Data center e AI nel Sud Italia: perché Puglia, Sicilia e Campania attirano i nuovi investimenti digitali

L’intelligenza artificiale sta ridisegnando la geografia delle infrastrutture digitali. E mentre Milano resta il grande polo nazionale, il Mezzogiorno comincia a proporsi come la nuova frontiera dei data center

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Donatella Maisto

Esperta in digital trasformation e tecnologie emergenti

Dopo 20 anni nel legal e hr, si occupa di informazione, ricerca e sviluppo. Esperta in digital transformation, tecnologie emergenti e standard internazionali per la sostenibilità, segue l’Innovation Hub della Camera di Commercio italiana per la Svizzera. MIT Alumni.

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Il punto non è solo dove mettere nuovi server. Il punto è capire dove l’AI troverà energia, rete, spazio, tempi autorizzativi credibili e una filiera territoriale in grado di trasformare l’infrastruttura in lavoro e investimenti. È qui che il Sud smette di apparire come periferia da collegare e comincia a somigliare a una piattaforma industriale da presidiare, grazie a cavi sottomarini, fibra, aree industriali riconvertibili, ZES e una posizione sempre più centrale nel Mediterraneo digitale.

Perché l’AI sta cambiando la geografia degli investimenti digitali

Per anni il Sud è stato raccontato come l’ultimo miglio della modernizzazione italiana: più lontano dalle reti dense, dai capitali e dai grandi nodi decisionali. L’era dell’intelligenza artificiale, però, sta incrinando proprio questa gerarchia. Perché i data center non inseguono più soltanto i luoghi dove il digitale è già maturo: cercano anche spazio, disponibilità energetica, connessioni veloci, approdi internazionali e territori in cui una nuova infrastruttura possa crescere senza trovare subito un muro fisico o regolatorio.

Ed è esattamente questa la cornice in cui il MIMIT ha pubblicato, a novembre 2025, la sua strategia per attrarre investimenti nei data center, con l’obiettivo dichiarato di distribuire in modo più omogeneo queste infrastrutture sul territorio nazionale e rafforzare il ruolo dell’Italia come hub digitale europeo e mediterraneo.

L’AI sta riscrivendo la mappa dei data center

La spinta viene da una forza molto concreta: l’AI. Secondo l’IEA (International Energy Agency), il consumo elettrico globale dei data center è destinato a più che raddoppiare entro il 2030, arrivando a circa 945 TWh, con una crescita annua intorno al 15%, trainata soprattutto dai carichi di lavoro legati all’intelligenza artificiale. In Europa, la domanda elettrica dei data center è attesa in aumento di oltre 45 TWh entro fine decennio. Non è un dettaglio tecnico: significa che la prossima geografia del digitale dipenderà sempre di più da energia, rete e tempi di connessione.

L’Italia è già dentro la corsa ai data center 

Anche l’Italia è già dentro questa accelerazione. Il MIMIT indica 146 data center commerciali per oltre 262 MW di potenza installata, mentre a luglio 2025 la domanda energetica legata alle varie iniziative del settore era arrivata a circa 55 GW, con oltre il 70% concentrato tra Lombardia e Piemonte, ma con una crescita netta anche in regioni come Lazio e Puglia.
In parallelo, l’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano calcola che nel triennio 2023-2025 siano stati investiti 7,1 miliardi di euro e che entro il 2028 siano previste 83 nuove infrastrutture per oltre 25 miliardi potenziali. Il mercato, quindi, si sta allargando. Ma la sua mappa non è ancora definitiva.

Milano domina ancora, ma il Sud non è più un piano B 

Il nodo vero è che oggi Milano continua a dominare. Secondo il Politecnico, concentra il 68% della potenza energetica nominale installata nazionale, pari a 414 MW, e potrebbe intercettare il 23% degli investimenti europei annunciati. Proprio per questo il Mezzogiorno non va letto come una suggestione esotica o come un semplice “piano B”: è la parte più interessante della ridistribuzione che il mercato sarà costretto a fare se vuole crescere senza scontrarsi contro vincoli di rete, saturazione e tempi autorizzativi.

Il Sud non è più il bordo della rete

La vera novità è che il Mezzogiorno non entra in questa partita soltanto perché costa meno o perché ha più terreno disponibile. Entra perché alcuni dei fattori che oggi decidono dove va il capitale digitale sono già presenti.
Nel documento del MIMIT compaiono con chiarezza: dorsale in fibra molto estesa, Internet Exchange Point regionali, rete elettrica diffusa, siti brownfield (ndr aree già urbanizzate o già usate in passato per attività industriali, produttive, logistiche o infrastrutturali, e oggi dismesse, sottoutilizzate o da riconvertire) già urbanizzati e una collocazione geografica che permette di intercettare il traffico dati in ingresso nel Paese. Il Ministero è esplicito: un investimento mirato nel Sud migliorerebbe la distribuzione geografica dei nodi, aumenterebbe la capillarità dei servizi e ridurrebbe il rischio di interruzioni su larga scala.

È qui che il racconto cambia profondamente. Perché il Sud non appare più come una periferia della rete, ma come una delle sue soglie.
Il MIMIT segnala che il Mezzogiorno è punto di approdo di numerosi cavi sottomarini internazionali, tra cui BlueMed, 2Africa, SeaMed e Quantum Cable, e definisce questa concentrazione di infrastrutture un fattore che trasforma il Sud in un hub digitale cruciale per il Mediterraneo, ponte tra Europa, Africa e Asia. In termini geopolitici e industriali, non è poco: significa che il valore del Mezzogiorno non dipende più solo dalla distanza dal Nord, ma dalla vicinanza ai corridoi internazionali dei dati.

Puglia, la regione che oggi appare più contendibile

Tra le regioni del Sud, la Puglia è probabilmente quella che oggi presenta il profilo più leggibile agli occhi degli investitori. Non solo perché il MIMIT la cita tra le aree in cui la domanda energetica del settore cresce più rapidamente, ma perché Bari, Otranto e San Foca compaiono nella mappa degli approdi come nodi di una rete già proiettata sul Mediterraneo orientale e sui flussi internazionali.
Inoltre, il Ministero collega la nascita di Namex Bari alla riduzione della latenza per il Sud Italia e alla decentralizzazione dell’infrastruttura di rete. In altre parole, la Puglia non interessa soltanto perché ha spazio: interessa perché comincia a offrire prossimità ai cavi, minore latenza e una posizione di cerniera tra i mercati.

Questo è il motivo per cui la Puglia, più di altre, può trasformare un vantaggio geografico in vantaggio industriale.

Bari non è semplicemente una città del Sud ben collegata: sta diventando uno dei punti in cui la logica dell’AI incontra quella del Mediterraneo. In un’economia che ha sempre più fame di calcolo, ospitare capacità computazionale in prossimità dei grandi flussi dati conta quasi quanto ospitare un porto commerciale in prossimità delle grandi rotte marittime. È una mutazione silenziosa, ma molto concreta.

Sicilia, la regione più strategica

Se la Puglia appare la più contendibile, la Sicilia è probabilmente la più strategica. Basta guardare la densità degli approdi citati dal MIMIT: Catania, Palermo, Mazara del Vallo, Trapani, Marina di Ragusa, Pozzallo.
Lo stesso Ministero osserva che collocare un data center vicino a questi punti rappresenta una scelta “estremamente strategica ed efficiente”, perché consente di intercettare il traffico dati in maniera anticipata, direttamente dal punto d’ingresso sul territorio nazionale. È un passaggio tecnico che, letto bene, racconta un cambio di visione: la Sicilia non è soltanto un’isola da collegare meglio, ma uno dei luoghi in cui i dati arrivano prima.

Questa centralità digitale si innesta, inoltre, su un ecosistema industriale che sta già mostrando segnali di attrazione. A Catania, per esempio, STMicroelectronics ha confermato un investimento da 5 miliardi di euro per il sito locale, con oltre 2.000 posti di lavoro attesi, consolidando il ruolo dell’Etna Valley come polo tecnologico europeo. Non è un investimento in data center, ma è un segnale importante: dice che la Sicilia non è più soltanto un luogo di transito, ma un territorio che il capitale industriale avanzato considera credibile per insediamenti di lungo periodo.

Campania, molto più solida di quanto sembri

La Campania ha un profilo meno appariscente, ma forse proprio per questo più robusto. Qui il valore non dipende tanto dall’immaginario della porta del Mediterraneo, quanto dalla funzione di snodo tra domanda urbana, servizi e interconnessione. Il MIMIT segnala che nell’ottobre 2024 è stato attivato MIX Caserta, così da permettere agli operatori regionali di connettersi direttamente alla LAN di Milano e alle oltre 400 reti presenti nell’ecosistema MIX. È un dettaglio tecnico che però traduce bene il punto: la Campania può diventare una regione in cui parte della domanda meridionale smette di essere soltanto terminale e comincia a essere servita più da vicino, con benefici su latenza, affidabilità e servizi edge.

Per gli investitori questo conta. Perché la Campania offre un mercato denso, urbano, portuale, logistico, con una domanda reale di servizi digitali distribuiti. Se la Puglia è la regione che racconta meglio la frontiera, la Campania è quella che può rendere la decentralizzazione meno retorica e più industriale. Non tanto il Sud da conquistare, quanto il Sud da mettere a sistema.

Senza energia questa corsa resta un’idea

Il limite vero, però, si chiama energia. Non basta avere cavi, fibra e aree brownfield se poi la rete non riesce a sostenere la crescita. Terna ricorda che le richieste di connessione dei data center alla rete nazionale hanno superato i 300 progetti e i 50 GW già a metà 2025, e sono poi salite ancora a fine anno. Nello stesso tempo, il gruppo ha messo in campo 16,6 miliardi di euro di investimenti nel quinquennio 2024-2028 per rafforzare la rete, di cui circa 10,8 miliardi destinati a sviluppo e superamento delle congestioni, con interventi che toccano direttamente il Mezzogiorno, dal Tyrrhenian Link al Sa.Co.I.3 fino alle interconnessioni con il Mediterraneo.
È il passaggio più concreto di tutta la vicenda: il Sud può diventare frontiera dei data center solo se il suo ruolo digitale viene sostenuto da una infrastruttura elettrica all’altezza.

Perché questa partita conta in questo momento storico

Il significato storico di tutto questo è forse il punto più interessante. Per decenni il Mezzogiorno è stato pensato come il territorio da connettere, da modernizzare, da recuperare. Con l’AI, anche le formule più abusate smettono di sembrare retoriche e acquistano un significato concreto. Oggi il Sud può diventare il luogo che ospita capacità computazionale, intercetta traffico dati in ingresso e si candida a servire una parte dell’infrastruttura europea del cloud e dell’intelligenza artificiale. Non è una rivincita simbolica: è un cambio di funzione economica. Il Mezzogiorno non sarebbe più soltanto consumatore finale di reti costruite altrove, ma uno dei luoghi in cui la rete prende forma.

È anche per questo che il MIMIT insiste sui benefici territoriali degli investimenti: riqualificazione di aree dismesse, risorse per i bilanci comunali, possibile riuso del calore di scarto e creazione di posti di lavoro ad alta specializzazione. E non è teoria. Lo stesso Ministero, parlando della riconversione dell’ex centrale di Cerano a Brindisi, ha segnalato 61 progetti su 3.280 ettari e oltre 900 occupati potenziali nelle iniziative più avanzate. Non è un progetto data center, ma mostra con chiarezza quale sia oggi la materia prima del Sud: grandi aree industriali in transizione che possono diventare il basamento fisico di una nuova economia infrastrutturale.

I bandi e le leve aperte da monitorare

Per chi guarda al tema con un taglio operativo, oggi ci sono almeno tre strumenti da seguire.

Il primo è l’IPCEI CIC, aperto dal MIMIT il 1° aprile 2026 e con scadenza il 7 maggio 2026: riguarda cloud, intelligenza artificiale e infrastrutture di calcolo europee distribuite, con un approccio che unisce edge e cloud e punta a sicurezza, interoperabilità e sovranità tecnologica.

Il secondo è il credito d’imposta ZES Unica 2026, che prevede la comunicazione delle spese ammissibili dal 31 marzo al 30 maggio 2026 per investimenti in strutture produttive ubicate in Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia. Non finanzia automaticamente un hyperscale data center, ma è uno strumento rilevante per l’ecosistema territoriale che deve accompagnare questi insediamenti.

Il terzo è Sviluppo Competenze, misura MIMIT per le PMI del Mezzogiorno, con domande dal 21 aprile al 23 giugno 2026, pensata per rafforzare le competenze del personale sui processi di transizione tecnologica e digitale. È meno spettacolare di un grande annuncio industriale, ma spesso è la leva che decide se un territorio ospita davvero una filiera o si limita ad affittare spazio.

La domanda giusta

La domanda giusta è se il Sud saprà trasformare questa finestra in un nuovo posizionamento storico. Perché questa volta non si tratta di inseguire la manifattura degli altri o di chiedere una compensazione territoriale.
Si tratta di capire se Puglia, Sicilia, Campania riusciranno a farsi trovare pronte nel momento in cui il capitale digitale cerca nuovi luoghi credibili dove posarsi. E credibili, oggi, vuol dire una cosa molto concreta: cavi, energia, fibra, brownfield, regole, formazione, tempi. Se questi fattori si allineano, il Mezzogiorno smette di sembrare una periferia da aiutare e comincia ad assomigliare a una soglia strategica da presidiare.