Non aveva pianificato una carriera ai vertici dell’alta orologeria. Da ragazza sognava di fare la guida turistica, ha iniziato a lavorare a 18 anni e il suo incontro con Patek Philippe è nato quasi per caso. Ventisette anni dopo, Laura Gervasoni è alla guida della filiale italiana di uno dei marchi più prestigiosi dell’alta orologeria. Riservatezza, precisione e affabilità sono le qualità che riconosce nel proprio percorso. Eppure, dietro la manager c’è anche una donna che continua ad amare i viaggi, che conserva il ricordo del suo primo Patek Philippe e che, quando le si chiede che cosa sia il successo, ribalta la domanda: “Ma che cos’è il successo?”. Perché arrivare al vertice, non basta a definirlo. “Il successo non è solo la carriera”, racconta Laura Gervasoni a Ladies First. E forse è proprio da qui che vale la pena cominciare a conoscere la donna che, senza aver programmato quel percorso, è arrivata a guidare Patek Philippe Italia.
Come si diventa il numero uno di Patek Philippe in Italia? E soprattutto, cosa significa esserlo?
A questa domanda è difficile rispondere, perché la vita riserva sempre delle sorprese. Ho fatto il liceo linguistico e, per diversi motivi familiari, non sono andata all’università: ho iniziato a lavorare subito, a diciott’anni. In realtà volevo fare la guida turistica, perché adoro viaggiare, e invece ho iniziato in una segreteria di direzione, passando poi alla concessionaria di pubblicità dell’Espresso, dove mi occupavo dei clienti e dei budget gestiti direttamente dalle case madri estere. Sono rimasta nella divisione estero, quindi continuavo a viaggiare e a lavorare con clienti che gestivano budget corporate. Tra questi c’era anche Patek Philippe. A un certo punto, conoscendomi, mi hanno chiesto se fossi interessata a occuparmi della loro comunicazione in Italia, dato che non avevano ancora un ufficio stabile. Sono sempre stata molto chiara con loro sulla mia mancanza di una preparazione specifica, ma mi dissero che c’erano delle qualità che cercavano e che riguardavano soprattutto il mio modo di pormi, la mia personalità; tutto il resto si poteva imparare. Così sono entrata in azienda e, dopo sei anni, mi è stato proposto il ruolo di Direttore Generale per gestire la filiale italiana.
Quali competenze o caratteristiche personali hanno fatto davvero la differenza nel suo percorso?
Non voglio essere presuntuosa, ma penso che abbia fatto la differenza anche il mio essere una persona abbastanza defilata. Non sono una showgirl. Direi riservatezza, serietà e precisione. Essere precisi non significa però non essere umani: possiamo sbagliare tutti. E poi credo sia importante una certa affabilità nel trattare con le persone, senza far pesare il titolo o la società per la quale si lavora.
C’è una qualità che ha imparato sul campo?
Una qualità che forse ho imparato con il tempo è la pazienza. Andando avanti con l’età, si impara a non avere sempre l’ansia di fare tutto subito, di dare immediatamente una risposta. A volte è meglio ponderare, fermarsi un attimo e valutare la situazione.
C’è stato un momento, una scelta o anche un errore professionale che considera decisivo per il suo modo di essere manager oggi?
Grossi errori, sinceramente, no. Naturalmente possono esserci valutazioni o atteggiamenti sbagliati: chi non fa, non sbaglia. Credo però che si impari molto anche dal modo in cui si comunicano le cose. Magari ci sono state occasioni in cui dovevo comunicare una notizia e non ho usato la terminologia giusta o il tatto necessario. Quando non si sa bene come dire una cosa, si rischia di dirla male e di essere fraintesi. E da questo si impara molto, con l’esperienza.
Patek Philippe rappresenta un’idea del tempo quasi opposta a quella a cui siamo abituati oggi in cui tutto è immediato, digitale, veloce. Che valore ha per lei un oggetto che richiede tempo per essere progettato, costruito e tramandato?
Il valore sta proprio nel fatto che parliamo di un oggetto destinato a vivere per sempre. Oggi molti di noi sono diventati più “consumer”: acquistiamo un prodotto e dopo pochi anni lo sostituiamo. Pensiamo, per esempio, a un’automobile: ci sono naturalmente i collezionisti, ma la maggior parte delle persone acquista una macchina e dopo quattro anni la cambia. Avere invece qualcosa che potrà funzionare sempre è diverso. Noi garantiamo il servizio dell’orologio a vita, e questo significa avere possedere un bene che manterrà inalterato il suo valore. Non parlo necessariamente di un valore monetario, ma anche e soprattutto affettivo.
Un orologio Patek Philippe è come un’opera d’arte, come avere un Tintoretto in casa, che viene conservata e tramandata di generazione in generazione, portando con sé la memoria di chi ce l’ha donato.
C’è un orologio Patek Philippe che ha per lei un significato particolare?
Sono particolarmente affezionata al Twenty~4, nato nel 1999, lo stesso anno in cui ho iniziato a lavorare in Patek Philippe. Dico sempre, scherzando, che ha avuto successo perché sono entrata io. Non è vero, naturalmente, ma quell’anno ci fu un grande lancio e la collezione ebbe un successo enorme. È un modello che abbiamo ancora oggi in collezione ed è stato il primo Patek Philippe che ho acquistato.
Per me rappresenta un passaggio fondamentale: il mio ingresso in azienda e il lancio di quella nuova collezione. È un orologio al quarzo, tra l’altro, e oggi la nostra produzione al quarzo è molto limitata, ma quell’oggetto mi piaceva e ha un forte valore sentimentale ed emozionale. Credo che sia così per tante persone: spesso si acquista un orologio per gratificarsi o per celebrare un momento importante, una nascita, un matrimonio, un fidanzamento, una laurea. E quell’oggetto te lo ricorderà per sempre.
Molti guardano all’orologio anche come investimento o bene rifugio. Ma, al di là del valore economico, che cosa cerca davvero chi acquista un Patek Philippe?
Chi acquista un Patek Philippe cerca una condivisione di valori. I nostri clienti sono disposti ad aspettare perché la nostra produzione è limitata e artigianale, e lo fanno perché dietro il marchio vedono una storia autentica, non inventata. C’è fiducia e, appunto, una condivisione di valori. Diversamente non si aspetterebbe: perché dovrei attendere un oggetto se non apprezzo davvero il brand a 360 gradi?
Il lusso affronta oggi sfide complesse, tra liste d’attesa e un nuovo pubblico di giovani collezionisti. Come si riesce a mantenere l’esclusività aprendosi, allo stesso tempo, alle nuove generazioni?
Con l’avanzare della tecnologia e l’arrivo degli smartwatch si era pensato che i giovani potessero allontanarsi dall’orologeria tradizionale. È vero che magari a 18 anni si allontanano, ma poi, quando iniziano a lavorare e ad avere i propri risparmi, vediamo un avvicinamento all’oggetto. Anche per un desiderio di gratificazione personale. È difficile che, per gratificarsi dopo aver raggiunto un obiettivo, una persona scelga uno smartwatch. Abbiamo poi molti clienti giovani che conoscono il brand fin da piccoli, magari perché il padre era già cliente, ed è sicuramente un vantaggio. Ma il tema di come attirare le nuove generazioni rimane aperto per tutti i brand. La sfida è continuare a creare oggetti desiderabili e capaci di parlare anche a un pubblico più giovane.
A ottobre Patek Philippe porterà a Milano Watch Art Grand Exhibition, una grande esposizione dedicata alla maison. Perché avete scelto il capoluogo lombardo e che cosa vorreste raccontare al pubblico italiano attraverso questa mostra aperta a tutti?
L’Italia è sempre stata un mercato molto importante per Patek Philippe. Questa è la settima edizione della mostra e Milano è stata scelta perché è la città più internazionale d’Italia. C’è anche una ragione pratica: dal punto di vista organizzativo Milano è più semplice e veloce rispetto ad altre città. Inoltre, qui abbiamo la nostra sede e siamo nel cuore dell’Europa, quindi ci aspettiamo visitatori e clienti da diversi Paesi. La mostra vuole essere innanzitutto un ringraziamento alla clientela italiana, da sempre appassionata di orologeria. Lo spazio sarà di circa 3.000 metri quadrati e il pubblico potrà interagire con i nostri ingegneri della divisione Ricerca e Sviluppo, con gli orologiai e con gli artigiani che lavorano ai pezzi della sezione Rare Handcrafts. Vuole essere un momento di condivisione e di interazione, un’occasione per permettere a tutti gli appassionati di capire che cosa c’è dietro un brand considerato tra i più importanti al mondo. Vogliamo mostrare la storia e le ragioni del valore intrinseco di un Patek Philippe. In qualche modo porteremo a Milano la nostra manifattura, i nostri saloni di Ginevra e il nostro museo. Non tutti hanno l’opportunità di visitare la manifattura in Svizzera, le cui visite sono riservate ai clienti: questa mostra rappresenta quindi un vero momento di apertura e di festa dedicato all’orologeria.

La mostra dedicherà uno spazio ai mestieri dell’alto artigianato, con dimostrazioni delle tecniche che rendono unici alcuni orologi. Come si fa ad appassionare i giovani a mestieri così antichi e “lenti” nell’epoca dell’Intelligenza Artificiale?
Può essere un modo per avvicinare e magari ispirare i giovani. I nostri artigiani sono, in realtà, dei veri e propri artisti. Invece di dipingere un quadro, lavorano su un quadrante, che ha uno spazio piccolissimo rispetto a una tela, combinando differenti tecniche: intarsi di legno, piccole foglie d’oro, filigrana, smalto. Tutto viene realizzato con una precisione incredibile: per alcune lavorazioni si utilizzano pennelli con un solo pelo. Abbiamo poi gli incisori: i grandi maestri incisori stanno diventando merce rara e il compito di un brand come Patek Philippe è proprio quello di tutelare e perpetuare l’arte di questi mestieri che altrimenti rischierebbero di estinguersi.
Se dovesse definire oggi il concetto di “successo”, rispetto a quando ha iniziato la sua carriera, quale parola userebbe?
Spesso associamo il successo unicamente alla carriera e io ritengo che sia sbagliato. Lo dico pur trovandomi in una posizione importante. Alla fine sono una mamma, sono una figlia. Per me il successo è quando una persona riesce a raggiungere un proprio obiettivo. E poi il successo può durare un periodo o più a lungo, ma il vero successo consiste nel raggiungere una stabilità e una soddisfazione personale che non sono necessariamente legate alla sfera professionale. Una persona di successo può essere anche una persona sposata da cinquant’anni o sessant’anni, con una famiglia intorno a sé. Questo, per esempio, è un obiettivo che io non sono riuscita a raggiungere: ho una figlia, ma non ho quel tipo di contesto. Il successo può avere mille sfaccettature, mentre tendiamo a legarlo solo alla carriera. E questo, secondo me, è sbagliato.
Dopo vent’anni alla guida di Patek Philippe Italia, che cosa la entusiasma ancora del suo lavoro?
Il fatto che abbiamo sempre mille progetti all’orizzonte. È un lavoro molto stimolante. Sono entrata in Patek Philippe 27 anni fa, quando eravamo soltanto in due. Questo mi ha dato la possibilità di occuparmi direttamente di tante attività diverse: marketing, commerciale, pubblicità. Poi il team è cresciuto, ma aver maturato quella visione d’insieme mi permette ancora oggi di conoscere a fondo ogni dinamica aziendale e di interagire con il mio staff in modo diretto e, spero, sempre positivo.