Vino italiano a rischio a causa della guerra in Iran e della crisi in Medio Oriente

Export vino italiano: l'analisi Nomisma 2026 evidenzia il calo nei mercati maturi e i rischi logistici nel Golfo, tra scorte record e nuove rotte commerciali in crisi

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Federica Petrucci

Editor esperta di economia e attualità

Laureata in Scienze Politiche presso l'Università di Palermo e Consulente del Lavoro abilitato.

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Tra tensioni geopolitiche, dazi commerciali, rallentamento dei consumi globali e difficoltà logistiche, l’export del vino italiano è entrato in una zona di turbolenza che potrebbe avere conseguenze per l’intera filiera. A preoccupare maggiormente i produttori è soprattutto l’instabilità internazionale, aggravata dalle nuove tensioni che coinvolgono il Medio Oriente e il Golfo Persico. Un’area che negli ultimi anni si era affermata come uno dei mercati emergenti più promettenti per il vino italiano e che ora rischia di trasformarsi in un ulteriore elemento di incertezza per un settore già sotto pressione.

Il rallentamento del mercato globale del vino

Il primo segnale di difficoltà arriva dai numeri del commercio internazionale. Secondo un’analisi pubblicata da Nomisma Wine Monitor, già nel 2025 il mercato globale del vino ha registrato un rallentamento significativo. A causa delle diverse tensioni geopolitiche, il valore complessivo degli scambi si è fermato intorno ai 5,5 miliardi di euro, con una flessione di quasi il 12% rispetto all’anno precedente.

Anche l’export verso gli Stati Uniti, tra i più importanti per l’Italia, ha registrato una diminuzione del 2,6% nei volumi e del 6,2% nel valore rispetto all’anno precedente. Il calo, in questo caso, è da attribuire in larga parte all’effetto dei dazi e al clima di maggiore incertezza che ha caratterizzato e continua a caratterizzare il commercio internazionale.

Difficoltà nei mercati asiatici ed europei

Le criticità non si limitano però al continente americano. Anche in Asia la domanda di vino italiano sta attraversando una fase complessa. In Cina, ad esempio, le importazioni di vino italiano hanno registrato una contrazione superiore al 15% per valore. In Giappone, altro mercato storicamente importante per il vino europeo, il calo è più contenuto ma comunque significativo: -2,2% nei volumi e -1,7% nel valore.

Nemmeno i mercati europei stanno compensando il rallentamento globale. Nel Regno Unito, secondo mercato di destinazione per il vino italiano, le importazioni complessive sono diminuite di circa il 6% sia in volume sia in valore. Mentre in Svizzera, storicamente uno sbocco stabile per le esportazioni italiane, la riduzione è stata di circa il 6% nel valore degli acquisti. Si tratta di segnali che confermano come il rallentamento non sia circoscritto a singoli mercati ma coinvolga buona parte delle principali economie importatrici.

Alcuni segnali positivi nei mercati emergenti

Non mancano tuttavia alcune aree in controtendenza. In Brasile, ad esempio, le esportazioni italiane sono cresciute del 3,5% nei volumi e dell’1,9% nel valore, mentre in Corea del Sud le importazioni sono aumentate del 5,3%. Si tratta però di mercati ancora relativamente piccoli rispetto ai grandi poli del commercio globale del vino. Di conseguenza, la loro crescita non è sufficiente a compensare le perdite registrate nei mercati più maturi.

Il nuovo fattore di rischio: la crisi nel Golfo

Poiché il rallentamento della domanda è già di per sé un elemento di preoccupazione, si fa presto a capire perché gli ultimi avvenimenti geopolitici rischiano di aggravare ulteriormente la situazione. La guerra che si sta estendendo nel Medio Oriente, secondo molti operatori del settore, rappresenta una minaccia concreta soprattutto per la logistica internazionale. Le rotte commerciali che attraversano l’area del Golfo e del Mar Rosso sono infatti tra le più importanti per il traffico marittimo globale.

Quindi, anche se la domanda di vino italiano all’estero potrebbe rimanere relativamente stabile, il rischio è che diventi più difficile da soddisfare per ragioni puramente logistiche. Il paradosso è che proprio il Medio Oriente ha rappresentato negli ultimi anni una delle aree più promettenti per il vino italiano. Città come Dubai e Abu Dhabi negli ultimi anni si erano affermate come hub commerciali e turistici fondamentali per la diffusione dei vini premium italiani.

Il rischio eccedenze con la vendemmia alle porte

A rendere ancora più complesso il quadro c’è il tema delle scorte. Il settore vitivinicolo italiano parte infatti da livelli di giacenza già molto elevati. Se la prossima vendemmia dovesse essere nella media (circa 50 milioni di ettolitri) la disponibilità complessiva a fine anno potrebbe arrivare a 90 milioni di ettolitri.

Di fatto, eventuali blocchi logistici o rallentamenti dell’export potrebbero amplificare il problema delle eccedenze, con ripercussioni sull’intera filiera del cosiddetto “enofood”, dalla produzione agricola alla distribuzione internazionale. Inoltre, per molte aziende vitivinicole l’export rappresenta oltre la metà del fatturato. Una contrazione prolungata dei mercati internazionali potrebbe mettere sotto pressione soprattutto le realtà più piccole e orientate ai mercati esteri.