Smart working, che succederà dopo l’emergenza?

La pandemia ci ha costretto a ripensare non solo le nostre abitudini ma anche il modo di lavorare

(TELEBORSA) In uno scenario pieno di incertezze, la sola cosa certa è che il coronavirus ha fatto irruzione nelle nostre vite con la forza devastante di uno tsunami, cambiando – rivoluzionandole – le nostre abitudini e anche il modo di lavorare.

Orari diversi, videochiamate, contatto solo virtuale  con i colleghi. Piccole grande rivoluzioni che ci accompagneranno ancora per diverso tempo, almeno fino a che il “nemico invisibile” non sarà definitivamente debellato. Lo smart working resisterà anche dopo l’emergenza?

I numeri – Nello scenario pre-Covid, lo smart working coinvolgeva 570 mila lavoratori, con unincremento del 20% tra il 2018 e il 2019.  Con considerevoli differenze a seconda del tipo di azienda: il 65% delle grandi imprese sostiene di aver intrapreso iniziative volte a favorire lo smart working, contro il 30% delle piccole e medie e il 23% della Pubblica amministrazione. Numeri che ovviamente sono lievitati nel corso dell’emergenza ( più di 8 milioni).

Con l’avvio della Fase 2, partita ufficialmente lo scorso 4 maggio, circa 2,7 milioni di lavoratori sono rientrati sul posto di lavoro. Ma il Governo ha sollecitato, ove possibile, il ricorso all’utilizzo dello smart working per evitare la diffusione del contagio, limitando spostamenti e contatti.

COSA NE PENSANO I LAVORATORI? – Nei giorni scorsi a scattare la fotografia ci ha pensato l‘indagine Cgil/Fondazione Di Vittorio,  secondo la quale il 60% degli intervistati vorrebbe proseguire l’esperienza di smart working anche dopo l’emergenza. Meno convinte le donne per le quali questa modalità di lavoro è “più pesante, complicata, alienante e stressante.

 

LA POSIZIONE DEI SINDACATI – Parola d’ordine “regolamentazione” per i sindacati che invitano a definire con chiarezza il perimetro. “Prima della pandemia erano 500-600 mila i lavoratori ‘a distanza’, in queste settimane siamo arrivati a 8,5 milioni” di persone in smart working, “una dimensione e una velocità che non ha precedenti. Sindacalmente c’è la necessità di sapere come si agisce sul piano contrattuale per affrontare e tutelare questa condizione”. Lo ha rimarcato il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, concludendo l’iniziativa “Reti in comune: contrattare l’innovazione, disegnare la città partecipata”, tornando a sottolineare la centralità del lavoro e della contrattazione e la qualità dell’occupazione.

Secondo il leader della Uil, Carmelo Barbagallo, se lo smart working non verrà codificato “si manderanno allo sbaraglio intere generazioni”.

RIVOLUZIONE PA, TEMPI MATURI – Tra i settori che meglio si sono adattati al cambiamento, la Pubblica Amministrazione che ha già avviato la “rivoluzione”, come ha chiarito la Ministra Dadone. “I cittadini hanno ben compreso che fare smart working non significa stare a casa in panciolle, ma riorganizzare il lavoro pubblico, sia a casa che in ufficio come anche in altre eventuali sedi, privilegiando la produttività, il risultato e gli obiettivi. Stiamo compiendo una piccola, grande rivoluzione culturale”.  Per la Ministra ovviamente, la nuova modalità di lavoro “va disciplinata in parte in legge in parte con una discussione sindacale”

GOVERNO, LE PROSSIME MOSSE  – La Ministra del Lavoro Catalfo ha più volte ribadito che lo smart working si è rivelato “uno strumento fondamentale, tanto nel pubblico quanto nel privato”, una “grande opportunità” ma va “regolamentato meglio”. Per questo ha anticipato che a breve incontrerà le parti sociali per aprire un confronto.

© Italiaonline S.p.A. 2020Direzione e coordinamento di Libero Acquisition S.á r.l.P. IVA 03970540963

Smart working, che succederà dopo l’emergenza?