Il quadro che emerge dal monitoraggio della Fiom Veneto è allarmante. Sono oltre 4.500 i lavoratori coinvolti in crisi aziendali, un numero che fotografa una situazione diffusa e strutturale, non più riconducibile a fenomeni isolati o settoriali.
Attualmente, l’Unità di Crisi Aziendale regionale sta gestendo circa 15 tavoli, ciascuno riguardante oltre un centinaio di posti di lavoro, mentre altri 24 casi sono sotto osservazione. È l’immagine di un Veneto storicamente solido industrialmente, ma che si trova ad affrontare fattori come assetti geopolitici, dazi, conflitti bellici, transizioni energetiche e digitali. Oltre ad un’inedita fragilità anche nel settore del lusso.
I motivi di queste crisi
Le cause, come sottolinea Barbara Beltrame Giacomello, presidente di Confindustria Vicenza, sono profonde:
Parliamo di costo dell’energia, tassazione, carenze infrastrutturali, ma anche – e sempre di più – di scarsa attenzione agli investimenti in intangibili: ricerca, innovazione, competenze, digitale e organizzazione, cioè tutti i fattori che incidono sulla produttività.
I casi concreti raccontano una regressione preoccupante. Multinazionali e fondi di investimento, spesso subentrati alle famiglie imprenditoriali dopo la crisi del 2008, oggi riorganizzano le produzioni su scala globale, spesso a danno degli stabilimenti italiani. Quelle più piccole, se non supportate da una politica industriale nazionale e regionale forte, rischiano di essere travolte. E gli ammortizzatori sociali attuali, avverte la Fiom, non sono più adeguati a fronteggiare crisi di questa portata e durata.
A Belluno, è in difficoltà la Edim Bosch, azienda metallurgica nel campo dell’automotive. Un settore stretto tra la lenta transizione elettrica e un gap competitivo insostenibile, con costi fino al 40% più alti rispetto ai concorrenti asiatici ed est-europei. A Feltre, non naviga in buone acque nemmeno la Hydro Extrusion Italy è in bilico. A Porto Marghera, Altuglas (gruppo americano) ha dichiarato l’impossibilità di rimanere a causa degli eccessivi costi energetici, mettendo a rischio 51 posti di lavoro.
Più colpita la metalmeccanica
La metalmeccanica è il settore più sotto tiro. Spiega Antonio Silvestri, segretario generale della Fiom del Veneto:
Durante la crisi del 2008 e 2009, le aziende, piccole e spesso sottocapitalizzate, sono state in molti casi acquisite da multinazionali e fondi di investimento, minando il radicamento con il territorio. Ora però non siamo in una fase ciclica di flessione che sarà seguita da una ripresa come è sempre stato: e non è nemmeno una transizione verso un nuovo equilibrio. Assistiamo a un cambiamento strutturale, la stessa globalizzazione è in discussione, gli equilibri di decenni sono compromessi. Nel frattempo però le produzioni hanno lasciato l’Italia e l’Europa.
Il quadro nel 2025
Il 2025 è stato un anno di continui problemi dal punto di vista lavorativo. A Verona, le chiusure di Vetrerie Riunite/Borromini e la procedura di licenziamento collettivo alla Ammann Italy di Bussolengo (con trasferimento della produzione in Turchia) hanno scosso il territorio. A Treviso, la travagliata vicenda di Likum ha visto il passaggio a una società rumena e il rischio di chiusura. A Vicenza, l’incertezza grava sullo stabilimento di Acciaierie Valbruna, mentre lo stabilimento ex Ilva di Legnaro è fermo, con le macchine spente. La parola delocalizzazione è tornata a pesare come un macigno, con la Lenze Italia di Isola Rizza (VR) che prospetta il trasferimento in Polonia.
In questo panorama cupo, una flebile nota positiva: il ritorno a conduzione italiana di Riello grazie all’acquisizione da parte di Ariston, a dimostrazione che un’alternativa esiste.