Petrolio russo, scattano price cap ed embargo: cosa cambia ora

L'Europa lancia le sue sanzioni: al divieto di importare via nave il greggio si aggiunge il tetto al prezzo. Ma basteranno? Intanto la Russia prepara "navi fantasma"

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Maurizio Perriello

Giornalista

Maurizio Perriello è un giornalista. Nato a Melfi nel 1988, si laurea a Pisa in Storia e consegue un Master a Milano. Esperto di tematiche green, in particolare di climate change.

Il 5 dicembre rappresenta una data di svolta nel conflitto in Ucraina (dopo quella registrata a settembre, di cui avevamo parlato qui). Non dal punto di vista strettamente militare o politico, ma da quello economico ed energetico. Lunedì è infatti scattato non solo l’annunciato embargo europeo, ma anche il tanto chiacchierato price cap al petrolio russo. Un evento che produrrà effetti e che sta già determinando conseguenze a livello geopolitico, con alcuni Stati pronti a “sfilarsi” dal meccanismo.

Le nuove sanzioni disposte dall’Ue per tagliare i finanziamenti di Mosca alla guerra in Ucraina uniscono dunque il divieto di importare via nave il greggio nel Vecchio Continente al tetto al prezzo, valido anche nei Paesi del G7 e in Australia. Le conseguenze si ripercuoteranno però anche su costo dell’energia e inflazione, legati a doppio filo alle oscillazioni dell’oro nero. Ma la mossa di Bruxelles colpirà davvero il Cremlino?

Tetto al prezzo ed embargo: la mossa dell’Europa

L’Unione europea ha ufficialmente buttato giù parte del ponte energetico che (ancora) la lega alla Russia. Con l’entrata in vigore dell’embargo e del price cap al petrolio della Federazione, Bruxelles imbocca dunque la strada intrapresa già mesi fa da Stati Uniti e Regno Unito, sicuramente meno esposti all’urto diretto degli effetti di una tale decisione. Alla fine ha vinto l’esigenza di non creare shock sul mercato del greggio, concordando un tetto a 60 dollari al barile esportato via mare da Mosca a Paesi terzi (gas, petrolio, grano, armi: quanto valgono gli assi nella manica di Putin).

Secondo le stime della Commissione Ue, questi provvedimenti bloccheranno circa il 94% del petrolio russo destinato all’Europa. Un impatto pazzesco, reso ancora più pazzesco dall’introduzione di un limite massimo ai prezzi del greggio. La Russia, afferma un alto funzionario Ue, “dipende dai servizi vari legati al G7 plus, come trasporto, assicurazioni o finanziamenti, per muovere un milione di barili al giorno. Sarà difficile per loro trovare alternative nel breve e medio termine”. Nessuno Stato membro potrà acquistare, importare o trasferire petrolio russo, con l’eccezione di quantità limitate esportate via terra in Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca tramite “Druzhba”, l’oleodotto cosiddetto “dell’amicizia”, che un tempo aveva in Germania e Polonia le proprie destinazioni principali.

Il meccanismo del price cap prevede invece il divieto per gli operatori, europei o di Paesi terzi, di utilizzare servizi marittimi europei (trasporti, assicurazioni, finanziamenti, intermediazioni) se il greggio viene venduto a un prezzo superiore al tetto stabilito. Tetto che è tuttavia regolabile e sarà rivisto ogni due mesi, proprio per aggiustare la rotta in base agli sviluppi del mercato, con un “minimo” che però resta fisso sempre il 5% al di sotto dei prezzi correnti. L’obiettivo dell’Ue non è infatti intervenire sulle quotazioni del petrolio, ma tagliare una fetta di profitti che la Russia potrebbe destinare alla guerra in Ucraina. Il tetto per i prodotti raffinati, a partire dal diesel, verrà invece fissato in un secondo momento, prima dell’entrata in vigore dell’embargo per quest’altro settore di beni programmato dal 5 febbraio (intanto l’inverno non ferma la guerra: l’ordine di Putin ai suoi soldati).

Prezzi e forniture: cosa succede ora?

Secondo l’International Energy Forum, l’embargo farà “perdere” all’Ue almeno 3 milioni di barili in meno ogni giorno. Una quantità enorme, che va unita a quella relativa ai tagli Opec (2 milioni di barili decisi a ottobre) e che potrebbe portare a una nuova impennata delle quotazioni con pesanti ricadute per l’inflazione. Nell’ultimo mese, il prezzo del petrolio russo (il cosiddetto Ural) è sceso a 69 dollari, il 10% in meno.

Se fino ad agosto Mosca produceva 11 milioni di barili al giorno, l’Agenzia internazionale per l’energia stima un impatto dell’embargo traducibile in un calo del 17% da qui a febbraio, con un decremento fino a 10,2 milioni di barili al giorno a dicembre e fino a 9,5 milioni a febbraio. Per quanto riguarda le vendite, la Russia a ottobre ha esportato 7,7 milioni di barili al giorno, di cui 3,95 milioni in Europa. Ed è qui che si consuma la “rivoluzione”, perché il 90% di queste esportazioni ricadrà sotto l’embargo. Un’altra “piccola rivoluzione” è però avvenuta altrove: mentre infatti l’export russo verso l’Ue calavano di 1,5 milioni di barili al giorno, ancor prima dell’embargo, i flussi diretti in Cina aumentavano di 225mila barili al giorno, per un totale di 1,9 milioni. L’India ne acquistava invece 965mila in più, per un totale di 1,1 milioni, mentre la Turchia passava da 320mila a 540mila barili.

I “trucchetti” per aggirare i divieti

La vecchia Europa sembra insomma aver fatto i suoi conti, anche se permangono dubbi sull’efficacia dei provvedimenti. Innanzitutto perché, nella pratica, il greggio russo potrà essere ancora trasportato con imbarcazioni europee, o degli altri Stati che aderiscono alle sanzioni, solo se il lotto viene acquistato senza superare il “cap”. È inoltre previsto un periodo di transizione di 45 giorni per il greggio russo acquistato via mare al di sopra del limite di prezzo, “a condizione che sia caricato su una nave nel porto di carico prima del 5 dicembre 2022 e scaricato nel porto di destinazione finale prima del 19 gennaio 2023″. Dal canto suo la Russia, secondo produttore al mondo di petrolio, ha dichiarato che non venderà a chi ha sottoscritto le restrizioni. E se lo può permettere, visto sono possibili (e già sono stati segnalati esempi in merito) “trucchetti” per aggirare i divieti. Facciamo un esempio concreto: una partita di greggio russo viene trasferito a una compagnia indiana per poi sbarcare nel Mediterraneo, rendendo altamente arduo risalire all’origine.

Esistono però anche navi che non esistono. Secondo il Wall Street Journal, le autorità russe stanno infatti predisponendo “navi fantasma” che disconnettono i sistemi di localizzazione e registrano le petroliere in paradisi fiscali, dove vengono perfino fornite bandiere “di copertura”. Una flotta formata da ben 100 vecchie petroliere. Non solo: un altro escamotage consiste nel trasbordo del greggio in navi più grandi, dove viene mescolato a un olio dalle caratteristiche simili. Questa tattica sfrutta un cavillo della legge, la quale prevede che, per essere considerato russo, il petrolio deve provenire almeno per il 51% da aziende della Federazione.

L’Agenzia internazionale per l’energia ipotizza infine che nel 2022 gli operatori legati alla Russia abbiano acquistato ben 29 superpetroliere – note come VLCC, navi cargo per greggio giganti – in grado di trasportare più di 2 milioni di barili ciascuna. Mosca non ha badato a spese neanche per quanto riguarda l’acquisto di 31 Suezmax, in grado di trasportare circa 1 milione di barili ciascuna, e altre 49 petroliere Aframax, che possono trasportare ciascuna circa 700mila barili, ha aggiunto l’analista. Per un investimento totale, secondo Andrei Kostin della banca statale russa VTB, di oltre 16 miliardi di dollari.

Cambiano gli equilibri mondiali

Intanto Mosca non si limita studiare e mettere in pratica strategie per aggirare i divieti, ma promette battaglia anche su questo campo. “Stiamo lavorando a ritorsioni, state destabilizzando il mercato”, fa sapere il Cremlino, ribadendo di non voler trattare con nessun Paese che impone embargo e price cap. Mikhail Ulyanov, rappresentante permanente della Russia presso le organizzazioni internazionali, non ci è andato leggero: “Da quest’anno l’Europa vivrà senza petrolio russo. Mosca ha già chiarito che non rifornirà quei Paesi che sostengono il tetto ai prezzi, misura contraria al mercato. Aspettate e vedrete che molto presto l’Ue accuserà la Russia di usare il petrolio come arma”.

Caduta però la prima tessera del domino, le altre seguono presto o tardi a ruota. La prima ha smosso un po’ d’acqua vicino a noi: l’embargo al petrolio russo ha fatto scattare la congestione navale nelle acque della Turchia. La posizione di quest’ultima diventa primaria nello scacchiere internazionale, in quanto geograficamente ed economicamente “punto medio” tra i porti russi del Mar Nero e i mercati del mondo. Secondo il Financial Times, sono almeno 19 le petroliere che hanno ingolfato lo Stretto dei Dardanelli in attesa di passare oltre. Questo Ankara ha richiesto una nuova prova di copertura assicurativa completa per tutte le navi che navigano negli stretti. Intanto l’oro nero prende la strada che lo porta anche verso altri mercati: India e Cina, già da marzo diventate assieme ad Ankara i maggiori clienti della Russia.