Sanità in crisi, pronto soccorso al collasso e medici in fuga

Non si riesce a formare abbastanza camici bianchi per rimpiazzare pensionati e dimissionari. Molti vanno a lavorare nel privato per guadagnare di più. E a pagare sono ospedali e pazienti

La sanità italiana è vicina al collasso. A determinare questo scenario allarmante sono diversi fattori, che vanno dalla fuga dei medici dagli ospedali all’insufficienza di nuove leve che rimpiazzino i numerosi professionisti che vanno in pensione al fenomeno dei “medici a gettone” (di cui abbiamo parlato qui), fino ai rischi sempre più concreti per pronto soccorso e terapie intensive.

La burocrazia asfissiante e la carenza di figure specializzate negli ospedali e nelle cliniche si ripercuote ovviamente sui pazienti, messi in ginocchio da liste d’attesa chilometriche nel pubblico e costi insostenibili nel privato (che spesso appare come l’unica alternativa per controlli, operazioni e cure).

Le cause del collasso sanitario

L’attuale situazione sanitaria del nostro Paese è legata principalmente a due errori del passato che si riflettono con forza nel presente. Come sottolinea Milena Gabanelli, il primo elemento che ha portato alla “fuga dalle corsie” è il blocco del turnover scattato dal 2005 (art. 1 comma 198). Il risultato? Su 100 medici andati in pensione, 10 non sono stati sostituiti. Il tutto con marcate differenze regionali: in Lazio, Sicilia e Campania il numero sale infatti a 31 (qui invece trovate la nuova classifica dei migliori ospedali al mondo: c’è anche l’Italia).

Il secondo “virus” del sistema italiano riguarda la (cattiva) gestione del bacino professionistico. Negli ultimi dieci anni troppi medici sono andati in pensione o hanno scelto il settore privato e troppi pochi specializzandi hanno terminato la formazione. Anche in questo caso il risultato è disastroso: tra il 2015 e il 2022 il saldo negativo tra pensionati e nuovi specialisti è stato di 15.585 unità.

I problemi (anche futuri) della sanità in Italia

Nel 2019 il Ministero guidato da Giulia Grillo tenta di correre ai ripari, abolendo il blocco del turnover e aumentando sia le opportunità di assunzione del 10% sia il numero dei posti per le scuole di specializzazione. Per formare uno specialista sono però necessari 4-5 anni, il che significa che il ricambio non sarà sufficiente almeno fino al 2024. Per il 2022 e il 2023 il saldo tra pensionabili e nuovi specialisti è risultato ancora negativo (-1.189).

I dati non fanno ben sperare neanche per gli anni successivi. Secondo un’analisi per Dataroom condotta da Agenas, l’Agenzia Nazionale per i servizi sanitari regionali, da qui al 2027 matureranno i requisiti per andare in pensione 29.331 medici su un totale di 103.092 ad oggi impiegati negli ospedali. Il blocco del turnover degli scorsi anni ha complicato ulteriormente la situazione: almeno il 10% non è stato sostituito, il che vuol dire che mancano all’appello altri 13mila medici. Nei prossimi cinque anni avremo bisogno in definitiva di 42.331 ospedalieri.

La formazione non riesce purtroppo a stare al passo. I percorsi nelle scuole di specializzazione sono di 4-5 anni, ma a influenzare la situazione sono anche altri fattori. Considerando i contratti di specialità messi a disposizione dal 2017 (62.350), al netto di un 10% che non completa la formazione e un 25% che non lavora nel SSN, entro il 2027 saranno arruolabili negli ospedali 42.086 specialisti (contro un fabbisogno, sopra citato, di 42.331). Si potrebbe dunque raggiungere un punto di equilibrio, anche alla luce dell’eventuale conferma di quei circa 10mila camici bianchi assunti a tempo indeterminato fino a dicembre 2022 per far fronte all’emergenza Covid.

Specialisti cercasi

Parlando proprio delle Scuole di specializzazione, la sanità italiana deve fare anche i conti con una diaspora senza precedenti. A partire dalle branche mediche più necessarie al Paese, che non vengono scelte dagli aspiranti. Nel 2022, ad esempio, il 57% dei posti in Medicina d’urgenza non è coperto, il 17% in Anestesia e Rianimazione e addirittura il 74% in Radioterapia.

Le specialità più gettonate sono soltanto 7 su 51, preferite da ben il 71% dei primi mille in graduatoria che hanno passato il concorso. Parliamo di cardiologia, dermatologia, pediatria, neurologia, oculistica, endocrinologia e chirurgia plastica. Ministero della Salute e MIUR dovrebbero, in questo senso, ridurre i posti disponibili nelle discipline più richieste e incentivare l’iscrizione in quelle più penalizzate.

La fuga dei medici dagli ospedali

La motivazione principale della “grande fuga” di camici bianchi dagli ospedali è la retribuzione. La mancanza di incentivi e premi di natura economica ha portato, nel 2021, alle dimissioni di 2.886 medici, stanchi di turni e carichi di lavoro massacranti per una paga considerata non all’altezza. Dai dati della Federazione europea dei medici specialisti emerge che nel 2017 gli ospedalieri italiani guadagnavano poco più di 80mila euro lordi annui, contro gli 85mila dei loro colleghi francesi, i 130mila degli inglesi e i 150mila dei tedeschi. Paesi in cui gli stipendi nel frattempo sono aumentati, mentre nel nostro Paese sono rimasti pressoché invariati se si eccettua un aumento di 170 euro al mese per chi firma il diritto di esclusiva.

La situazione non migliora se si prendono in esame i medici di base. Dei 40.250 attualmente in servizio, tra il 2022 e il 2027 ne andranno in pensione 11.261, mentre la formazione metterà a disposizione 13.895 posti. La realtà presenta tuttavia ancora una volta problemi e differenze regionali. In Lombardia, ad esempio, nel febbraio 2022 il corso di formazione per diventare medici di famiglia ha visto l’apertura di 626 posizioni.

I dati ridimensionano però di quasi la metà l’apporto di specializzandi: al test si sono infatti presentati in 502, mentre ad accettare il posto sono stati 379 e i frequentanti odierni sono 331. Anche in questo caso i soldi sono un ostacolo importante: la borsa di studio per i neolaureati che si iscrivono al corso di formazione triennale per diventare medico di famiglia in Italia consiste in 11mila euro annui, mentre chi sceglie il corso di specializzazione ha diritto a un contributo di 26mila euro.

Le ricadute sui pazienti

La fuga di medici dalle strutture pubbliche mette in pericolo soprattutto quei reparti in cui si lavora su turni e in cui la prestazione dei professionisti è vitale: Pronto soccorso e terapie intensive in primis, ma anche Anestesia e Rianimazione. Tutto questo si ripercuote sulla salute dei pazienti e anche sui costi. Il medico del servizio pubblico che si dimette da un Servizio operativo, molto spesso poi torna da libero professionista, riuscendo a portare a casa anche 60 euro all’ora in più rispetto al collega assunto dal SSN.

Secondo l’Istat, nel 2021 l’11% delle persone (circa 6 milioni di persone) ha dovuto rinunciare a visite specialistiche o esami diagnostici di cui aveva bisogno per problemi economici o legati alle difficoltà di accesso al servizio. Nel 2019 erano il 6,3%.