Il Quiet Quitting rivoluzionerà il lavoro? Cos’è il fenomeno nato su TikTok

Cos’è il Quiet Quitting e quali potrebbero essere le conseguenze nel mondo del lavoro del nuovo fenomeno nato su TikTok

Foto di Claudio Garau

Claudio Garau

Editor esperto in materie giuridiche

Laureato in Giurisprudenza, con esperienza legale, ora redattore web per giornali online. Ha una passione per la scrittura e la tecnologia, con un focus particolare sull'informazione giuridica.

Si chiama Quiet Quitting ed è il nuovo fenomeno che potrebbe modificare in maniera radicale il comportamento delle persone, almeno delle nuove generazioni, nei confronti del lavoro. Per comprenderne il significato si può visionare su TikTok il post pubblicato da Zaid Khan sul proprio profilo.

Nel suo video da milioni di visualizzazioni, il 24enne americano ha descritto in maniera sintetica i tratti essenziali del quiet quitting. Si tratta di svolgere il proprio lavoro, non andando però “al di sopra e oltre (above and beyond)” del proprio ruolo. Come sottolineato da Khan, in questo modo si contrasta la “mentalità della hustle culture”, o stacanovismo, per cui il “lavoro deve coincidere con la propria vita”.

Quiet quitting, ecco cos’è

A differenza della Great Resignation, l’altro fenomeno sociale esploso nel 2021, nel caso del Quiet Quitting non sono previste le dimissioni dal proprio impiego (qui abbiamo parlato del fenomeno della Great Resignation, dei trend del futuro e dei lavori più ricercati con l’innovation thinker Alberto Mattiello).

Per fare qualche esempio, si tratta, tra le altre cose, di far rispettare le condizioni e le mansioni di lavoro accettate nel momento dell’assunzione, compresa l’uscita dall’ufficio non andando oltre il proprio orario e il diritto alla disconnessione.

Secondo i suoi sostenitori, il Quiet Quitting permetterebbe quindi di non lasciare che l’aspetto lavorativo prenda il sopravvento sulla propria vita privata. Una tendenza spesso riscontrata nei dipendenti negli ultimi anni. Di conseguenza, riuscendo a mettere in pratica tali accortezze, si potrebbe sfuggire dal pericolo del burnout, ovvero l’esaurimento spesso legato al sovraccarico quantitativo e qualitativo di lavoro.

Qui la classifica delle lauree con cui si trova più lavoro.

Le critiche dei datori di lavoro

Come è facile immaginare, una visione del genere non mette però d’accordo tutti gli attori coinvolti. In particolare, è possibile ricavare punti di vista differenti tra datori di lavoro e dipendenti.

Per i primi può emergere più di una criticità potenziale dall’adozione di un comportamento del genere. Infatti, secondo diversi manager che si sono espressi sul tema attraverso interventi su diversi media internazionali, potrebbe risultare particolarmente complicato tracciare un confine netto dei compiti del dipendente e, di conseguenza, quando si va oltre tali mansioni.

Anche per diversi osservatori esterni si rischia più di un’incomprensione in questo senso. L’impiegato potrebbe avere una percezione delle proprie responsabilità diversa da quella del proprio manager, con il pericolo per i primi di essere accusati dai secondi, a torto o ragione, di un rallentamento nei propri compiti, fino anche al lassismo.

Qui invece le figure che mancano nel mercato del lavoro italiano – e quindi molto richieste – almeno fino al 2026.

Un antidoto al burnout lavorativo?

Altri utenti di TikTok a favore del Quiet Quitting rimandano al mittente critiche del genere, affermando come non cambi il proprio impegno, sia a livello quantitativo che qualitativo, ma che l’adozione di un comportamento del genere garantisca meno stress e più equilibrio psico-fisico.

Per poter comprendere fino in fondo le ragioni dell’una e dell’altra parte diventa quindi necessario indagare oltre, grazie alle diverse rilevazioni che emergono nel settore lavorativo.

Secondo il sondaggio di Gallup State of the Global Workplace: 2022 Report pubblicato lo scorso giugno, solamente il 21% si sente pienamente coinvolto nel proprio lavoro a livello mondiale. Come evidenziato dalla società di consulenza statunitense, la maggioranza della forza lavoro globale risulta quindi essere almeno insoddisfatta, se non infelice, della propria occupazione.