Più flessibilità e welfare, meno contributi: arriva lo sgravio per le imprese virtuose

Alle aziende con la certificazione sulla conciliazione vita-lavoro spetta uno sconto fino all'1% dei contributi, con un tetto di 50.000 euro

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Claudio Garau

Editor esperto in materie giuridiche

Laureato in Giurisprudenza, con esperienza legale, ora redattore web per giornali online. Ha una passione per la scrittura e la tecnologia, con un focus particolare sull'informazione giuridica.

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Le aziende che adottano politiche strutturate per favorire la conciliazione tra vita privata e lavoro potranno ottenere una nuova agevolazione relativa ai contributi previdenziali a proprio carico. Come previsto dal decreto-legge 62/2026 e dal successivo decreto attuativo del 10 settembre scorso, è in arrivo un esonero contributivo con un ben preciso meccanismo.

L’obiettivo è incentivare e premiare le imprese che adottano concretamente politiche a sostegno della famiglia, della genitorialità e del benessere dei lavoratori, attraverso una misura espressamente voluta dal Ministero del Lavoro, dal Ministero della Famiglia e dal Ministero dell’Economia.

Chi può ottenere il nuovo esonero contributivo e perché

Il requisito fondamentale per l’esonero è il possesso di una certificazione di conformità all’UNI/PdR 192:2026, la prassi di riferimento che individua i parametri minimi per le politiche aziendali di conciliazione tra famiglia e lavoro.

Rilasciata dagli organismi di valutazione accreditati e con validità triennale, la certificazione sulla conciliazione lavoro-famiglia attesta che una certa azienda ha adottato politiche e misure strutturali in diversi ambiti della gestione del personale. Tra gli interventi che possono essere valutati abbiamo, per esempio, la flessibilità dell’organizzazione del lavoro, il sostegno alla maternità e alla paternità, le misure per la cura dei familiari fragili, il welfare familiare, il benessere dei dipendenti e gli strumenti destinati a favorire la continuità del percorso professionale dopo i periodi di congedo.

Possono rientrare in questo sistema anche iniziative concrete e lodevoli come bonus per i figli, voucher per attività sportive, strumenti di smart working, monitoraggio delle buste paga e piani sanitari.

Quanto vale il bonus, stanziamenti risorse e cumulabilità

L’esonero potrà arrivare all’1% dei contributi previdenziali complessivamente dovuti o a carico del datore di lavoro, con un tetto massimo di 50mila euro annui ad azienda.

Questo tetto non significa che tutte le imprese certificate otterranno automaticamente proprio questo sconto. Calcolato mese per mese, l’importo effettivo dipenderà infatti da un insieme di elementi costituiti dalla contribuzione datoriale, dall’aliquota contributiva applicabile e dal periodo di validità della certificazione. Come evidenzia il decreto del 10 settembre scorso, il beneficio sarà parametrato su base mensile e applicato in relazione ai mesi di validità della certificazione per la conciliazione lavoro-famiglia.

Sono stati stanziati 7 milioni di euro per il 2026 e 12 milioni di euro per ciascuno degli anni 2027 e 2028. Qualora le richieste ammissibili superino le risorse disponibili, la percentuale effettiva dell’esonero sarà conseguentemente ridotta d’ufficio.

La misura è inoltre cumulabile con l’analoga agevolazione prevista per i datori di lavoro in possesso della certificazione della parità di genere (complessivamente ancora lontana in Italia), nel rispetto delle condizioni previste dalla legge.

Come si presenta la domanda all’Inps, le prime anticipazioni

Il possesso della certificazione non comporterà l’applicazione automatica dello sconto. Il datore di lavoro dovrà attivarsi con apposita domanda online all’ente previdenziale, direttamente oppure attraverso il rappresentante legale, un delegato o i professionisti abilitati ai sensi della legge 12/1979 (dottori commercialisti, avvocati, ragionieri e periti commerciali).

Il decreto interministeriale del 10 settembre scorso sottolinea che — nella domanda di ammissione allo sconto contributivo — dovrà essere indicata una dettagliata serie di informazioni tra cui:

  • i dati identificativi dell’azienda;
  • la forza aziendale media stimata;
  • l’identificativo alfanumerico della certificazione e la sua data di rilascio;
  • la dichiarazione di possesso di una certificazione tuttora in validità;
  • la retribuzione media mensile globale stimata per il periodo di validità della certificazione, calcolata tenendo conto delle retribuzioni medie dei dipendenti;
  • la stima dell’aliquota contributiva datoriale media;
  • la denominazione dell’organismo di certificazione accreditato che l’ha rilasciata;
  • la dichiarazione di non essere destinatari di provvedimenti di sospensione dei benefici contributivi.

Sono informazioni necessarie all’Inps per determinare la misura teorica dell’agevolazione e rapportarla alla situazione occupazionale e contributiva dell’impresa richiedente. In un’ottica di piena trasparenza, con periodicità il Dipartimento per le politiche della famiglia trasmetterà all’ente previdenziale i dati relativi alle aziende certificate.

Quando presentare la domanda

Il decreto interministeriale del 10 settembre scorso non ha stabilito un’unica scadenza valida per tutte le imprese. I termini saranno individuati dall’Inps attraverso specifiche finestre temporali.

C’è una regola pratica particolarmente importante: il datore di lavoro che presenterà la domanda entro il primo termine utile successivo al conseguimento della certificazione, potrà essere ammesso all’esonero per l’intero periodo di validità del documento, fermo restando il limite finale del 31 dicembre 2028.

Sarà quindi fondamentale il collegamento tra la data di rilascio della certificazione, la prima finestra utile individuata dall’Inps e il periodo durante il quale può essere utilizzato lo sgravio.

Che cosa succede se la certificazione viene revocata

La certificazione non è un adempimento puramente formale. Se viene meno, per rinuncia o revoca, il presupposto dell’agevolazione contributiva, la circostanza dovrà essere tempestivamente comunicata dal datore di lavoro all’Inps e al Dipartimento per le politiche della famiglia.

In caso di fruizione indebita dell’esonero, l’azienda sarà tenuta a restituire i contributi non versati, con l’applicazione delle relative sanzioni. Resta peraltro salva l’eventuale responsabilità penale se il fatto costituisce reato.

La fruizione dell’incentivo resta inoltre subordinata alle regole in materia di aiuti di Stato e al rispetto delle condizioni previste dalla legge 296/2006, circa il possesso del Durc, il rispetto degli accordi e contratti collettivi nazionali e il rispetto delle regole normative su salute e sicurezza nei luoghi di lavoro.

Un incentivo ma prima di tutto una politica aziendale

Il nuovo esonero contributivo introduce un meccanismo simile a quello già sperimentato con la certificazione della parità di genere: le politiche organizzative aziendali diventano misurabili, valutabili e certificabili e, quando rispettano determinati standard, possono produrre anche un vantaggio contributivo.

Nel quadro del decreto Lavoro 2026, l’agevolazione dell’1% fino a 50mila euro annui rappresenta certamente un incentivo economico a investire in politiche di welfare. E, oltre a ridurre il costo del lavoro, potrebbe favorire nuove assunzioni e consolidare i rapporti già in essere.

La certificazione, tuttavia, presuppone l’adozione effettiva e strutturale di strumenti destinati a migliorare la conciliazione tra lavoro e vita privata, sostenere la genitorialità e favorire il benessere dei dipendenti. Necessario anche il rispetto della disciplina del salario giusto. In pratica, il datore deve dimostrare di “meritarsi” lo sconto contributivo. Come in un circolo virtuoso, a loro volta i dipendenti si potranno giovare di condizioni di lavoro più flessibili e maggiore tutela della genitorialità e della cura familiare.

Ribadiamo infine che l’agevolazione ha decorrenza dal 28 giugno scorso, ma non è ancora concretamente utilizzabile: per applicare lo sgravio sui contributi le aziende dovranno attendere le istruzioni dell’ente previdenziale con apposita circolare, presentare la domanda e ottenere l’ammissione al beneficio.