Dopo il gas anche il petrolio, perché guerra e crisi sono a una svolta

L'ipotesi di price cap sull'oro nero promette di colpire la Russia in maniera più efficace rispetto a quello sul gas. Il G7 ha lanciato il sasso, ma ora? Gli scenari possibili

A oltre sei mesi dall’inizio della guerra in Ucraina, quella dell’energia è diventata in tutto e per tutto un’arma geopolitica che la Russia utilizza sul campo al pari delle forze armate e della propaganda. Accanto alla crisi legata al gas, che il blocco totale del Nord Stream ha contribuito a ingigantire dal punto di vista dei Paesi europei, c’è anche quella relativa al petrolio.

I membri del G7 hanno infatti deciso di introdurre un tetto massimo al prezzo del greggio russo, per tagliare le entrate di Mosca e limitare l’impatto della guerra sui prezzi dell’energia. Inutile dire che la risposta del Cremlino non si è fatta attendere, gettando ancora più – è il caso di dirlo – benzina sul fuoco. E impartendo una (altra) decisa svolta agli equilibri internazionali.

La guerra del petrolio: cosa sta succedendo

Che la situazione sia grave lo si evince dalle prime dichiarazioni dei vertici russi dopo l’annuncio del G7: “Non venderemo più petrolio a chi applica il price cap”. Mosca è poi tornata ad agitare lo spettro più terrificante per noi europei: lo stop totale alle forniture di gas (con l’Ue che è inoltre ostaggio di un Paese che preferisce la crisi: ne abbiamo parlato qui). Gazprom ha infatti riferito che il Nord Stream, il gasdotto principale per il trasporto del gas russo verso l’Europa occidentale, sabato non ripartirà, com’era invece previsto dopo tre giorni di manutenzione (e intanto la Russia brucia enormi quantità di gas: ecco perché).

Un tetto al prezzo del cosiddetto “oro nero” promette tuttavia di impartire davvero una svolta decisiva alla guerra e alla crisi energetica. In termini economici e geopolitici, questa mossa potrebbe colpire la Russia molto più a fondo e molto più efficacemente rispetto al price cap europeo sul gas. La Federazione è infatti il primo (o il secondo, stando ad alcuni analisti) esportatore di petrolio al mondo. Il che rischia di delineare un altro scenario a dir poco pericoloso, in cui il conflitto rischia di globalizzarsi e allargarsi a grandi Paesi vicini (in tutti i sensi) alla Russia e fortemente dipendenti dal suo greggio, come Cina e India. Con conseguenze dall’impatto imprevedibile e diretto su tutto il resto del globo.

Come funziona tetto al prezzo del petrolio

Al momento nessun Paese del G7 ha fornito dettagli su modalità e soglie relative al price cap sul petrolio. Il sasso è stato lanciato e la mano è ben visibile, ma per capire con quanta forza e quanto danno può arrecare la mossa bisognerà attendere le prossime tappe dell’iter. Innanzitutto gli Stati Ue dovranno dare il via libera alla misura, che poi potrà entrare in vigore seguendo due direttrici principali:

  • dal 5 dicembre per il greggio;
  • dal 5 febbraio per i prodotti raffinati.

Il “tetto” entrerebbe dunque in funzione, quasi sicuramente seguendo la stessa linea politiche di altre misure simili: si imporranno sanzioni secondarie ai danni delle imprese di qualunque altro Paese che dovesse violare le regole indicate dall’Occidente (Stati Uniti, Unione Europea, Giappone, Canada e Gran Bretagna). Per illustrare il funzionamento del price cap sul petrolio citiamo l’esempio descritto dal Corriere della Sera, ipotizzando un tetto di 50 dollari a barile.

Se un’azienda cinese o indiana dovesse acquistare petrolio russo a 60 o 70 dollari al barile, e dunque sopra al prezzo massimo di 50, allora non avrebbero più accesso ai mercati in dollari e in euro. Si tratta di un meccanismo che le banche europee conoscono bene, visto il diktat imposto loro dagli Stati Uniti: se gli istituti del Vecchio Continente dovessero fare affari con l’Iran, sarebbero immediatamente tagliate fuori dai mercati americani.