stimato
- un contributo al bilancio russo pari al 35% del valore di mercato
- l’autorizzazione presidenziale per operazioni superiori a 50 miliardi di rubli.
Sconto e contributo non devono essere sommati in modo meccanico per calcolare quanto rimane al venditore, perché basi di calcolo, modalità di pagamento e condizioni possono variare. Il risultato, tuttavia, è evidente: uscire dalla Russia può significare recuperare soltanto una parte molto limitata dell’investimento originario.
Il costo nascosto nei bilanci delle multinazionali
L’amministrazione temporanea non produce soltanto la perdita di una fabbrica o di una rete commerciale. Le conseguenze possono attraversare numerose voci di bilancio.
| Effetto finanziario | Come può emergere nei conti |
|---|---|
| Svalutazione degli asset | Riduzione del valore di fabbriche, marchi e partecipazioni |
| Perdita del goodwill | Cancellazione dell’avviamento attribuito all’attività russa |
| Utili bloccati | Profitti non trasferibili alla casa madre |
| Rischio valutario | Perdita di valore del capitale espresso in rubli |
| Vendita forzata | Cessione a un prezzo molto inferiore al valore contabile |
| Contenzioso | Costi legali senza garanzia di recupero |
| Interruzione operativa | Perdita di forniture, licenze, tecnologie e assistenza |
Già nel 2023 le perdite dirette sostenute dalle società europee per chiusure, cessioni e svalutazioni in Russia venivano stimate in almeno 100 miliardi di euro.
La cifra non misura interamente i mancati guadagni futuri, la perdita delle quote di mercato o il costo necessario per ricostruire altrove la capacità produttiva. Per molte aziende il danno economico può, quindi, superare la svalutazione registrata formalmente in bilancio.
I beni russi congelati in Europa sono un’altra cosa
Mosca presenta queste iniziative come una risposta alle sanzioni occidentali e all’immobilizzazione degli asset russi. I due fenomeni, però, non devono essere confusi.
Nell’Unione europea sono immobilizzati circa 210 miliardi di euro di attività della Banca centrale russa. Si tratta prevalentemente di riserve sovrane, non delle normali controllate private di aziende russe. Le misure europee ne impediscono l’utilizzo e destinano parte dei proventi straordinari al sostegno dell’Ucraina, secondo il quadro sulle sanzioni pubblicato dal Consiglio dell’Unione europea.
L’amministrazione temporanea russa colpisce, invece, imprese private e trasferisce il potere di gestione delle loro attività a soggetti scelti da Mosca. Esiste una relazione politica tra le due vicende, ma non una perfetta equivalenza giuridica o finanziaria.
Il rischio per UniCredit e per le imprese italiane
Tra i nomi finiti nel dibattito compare anche UniCredit, presente in Russia attraverso AO UniCredit Bank. Non è stato annunciato alcun decreto che trasferisca il controllo della controllata e, allo stato attuale, UniCredit non rientra tra le aziende sottoposte ad amministrazione temporanea.
Il suo nome è emerso quando una fonte governativa russa, interpellata sui possibili prossimi obiettivi, ha risposto evocando un rischio anche per UniCredit e per l’austriaca Raiffeisen. Non è un annuncio ufficiale né la conferma di una decisione già presa, ma dimostra quanto la presenza in Russia sia diventata anche uno strumento negoziale.
La riduzione dell’esposizione russa di UniCredit è da tempo al centro dei rapporti tra banca, autorità italiane ed europee, come emerso anche nel confronto sul golden power e sull’uscita di UniCredit dalla Russia.
Per le imprese italiane ancora presenti nel Paese, il nuovo passaggio introduce un ulteriore rischio: non basta più valutare ricavi, domanda e sanzioni. Occorre attribuire un valore economico anche alla possibilità che la gestione venga sottratta senza un passaggio immediato della proprietà.
Cosa può accadere alle aziende rimaste
L’amministrazione temporanea viene descritta dal Cremlino come reversibile. In teoria il controllo potrebbe tornare al proprietario originario. I precedenti mostrano, però, che gli esiti possono essere molto diversi.
| Scenario | Possibile conseguenza |
|---|---|
| Restituzione del controllo | La casa madre recupera la gestione, ma dopo perdite e interruzioni |
| Amministrazione prolungata | La proprietà resta formale mentre il valore economico si deteriora |
| Vendita negoziata | L’azienda esce accettando forti sconti e condizioni imposte |
| Estensione delle misure | Nuovi gruppi europei vengono colpiti |
| Nazionalizzazione | Lo Stato acquisisce formalmente gli asset |
Lo scenario più probabile non è necessariamente una nazionalizzazione collettiva e immediata. Mosca può ottenere pressione politica ed economica mantenendo le attività in una zona intermedia: formalmente private, ma non più governate dagli azionisti stranieri.
È proprio questa ambiguità a rendere il meccanismo efficace. Il proprietario non può considerare l’investimento definitivamente perduto, ma non può nemmeno utilizzarlo liberamente. Rimane così esposto ai costi, alle svalutazioni e alle trattative necessarie per tentare di recuperarlo.
Il vero messaggio inviato agli investitori
La stretta non riguarda soltanto Nestlé, Auchan o Metro. Indica che, in un mercato attraversato da un conflitto geopolitico, il diritto di proprietà può perdere rapidamente parte del proprio valore se non è accompagnato dal controllo effettivo e dalla possibilità di rimpatriare il capitale.
Dal 2022 le autorità russe hanno acquisito o sottoposto a misure restrittive asset per circa 7.600 miliardi di rubli, quasi 90 miliardi di dollari, comprendendo attività russe e straniere. Lo stesso vertice della banca statale Vtb ha riconosciuto che l’incertezza sui diritti di proprietà sta condizionando le scelte degli imprenditori e la propensione a investire.
Per le multinazionali il caso russo cambia, quindi, il modo di calcolare il rischio-Paese.
Il capitale straniero in Russia non è necessariamente scomparso dai bilanci. Una parte, però, è rimasta intrappolata tra proprietà formale, controllo politico e possibilità di uscita sempre più costose.