Giornata mondiale delle api, quanto valgono davvero: fino a 577 miliardi di dollari per il cibo globale

Il World Bee Day, celebrato il 20 maggio, è l’occasione per leggere api e impollinatori non solo come simbolo ambientale, ma come infrastruttura economica naturale. Il loro lavoro gratuito sostiene rese agricole, qualità dei prodotti, filiere alimentari e prezzi al consumo.

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Donatella Maisto

Esperta in digital trasformation e tecnologie emergenti

Dopo 20 anni nel legal e hr, si occupa di informazione, ricerca e sviluppo. Esperta in digital transformation, tecnologie emergenti e standard internazionali per la sostenibilità, segue l’Innovation Hub della Camera di Commercio italiana per la Svizzera. MIT Alumni.

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Il problema non è solo trovare meno miele sugli scaffali. Senza api e impollinatori, il rischio è pagare di più mele, fragole, ciliegie, mandorle, zucchine, meloni e molti altri alimenti che entrano ogni settimana nel carrello della spesa. Il miele è la parte più visibile. L’impollinazione è quella più importante.

Il World Bee Day, la Giornata mondiale delle api, si celebra ogni anno il 20 maggio. La FAO ricorda che la ricorrenza è stata istituita dalle Nazioni Unite nel 2018 per richiamare l’attenzione sul ruolo essenziale di api e altri impollinatori per salute delle persone, ecosistemi, agricoltura e mezzi di sussistenza.
Il tema 2026 è “Bee together for people and the planet – A partnership that sustains us all”, con un focus sul rapporto tra api, comunità, apicoltura, redditi rurali e trasformazione dei sistemi agroalimentari.

La chiave economica è semplice: gli impollinatori svolgono un servizio produttivo che non appare nello scontrino. Non hanno un prezzo diretto per il consumatore, non sono indicati in etichetta, non compaiono nei bilanci familiari. Ma se diminuiscono, il costo non sparisce. Si sposta lungo la filiera: prima nei campi, poi nei margini degli agricoltori, infine nei prezzi pagati dalle famiglie.

World Bee Day: perché le api sono una notizia economica

Raccontare le api solo come patrimonio naturale è corretto, ma incompleto. Le api sono anche un fattore di produttività agricola. Contribuiscono alla quantità dei raccolti, alla qualità dei frutti, alla regolarità delle produzioni e alla stabilità dell’offerta. In altre parole, incidono su ciò che arriva sul mercato e sul prezzo con cui arriva.

Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, circa l’84% delle specie coltivate nell’Unione europea dipende, almeno in parte, dall’impollinazione degli insetti. Il valore economico della produzione agricola europea direttamente attribuita agli impollinatori è stimato in almeno 5-15 miliardi di euro l’anno. Tra le colture citate dall’EEA ci sono mele, pomodori, mandorle e girasoli.

È una cifra che aiuta a cambiare prospettiva. Il lavoro delle api non è un dettaglio naturalistico. È una componente del sistema alimentare europeo. Se si indebolisce, non si perde solo biodiversità: si riduce la resilienza economica dell’agricoltura.

Senza api non sparisce solo il miele

Il miele è il prodotto che associamo più immediatamente alle api. Ma è solo una parte della storia. Il vero valore economico degli impollinatori sta nei raccolti che rendono possibili o che migliorano.

Api domestiche, api selvatiche, bombi, farfalle, sirfidi e altri insetti pronubi contribuiscono all’impollinazione di molte colture. Non tutte dipendono nello stesso modo. Alcune hanno bisogno diretto degli insetti per produrre frutti in modo efficiente. Altre ne beneficiano in termini di dimensione, uniformità, qualità o stabilità della resa. Altre ancora, come alcune colture anemofile, dipendono più dal vento che dagli insetti, ma restano inserite in ecosistemi agricoli che traggono beneficio dalla biodiversità.

Questa distinzione è importante perché evita di trasformare il tema in uno slogan. Senza api non scomparirebbe tutto il cibo. Ma diventerebbe più fragile una parte rilevante dell’offerta alimentare fresca, quella che pesa sulla qualità della dieta e spesso anche sul prezzo della spesa.

Quanto valgono davvero gli impollinatori

Le stime disponibili mostrano ordini di grandezza rilevanti. ISPRA indica che il valore economico del servizio di impollinazione animale è stimato in circa 153 miliardi di euro a livello mondiale, di cui 22 miliardi in Europa e 2,5 miliardi in Italia. La produzione agricola mondiale direttamente associata all’impollinazione ha invece un valore stimato tra 235 e 577 miliardi di dollari.

I due dati non vanno confusi. Il primo misura il valore del servizio di impollinazione. Il secondo riguarda il valore della produzione agricola che dipende direttamente dal contributo degli impollinatori. Sono due modi diversi di leggere lo stesso nodo: una parte del valore del cibo nasce da un lavoro naturale che il mercato tende a considerare gratuito.

A livello globale, il rapporto IPBES sugli impollinatori stima, infatti, che il 5-8% della produzione agricola mondiale sia direttamente attribuibile all’impollinazione animale, per un valore annuo compreso tra 235 e 577 miliardi di dollari.

Dal campo allo scaffale: come le api influenzano i prezzi

Il legame tra api e prezzi alimentari non è immediato come quello tra energia e carburanti. Ma funziona con una logica molto concreta.

Quando gli impollinatori diminuiscono, alcune colture possono avere rese più basse o meno stabili. Gli agricoltori possono ottenere meno prodotto per ettaro, frutti meno uniformi, più scarti o raccolti più esposti alla variabilità climatica. Se la produzione cala, l’offerta si riduce. Se la qualità peggiora, aumenta la selezione. Se la produzione nazionale non basta, cresce la dipendenza dalle importazioni. Alla fine, la pressione può arrivare anche al prezzo finale.

Questo meccanismo è particolarmente importante in una fase in cui il carrello alimentare è già sensibile agli shock. Istat ha rilevato che a marzo 2026 l’inflazione italiana si è portata all’1,7%, con una sensibile accelerazione degli alimentari non lavorati, saliti al +4,7% dal +3,7% di febbraio.

Il punto non è sostenere che il declino degli impollinatori spieghi da solo l’aumento dei prezzi. Sarebbe scorretto. I prezzi alimentari dipendono anche da energia, trasporti, clima, manodopera, fertilizzanti, logistica, margini di filiera e domanda. Ma gli impollinatori sono una variabile strutturale: quando si indeboliscono, rendono il sistema più vulnerabile agli altri shock.

Le filiere più esposte: frutta, ortaggi, semi oleosi e frutta secca

Non tutti i prodotti dipendono allo stesso modo dalle api. Alcuni hanno una dipendenza alta; altri beneficiano dell’impollinazione soprattutto per qualità e resa; altri ancora, come le nocciole, hanno una dipendenza più indiretta perché sono prevalentemente impollinati dal vento.

Prodotto/filiera Dipendenza dagli impollinatori Perché conta per il consumatore Possibile effetto economico se gli impollinatori diminuiscono
Mele Alta/parziale Prodotto base dell’ortofrutta italiana Rese meno stabili, maggiore pressione sui prezzi
Pere Alta/parziale Frutto molto presente nella dieta familiare Minore produzione e maggiore variabilità qualitativa
Ciliegie Alta Prodotto stagionale già esposto a clima e gelate Prezzi più volatili e offerta più limitata
Fragole Media/alta Frutto fresco ad alto consumo stagionale Qualità meno uniforme, più scarti
Mandorle Alta Ingrediente per dolci, snack, trasformati Maggiore dipendenza da importazioni e prezzi internazionali
Nocciole Bassa/diretta, più legata al vento Filiera strategica per industria dolciaria Rischio indiretto legato alla salute degli ecosistemi agricoli
Zucchine Alta Ortaggio comune nella spesa quotidiana Meno allegagione, rese inferiori
Pomodori Variabile Prodotto centrale nella dieta italiana Effetti più rilevanti in alcuni sistemi produttivi, soprattutto sulla qualità
Meloni e cocomeri Alta Prodotti stagionali ad alto consumo estivo Offerta più instabile e maggiore variabilità dei prezzi
Semi oleosi Media/alta Oli vegetali e mangimi incidono su molte filiere Effetti a cascata su trasformati e allevamenti
Miele Diretto dalla salute delle api Prodotto visibile della filiera apistica Più importazioni, prezzi sotto pressione, rischio qualità

Il caso Italia: alveari, apicoltori e miele importato

L’Italia ha un patrimonio apistico rilevante. CREA indica circa 1,6 milioni di alveari gestiti da quasi 82mila apicoltori, oltre 30 varietà di mieli uniflorali, il sesto posto in Ue per numero di alveari e il primato europeo nella produzione di api regine.

Il dato racconta una forza, ma anche una fragilità. Secondo CREA, il miele importato copre circa il 50% del fabbisogno interno e il settore è esposto a crisi climatiche, importazioni a basso costo e difficoltà di autenticità del prodotto.

La stagione 2025 ha mostrato una ripresa, ma anche forte variabilità territoriale. L’ Osservatorio Nazionale Miele evidenzia, per il 2025, una produzione italiana di 30.992 tonnellate, in netto aumento rispetto al 2024, ma sottolinea che la produzione nazionale resta soggetta a forti oscillazioni annuali nonostante la crescita storica degli alveari.

Questo è il punto economico: il miele non è solo un prodotto alimentare. È un indicatore della salute della filiera apistica. Quando la produzione oscilla molto, il segnale riguarda anche clima, fioriture, rese, costi aziendali e capacità degli apicoltori di sostenere il servizio di impollinazione.

Api, clima e agricoltura: quando la crisi ambientale diventa rischio economico

Siccità, ondate di calore, piogge fuori stagione, gelate tardive e perdita di habitat modificano il rapporto tra api, piante e produzione agricola. Se le fioriture arrivano in anticipo, durano meno o vengono colpite da eventi estremi, gli alveari lavorano peggio. Se il paesaggio agricolo offre meno varietà floreale, gli impollinatori trovano meno nutrimento. Se pesticidi e monocolture riducono la biodiversità, il sistema diventa più fragile.

CREA segnala tra le criticità del settore apistico italiano proprio la crisi climatica, con eventi estremi come siccità e piogge intense che in alcuni casi hanno causato crolli produttivi fino al 75-90% e situazioni di carestia per le api.

Per gli agricoltori, questo significa più incertezza. Per le imprese della filiera, significa approvvigionamenti meno prevedibili. Per i consumatori, significa più volatilità potenziale nei prezzi degli alimenti freschi.

Perché proteggere gli impollinatori è anche una politica antinflazione

Tutela delle api e biodiversità vengono spesso raccontate come politiche ambientali. Lo sono. Ma sono anche politiche economiche preventive. Proteggere gli impollinatori significa ridurre una fonte strutturale di vulnerabilità nel sistema alimentare.

Una filiera agricola con impollinatori sani è più resiliente. Può avere rese più stabili, qualità più prevedibile e minore dipendenza da correzioni artificiali, importazioni o interventi emergenziali. La stabilità ecologica, in questo senso, diventa una forma di stabilità economica.

È una politica antinflazione non perché abbassi automaticamente i prezzi domani mattina, ma perché riduce il rischio che shock ambientali, produttivi e climatici si trasformino in tensioni ricorrenti sul cibo. In un Paese dove la spesa media mensile delle famiglie è di 2.755 euro e una famiglia su tre limita la spesa alimentare, ogni elemento che incide sulla stabilità dei prezzi del cibo diventa economicamente rilevante.

Cosa possono fare politica, imprese e consumatori

Per la politica pubblica, tutelare gli impollinatori significa intervenire su habitat, suolo, aree agricole, monitoraggio, pratiche agronomiche e fondi europei. Non basta finanziare l’apicoltura se intorno agli alveari il paesaggio diventa meno ospitale. Servono corridoi ecologici, fasce fiorite, riduzione dei fattori di pressione e strumenti di adattamento climatico.

Per le imprese agricole, il tema è produttivo. Collaborare con gli apicoltori, diversificare le colture, proteggere le fioriture e adottare pratiche favorevoli agli insetti pronubi non è solo reputazione ambientale. È gestione del rischio agricolo.

Per i consumatori, la leva non è salvare il mondo con un acquisto, ma orientare una parte della domanda. Scegliere miele italiano tracciabile, prodotti stagionali e filiere più trasparenti sostiene un ecosistema produttivo che non riguarda solo il vasetto di miele, ma la tenuta dell’agricoltura locale.

Il World Bee Day non parla solo di natura

Le api non sono soltanto un simbolo ambientale. Sono una parte nascosta del prezzo del cibo.

Finché il loro lavoro continua, sembra gratuito. Nessuno lo vede nello scontrino, nessuno lo paga come una bolletta, nessuno lo misura quando compra un chilo di mele o una vaschetta di fragole. Ma quando quel lavoro si indebolisce, il conto arriva: nei campi, nei costi degli agricoltori, nella fragilità delle filiere, nella dipendenza dalle importazioni e, alla fine, nei prezzi pagati dalle famiglie.

Per questo il World Bee Day non parla solo di natura. Parla di agricoltura, sicurezza alimentare e potere d’acquisto. Il valore delle api non è solo nel miele che producono, ma nel cibo che aiutano a rendere disponibile, stabile e accessibile.