Nell’ultimo aggiornamento del cosiddetto “compenso per copia privata“, il Ministero della Cultura ha incluso anche i servizi in cloud. Questa tassa era nata negli anni ’80 per compensare gli autori nel momento in cui un privato duplicava, per uso privato, un contenuto audio o video coperto dal diritto d’autore.
Il compenso per copia privata si pagava su cassette e CD vergini, ma oggi pesa su praticamente qualsiasi dispositivo elettronico, dai computer fino agli smartphone. Con l’ultimo aggiornamento, contribuirà anche al prezzo degli abbonamenti per i servizi in cloud, con un prelievo mensile.
Indice
Come funziona il compenso per copia privata
Con il compenso per copia privata, lo Stato prevede che, come permesso dalla legge, le persone acquistino un contenuto coperto da copyright su un supporto e poi lo duplichino con altri supporti. Questi ultimi quindi sono tassati, e il ricavato viene dato alle organizzazioni che tutelano il diritto d’autore perché li ridistribuiscano agli artisti. In Italia, quindi, la quasi totalità del compenso va alla Siae.
Il Ministero della Cultura si occupa del compenso per copia privata e a febbraio 2026 lo ha aggiornato, alzandolo secondo il costo della vita rilevato dall’Istat, come si fa ad esempio per le pensioni. Alcuni esempi di dispositivi su cui si applica questa tassa sono:
- gli smartphone, su cui si pagano tra 7,36 e 8,06 euro per unità;
- i computer, su cui si pagano 6,07 euro a unità;
- Tv e decoder che possono registrare i contenuti, su cui si pagano 4,67 euro a unità.
Quanto costerà la tassa sul cloud
Oltre ad aumentare le tariffe però, il Ministero ha anche introdotto una nuova categoria di prodotti che dovranno essere tassati: i servizi in cloud. Non potendo essere tassati al momento della vendita, il prelievo sarà mensile e cambierà a seconda della quantità di spazio che l’abbonamento mette a disposizione:
- nessuna tassa per gli abbonamenti da meno di 1 GB;
- 0,0003 euro al mese per gli abbonamenti tra 1 GB e 500 GB;
- 0,0002 euro al mese per gli abbonamenti oltre i 500 GB.
Il limite massimo per utente sarà di 2,40 euro al mese. Scontenti di questa tassa soprattutto i provider, che spesso offrono decine di giga di spazio in cloud gratuito ai propri utenti e che quindi si ritroveranno a pagare una tassa senza nessun modo di scaricarla sulla clientela. Google, ad esempio, dà a ogni utente 15 GB di spazio per Gmail. In ogni iPhone sono inclusi 5 GB su iCloud.
Chi guadagna dalla nuova tassa
Secondo il nuovo regolamento, ogni tre mesi i fornitori di servizi cloud presenteranno una dichiarazione che indica il numero di utenti attivi e la capacità di spazio a loro disposizione ai cosiddetti collector, che in Italia sono:
- Siae, l’associazione che riscuote i diritti d’autore di buona parte degli artisti italiani;
- Fimi, la Federazione dell’Industria musicale italiana;
- Nuovo Imaie, uno dei pochi concorrenti della Siae;
- Scf, società delle case discografiche che si occupa di riscuotere i diritti per le trasmissioni pubbliche.
Con la nuova norma, si prevede che gli introiti del compenso per copia privata passeranno da 130 milioni di euro a 154 milioni di euro all’anno.