La Milano Fashion Week si colora di verde: con la European Fashion Alliance anche la moda si fa green

Mai come quest'anno, anche la moda si fa sostenibile. In linea con il Green Deal Ue, e dopo il lancio della European Fashion Alliance (EFA), il settore fashion sta cambiando per sempre

La Milano Fashion Week si colora di verde: mai come quest’anno, infatti, anche la moda si fa sostenibile. In linea con il Green Deal adottato dall’Unione Europea nel 2019, è appena stata lanciata la European Fashion Alliance (EFA), di fatto una realtà che punta a creare un vero ecosistema green della moda europea, cui la MFW intende ispirarsi.

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Moda sostenibile, il settore cambia per sempre: cos’è la European Fashion Alliance (EFA)

Fondata a Francoforte nel giugno 2022, l’EFA è una voce comune che vuole accelerare la transizione della moda made in Europe verso un futuro più sostenibile, innovativo, inclusivo e creativo. Un'”alleanza” in cui le organizzazioni internazionali della moda e del tessile condividono esperienze e guidano il cambiamento del settore.

Composta da 29 organizzazioni, tra cui numerosi consigli della moda, settimane della moda, istituti di ricerca e istruzione, rappresenta oltre 10mila aziende europee nel settore della moda, dalle microimprese alle grandi aziende, tra i suoi membri vanta realtà come la Camera Nazionale della Moda Italiana, che organizza appunto la Milano Fashion Week, il British Fashion Council, la Copenhagen Fashion Week, la Fédération de la Haute Couture et de la Mode e la Fédération Française du Prêt à Porter Féminin.

Il presidente della Camera Nazionale della Moda Italiana Carlo Capasa ha spiegato che la missione della neonata EFA è “educare i consumatori e i marchi di moda su cosa significhi essere sostenibili e dare grande valore alla creatività, sottolineando il nostro apprezzamento per tutte le persone che stanno dietro al sistema”.

L’EFA intende rafforzare l’industria della moda, la creatività imprenditoriale e le capacità di innovazione attraverso la difesa e la diffusione di un fare moda in maniera sostenibile. Nel concreto, si tratta di una piattaforma per il networking professionale e la comunicazione a livello europeo all’interno del settore, ma anche intersettoriale. Obiettivo è contribuire in modo significativo al raggiungimento di un’industria tessile CO₂ neutrale, ecosostenibile, non tossica e completamente circolare, e aumentare e sensibilizzare case di moda, stilisti, designer e anche consumatori.

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Cosa farà l’EFA

L’esordio dell’Alleanza per la moda europea è stato a ottobre al primo vertice che si è tenuto a Gran Canaria, dove i suoi membri hanno messo a punto un pacchetto di misure e azioni per un futuro sostenibile e inclusivo dell’industria della moda europea.

Uno dei temi principali durante l’incontro è stato il Green Deal formulato dall’Unione Europea nel 2019 dalla Presidente della Commissione Ursula von der Leyen per ridurre a zero le emissioni nette di gas serra entro il 2050, a cui deve urgentemente contribuire anche l’industria della moda, secondo l’impegno dell’EFA. Perché l’impronta di CO₂ e dannosa per l’ambiente derivante dalla produzione tessile e dal consumo di moda è ancora enorme.

Durante l’incontro sono stati definiti quattro pilastri su cui basare misure mirate: sostenibilità, educazione, politica e innovazione. La European Fashion Alliance, che ispira la Milano Fashion Week 2023/2024, ritiene che la sostenibilità e la trasformazione digitale, insieme all’innovazione, all’istruzione e alle misure del mercato del lavoro, saranno i motori per l’industria della moda per rendere i tessuti più durevoli, riparabili, riutilizzabili e riciclabili.

Per accelerare questo processo di transizione, EFA si concentrerà quindi anche sugli scambi interculturali e sulle interazioni tra creativi e sosterrà i giovani talenti come motori del cambiamento attraverso azioni, ricerche e campagne.

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Quanto inquina la moda

Secondo le rilevazioni effettuate da The European House Ambrosetti, le stime sulle emissioni inquinanti del settore moda registrano uno scostamento fino al 330% tra le diverse fonti interpellate. Allo stesso tempo, le stime sui prelievi annuali di acqua dolce da parte delle imprese evidenziano variazioni fino al 172% l’una dall’altra e fino al 429% rispetto ai dati sull’utilizzo di acqua per la produzione di jeans.

Il termine Fast Fashion, usato nella moda per definire un modello di business altamente redditizio e di sfruttamento basato sulla copia e la replica di design di fascia alta, prevede che gli abiti siano prodotti in serie, con lavoratori spesso in condizioni molto precarie, appositamente progettati per essere fragili, con una durata limitata, visto che i modelli cambiano rapidamente e devono essere economici da produrre. Inoltre vengono consumati a un ritmo più elevato e quindi le aspettative sulla durata dei vestiti diminuiscono, portando a più problemi etici e sostenibili.

L’inquinamento del fast fashion non solo crea danni ambientali a lungo termine e potenzialmente irreversibili, ma aggrava gli effetti del cambiamento climatico: i dati lo dimostrano chiaramente.

La moda e tutta la sua filiera sono la terza più grande industria inquinante, dopo quella alimentare e quella edilizia. Nel 2022 ha emesso il 10% delle emissioni globali di gas serra, rilasciando 1,2 miliardi di tonnellate di anidride carbonica all’anno, più dell’industria marittima e aeronautica messe insieme. Queste emissioni provengono dai processi lungo la catena di approvvigionamento del settore, dalle materie prime alla produzione, dalla lavorazione al trasporto alla spedizione. Se continua a questo ritmo, si prevede che le emissioni di gas a effetto serra del settore aumenteranno di oltre il 50% entro il 2030.

A causa della convenienza dell’abbigliamento fast fashion e della rapidità con cui i trend del fashion cambiano, l’aumento del consumo di abbigliamento ha portato a un sostanziale aumento della produzione tessile. La produzione globale pro-capite di prodotti tessili è aumentata da 5,9 kg all’anno a 13 kg all’anno dal 1975 al 2018. Il consumo globale di abbigliamento è salito a circa 62 milioni di tonnellate all’anno e si prevede che raggiungerà ulteriormente i 102 milioni di tonnellate entro il 2030. Di conseguenza, oggi i marchi di fast fashion producono il doppio della quantità di vestiti rispetto al 2000.

Questo ha anche causato un aumento degli scarti tessili sia prima che dopo la produzione. A causa del numero di ritagli per l’abbigliamento, un gran numero di materiali viene sprecato in quanto non può essere ulteriormente utilizzato: i numeri dicono il 15%. Che fine fanno poi i vestiti? Il 60% dei circa 150 milioni di capi prodotti globalmente nel 2012 è stato scartato pochi anni dopo la produzione.

Nonostante tassi così elevati di rifiuti tessili, il riciclaggio dei tessuti rimane troppo basso, con il 57% di tutti gli indumenti scartati che finisce nelle discariche, il che pone molteplici pericoli per la salute pubblica e l’ambiente in quanto sostanze tossiche tra cui il metano, un gas serra che è almeno 28 volte più potente dell’anidride carbonica, vengono rilasciati durante la combustione dei rifiuti.

L’industria della moda poi utilizza grandi quantità di acqua: consumando infatti un decimo di tutta l’acqua utilizzata a livello industriale. Attualmente, 44 trilioni di litri di acqua vengono utilizzati ogni anno per l’irrigazione, il 95% dei quali viene utilizzato per la produzione di cotone. È stato stimato che il 20% della perdita d’acqua subita dal lago d’Aral sia stata causata dalla domanda e dal consumo di cotone nell’UE.

Inoltre, l’industria tessile e della moda ha causato una diminuzione del 7% delle falde acquifere locali e dell’acqua potabile a livello globale, e in particolare nei Paesi manifatturieri a elevato stress idrico, come l’India e la Cina.

Cosa devono fare le imprese dell’industria della moda

A fronte di questo scenario, emerge l’obbligo per circa 1.000 aziende europee dei settori fashion e lusso di rendere pubbliche annualmente le loro performance quantitative di sostenibilità a partire dall’anno fiscale 2023 o, al più tardi, dal 2024, secondo gli standard introdotti dalle nuove direttive europee.

L’Italia, in particolare, è prima in Europa per numero di imprese interessate da questa scadenza, quasi 300, seguita dalla Francia con più di 130 e dalla Germania con 110, mentre tutti gli altri Paesi dell’area UE presentano una media di circa 25 aziende interessate.

Numeri che certificano come la transizione sostenibile sia una questione strategica per l’industria nazionale della moda, che, con un fatturato di circa 100 miliardi, oltre 500mila addetti e più di 60mila aziende, ha il dovere e l’onere di essere al centro del dibattito globale del settore e indicare una strada per la riduzione degli impatti ambientali, sociali ed economici generati da questa industria.

Gli obiettivi della moda per una transizione green

L’Europa, d’altra parte, si è posta l’ambizioso obiettivo di diventare il primo continente neutrale per emissioni di carbonio entro il 2050 e ha redatto una tabella di marcia di misure con obiettivi intermedi per il 2030. Il cosiddetto pacchetto “Fit for 55“, approvato dall’UE nel luglio 2021, ad esempio, prevede una riduzione del 55% delle emissioni di gas serra rispetto ai livelli del 1990 entro il 2030, un aumento al 40% della quota di energie rinnovabili nel mix energetico e un obiettivo di efficienza energetica del 36%.

Nell’ambito del Green Deal, che comprende investimenti per mille miliardi di euro nei prossimi 10 anni per la transizione ecologica, a marzo 2020 la CE ha adottato un Piano d’azione per l’economia circolare. Il piano si concentra sui settori ad alta intensità di risorse, tra cui la filiera della moda, e punta sul concetto di circolarità come base per raggiungere l’obiettivo UE di neutralità climatica entro il 2050.

Per quanto riguarda il nostro Paese, l’industria italiana della moda si è incontrata a fine ottobre in occasione del “Venice Sustainable Fashion Forum 2022“, il primo summit internazionale dedicato a un futuro sostenibile del settore, per lanciare un appello condiviso tra gli attori principali di filiera che renda possibile questa necessaria transizione ecologica.

Promotori dell’iniziativa sono stati Confindustria Veneris Area Metropolitana d Venezia e Rovigo e The European House-Ambrosetti, con il patrocinio di Assocalzaturifici, che hanno firmato in particolare la prima giornata, dal titolo “Just Fashion Transition”. Non potevano mancare certo la Camera Nazionale della Moda Italiana e Sistema Moda Italia (SMD), che hanno tenuto un incontro dal titolo “The Values of Fashion”.

Il Venice Sustainable Fashion Forum è stata un’occasione per riunire tutti gli operatori di sistema, analizzare lo stato attuale della nostra Industria, portare esempi di realtà virtuose e definire insieme le sfide che ci aspettano e gli obiettivi che vogliamo raggiungere., ha detto Carlo Capasa.

“La moda italiana è un esempio unico di eccellenza strategica e tattica in materia di sostenibilità, oggi e nel futuro”. A guidare l’incontro della Camera Nazionale della Moda Italiana sono state 7 parole chiave che rappresentano un quadro strategico di cambiamento su cui la moda italiana si sta focalizzando:

  • Harmonise: creare armonia nel linguaggio della sostenibilità e negli standard
  • Think: evidenziare le opportunità legate all’ecodesign
  • Create: affidare un ruolo essenziale alla filiera nel gestire l’innovazione e l’evoluzione del settore
  • Make (It happen): incidere sull’evoluzione culturale, nuovi modelli per la gestione del cambiamento
  • Re-Make: favorire l’economia circolare
  • Measure: misurare le performance e i nuovi indicatori
  • Educate: creare consapevolezza per guidare il cambiamento.

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