Italia, record negativo per costi sanitari legati all’uso di gas metano

Il WWF evidenzia che, l’aumento del 47% della concentrazione atmosferica di gas metano rispetto all’epoca preindustriale, provoca danni su clima e salute umana

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Matteo Paolini

Giornalista pubblicista

Nel 2012 ottiene l’iscrizione all’Albo dei giornalisti pubblicisti. Dal 2015 lavora come giornalista freelance occupandosi di tematiche ambientali.

Il gas naturale è una delle fonti energetiche più discusse negli ultimi anni, soprattutto per le sue potenzialità di contribuire alla transizione energetica e alla decarbonizzazione. Tuttavia, è importante tenere presente che il gas naturale è prevalentemente costituito da metano, un potente gas serra che può avere un impatto negativo sul clima. Oggi, grazie a un quadro conoscitivo in rapida evoluzione, siamo in grado di affermare che il metano merita un’attenzione particolare nelle politiche di mitigazione climatica. Il report del WWF “Le emissioni di metano in Italia” fornisce stime sulle emissioni di metano in Italia e indicazioni su come ridurle, anche in vista della revisione del Piano Nazionale Energia e Clima. Secondo il report, la riduzione delle emissioni di metano può contribuire significativamente agli obiettivi climatici previsti dall’accordo di Parigi, oltre a portare importanti benefici per la salute pubblica e l’agricoltura.

Il metano è un gas-serra di origine antropica che rappresenta circa il 20% delle emissioni globali. Le sue concentrazioni atmosferiche sono aumentate del 47% dall’epoca preindustriale ad oggi, e raggiungono attualmente i livelli più elevati degli ultimi 800.000 anni. Le emissioni di metano sono prodotte sia da attività umane sia da quelle naturali. Sebbene il metano sia molto meno abbondante nell’atmosfera rispetto alla CO2, assorbe però la radiazione infrarossa termica in modo molto più efficiente e, di conseguenza, ha un potenziale di riscaldamento globale circa 80 volte più forte per unità di massa della CO2 su una scala temporale di 20 anni e circa 30 volte più potente su una scala temporale di 100 anni.

Il metano contribuisce in modo significativo al riscaldamento globale. La più recente ricerca scientifica suggerisce che il metano è responsabile di una quantità di riscaldamento superiore a quanto si pensasse inizialmente. Questo significa che dobbiamo agire in fretta per ridurre le emissioni di metano, altrimenti il riscaldamento globale accelera in modo pericoloso.

Il rapporto dell’Italia con il metano

Il metano, se bruciato, può inquinare l’aria e danneggiare la salute umana. La produzione di ozono troposferico è una delle conseguenze della combustione del metano, e può avere gravi impatti sulla salute, sull’agricoltura e sugli ecosistemi. In Italia, questo problema è particolarmente sentito, sia per la pressione che grava sulle strutture ospedaliere sia per le perdite economiche che si registrano in alcuni settori agricoli.

Il gas naturale è una delle fonti di energia più utilizzate al mondo, ma l’Italia è il Paese con i maggiori costi sanitari derivanti dal suo utilizzo. Nel 2019, sono stati registrati 2.864 morti premature, 15.000 casi di impatti respiratori sugli adulti e sui bambini, 4.100 ricoveri ospedalieri e 5 milioni di giorni lavorativi persi a causa di malattie legate all’uso del gas naturale negli impianti termoelettrici.

L’agricoltura biologica e altri sistemi a basso input che enfatizzano l’uso circolare dei nutrienti sono cruciali per la riduzione delle emissioni di gas-serra. Non solo questi interventi hanno un forte potenziale di ridurre le emissioni, ma portano anche numerosi benefici collaterali per la salute umana, la qualità dell’acqua e dell’aria, e la biodiversità. Pertanto, è importante che questi interventi siano considerati prioritari nei programmi di decarbonizzazione.

Il report del WWF

Il report commissionato dal WWF però fa emergere anche una notizia positiva: poiché il metano è un gas-serra più potente dell’anidride carbonica, ma con una vita media in atmosfera più breve, il raggiungimento di riduzioni significative avrebbe un effetto rapido ed efficace sul potenziale di riscaldamento atmosferico. Concentrazioni di metano inferiori ridurrebbero rapidamente il tasso di riscaldamento, rendendo la mitigazione delle emissioni di metano uno dei modi migliori per limitare il riscaldamento in questo decennio e in quelli successivi. Queste considerazioni sono alla base del Global Methane Pledge, sostenuto da più di 100 Paesi, tra cui l’Italia, che prevede un impegno a ridurre le emissioni di metano in particolare a livello globale di almeno il 30% rispetto ai livelli del 2020 entro il 2030. Il WWF sottolinea che nel nostro Paese, il gas naturale rappresenta ancora una fonte energetica maggioritaria, motivo per cui occorre procedere in modo spedito alla definizione di un quadro programmatico adeguato per il suo definitivo abbandono al più presto.

Anche il rapporto internazionale dell’IPCC di quest’anno conferma che per raggiungere l’obiettivo di 1,5°C, dobbiamo eliminare circa un terzo delle attuali emissioni di metano entro il 2030 e circa il 45% entro il 2040. Per questo il WWF raccomanda un’evoluzione del sistema nazionale dell’inventario che preveda un sistema di monitoraggio delle emissioni di metano affidabile ed efficiente, che garantisca la tracciabilità di tutte le emissioni.

In attesa dell’approvazione ufficiale del regolamento europeo sul reporting delle emissioni di metano di origine energetica, sarebbe auspicabile che il Ministero della Transizione Ecologica provvedesse a colmare il vuoto normativo, anticipando gli obblighi per le aziende introdotti dal regolamento per quanto riguarda il reporting delle emissioni e incaricando un organismo tecnico (come l’ISPRA) di fornire a tutti i soggetti interessati adeguati indirizzi tecnici per la messa a punto dei sistemi di monitoraggio. Ma soprattutto è urgente anche in Italia la preparazione di una Strategia per il metano, allineata a quella europea e integrata con il Piano Nazionale Energia e Clima, attualmente in fase di revisione per garantirne l’allineamento con i nuovi obiettivi europei al 2030 e al 2050.