La crisi del gas, dal price cap all’allarme razionamento: cosa succede ora

L'inverno non aspetta l'Europa, soprattutto l'Italia. Qual è la situazione dei nostri stoccaggi? A che punto siamo con le forniture, ora che la Russia sta chiudendo i rubinetti?

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Maurizio Perriello

Giornalista

Maurizio Perriello è un giornalista. Nato a Melfi nel 1988, si laurea a Pisa in Storia e consegue un Master a Milano. Esperto di tematiche green, in particolare di climate change.

“Il mondo è più sicuro quando Ue e Usa sono una sola cosa”. Quando Barack Obama pronunciò queste parole, quasi dieci anni fa, non poteva certo immaginare una guerra “novecentesca” scatenata dalla Russia, verso la quale aveva aperto tra l’altro importanti canali di dialogo, ma di certo una crisi energetica sì. L’ex presidente americano parlava infatti proprio del gas naturale come arma strategica: una realtà che oggi più che mai possiamo comprendere e testimoniare (intanto Gazprom minaccia tagli all’Europa: cosa succede).

L’inverno non aspetta l’Europa, che rimane ancora divisa e indecisa sul price cap al gas russo. Anzi, la Commissione Ue riferisce di “non avere alcuna proposta sul tavolo” e che la decisione spetta al Consiglio. Nel frattempo, l’industria europea si è riunita a Stoccolma per chiedere un intervento normativo sul mercato contro il caro energia. “Entro fine anno presenteremo un’idea di riforma del mercato energetico”. Soltanto un’idea ed entro fine anno: troppo poco e troppo tardi. E intanto l’incubo del razionamento delle forniture si fa sempre più vivo per gli italiani.

L’inverno sta arrivando

L’Italia è tra gli Stati membri in cui il prezzo di luce e gas è aumentato in misura maggiore (ecco le città in cui le bollette sono aumentate di più). Lo percepiscono i consumatori e lo certifica l’Eurostat. Nonostante l’allarme sulle riserve di metano in vista dell’inverno sembra smorzato dai dati sullo stoccaggio, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha detto che ci aspettano tre mesi difficili sul fronte energia. Il prossimo anno reperire le risorse in vista dei mesi freddi sarà più difficile a causa delle ridotte forniture russe e dei possibili effetti legati al price cap europeo. Una situazione che ha spinto il ministro a proporre in Cdm un price cap nazionale sulle rinnovabili, cioè un tetto al prezzo dell’energia prodotta da fonti “verdi”, le quali “non hanno un costo di produzione eccessivo”. Un tetto in questo caso molto alto: 180 euro al Megawatt.

Al netto di tutto, gli stoccaggi di gas in Italia, complice un autunno mediamente mite, hanno registrato livelli record e infuso maggiore serenità nelle istituzioni. Le riserve sono stabilmente sopra quota 16 miliardi di metri cubi, anche dopo l’inizio ufficiale della “stagione dei termosifoni”. Parliamo di una media sui livelli 2016-2019, con consumi che nella seconda parte d’autunno sono stati contenuti: a ottobre 2022 l’Italia ha consumato 3,9 miliardi di metri cubi di gas rispetto ai 5,3 miliardi di ottobre 2021 (-25,6%). Occorre precisare però che, stando ai dati, la quota di 16,6 miliardi di metri cubi stoccati potrebbe coprire circa il 31% dei consumi invernali. Il tutto senza intaccare la base dello stoccaggio strategico, una riserva da 4,5 miliardi di metri cubi. Va da sé che il restante 69% di cui necessitiamo deve provenire da altre fonti, che sono sostanzialmente due:

  • produzione nazionale (4%)
  • importazioni (65%)

“Noi non abbiamo tutta questa disponibilità, siamo un Paese che consuma 76 miliardi di metri cubi solo di gas e finora il prelievo nazionale è stato di circa 3 miliardi. Di conseguenza ce ne mancano 73. Facciamo leva su accordi internazionali che possono far alzare questa soglia”, ha sottolineato ancora il ministro Pichetto Fratin. Un ultimo dato per completare il quadro e capire un po’ meglio quanto gas “brucia” l’inverno in Italia. Negli ultimi cinque anni, solo per i tre mesi tra dicembre e febbraio il consumo si è attestato sui 26,6 miliardi di metri cubi, ai quali vanno aggiunti i 7,1 miliardi di novembre, per un totale di 33,7 miliardi di metri cubi. Numeri che, almeno per il momento, ci vedono “in vantaggio”. Considerando anche il fatto che a ottobre il nostro Paese ha importato 4,96 miliardi di metri cubi di gas, eleggendo l’Algeria come importatore privilegiato (40,3%). Mantenendo questo ritmo anche tra novembre e febbraio, l’Italia otterrà altri 20 miliardi di metri cubi di gas che, uniti ai 900-1.000 milioni di metri cubi e ai 12 miliardi di riserva non strategica, consentirebbe di gestire il fabbisogno in condizioni normali (e intanto arriva anche il primo carico dal Mozambico).

Andremo incontro al razionamento?

Tra i numeri e il fare c’è di mezzo il mare (Mediterraneo), letteralmente. Arrivando dunque al sodo, il timore dei contribuenti è che si possa andare incontro a un razionamento delle forniture, con la possibilità di riscaldare la casa circoscritta a determinati giorni e fasce orarie. Ma è davvero uno scenario possibile? Una risposta l’ha fornita il presidente di Nomisma Energia, Davide Tabarelli, alla rivista Limes. “A meno che non scoppi la pace con la Russia o che non faccia un caldo anomalo per tutto l’inverno, il che produrrebbe forse altri problemi, nei prossimi mesi dovremo razionare“. L’incubo di molti diventerebbe dunque realtà: “Anzitutto alle imprese, poi agli edifici pubblici e in prospettiva ai condomini privati, limitando orari e temperatura del riscaldamento. In ultima istanza alle famiglie. In che misura dovremo farlo dipenderà dalle temperature“.

A rischiare la crisi è anche la fornitura della luce, visto che il sistema di generazione elettrica dipende per il 50% dal gas. “Ridurne sostanzialmente i consumi implica tagliare l’approvvigionamento alle centrali, con conseguente diminuzione della generazione”, sottolinea Tabarelli. A tutto questo si aggiungerebbe un altro problema: non tutto il gas stoccato è disponibile, perché sotto una certa pressione dei depositi, diventa difficile prelevarlo e immetterlo nella rete. La quantità effettiva di metano è dunque da considerarsi in una qualche misura inferiore ai livelli effettivi.

L’Italia rischia però anche grossi problemi di bilancio. Gli aiuti del Governo Meloni contro il caro energia dovrebbero riuscire a coprire l’intera stagione fredda, ma a partire da aprile saremo di nuovo punto e a capo anche per quanto riguarda le riserve di gas. Al di là anche di un ipotetico price cap, si scatenerà una nuova corsa alle forniture – con Stati Uniti, Qatar e Norvegia in pole position per fare affari con noi – ma ancor di più si potrebbe optare per la riduzione dei consumi attraverso il razionamento. La soluzione più immediata, secondo molti esperti, dovrà basarsi su azioni volontarie di risparmio energetico, cercando di non ridurre l’attività economica. Una strada non semplice, che passa attraverso un razionamento autocontrollato.

Il price cap fa scendere davvero le bollette?

La proposta della Commissione europea sul price cap al gas a 275 euro al Megawattora è caduta nel vuoto, perché non è piaciuta a nessuno. Né agli Stati membri che chiedevano un limite alle contrattazioni, né a quelli che erano contrari per principio a un intervento sul mercato. Per gli esperti, palazzo Berlaymont studia l’istituzione di un fondo comunitario per aiutare i Paesi che faticano di più a sostenere le bollette, mentre Gazprom minaccia di tagliare le ultime forniture che ancora transitano per i gasdotti ucraini.

La questione ha provocato una spaccatura in seno all’Unione, formando due schieramenti contrapposti: da un lato Italia, Francia, Spagna, Polonia, Portogallo, Grecia insieme ad altri 9 Paesi che chiedono con insistenza un price cap; dall’altra la Germania a rappresentare l’opposizione alla misura, con accanto Austria, Danimarca e Paesi Bassi. Ma se un tetto al prezzo dell’energia non fosse la soluzione, ma solo un altro problema? Gli esperti considerano la soglia di 275 euro al Megawattora troppo alta per difendere famiglie e imprese da aumenti dovuti alla speculazione e la misura troppo in ritardo rispetto ai prezzi folli della scorsa estate.

Nonostante le contrapposizioni, tutti gli Stati membri concordano sul fatto che la proposta di Bruxelles presenti termini decisamente irrealistici, come la soglia (ritenuta decisamente troppo alta), le modalità di attivazione, che prevedono che la quotazione resti al di sopra dei 275 euro a Megawattora per due settimane consecutive e che lo spread con gli indici di riferimento globali per il Gnl sia di almeno 58 euro per Megawattora per 15 giorni consecutivi. Nemmeno ad agosto, durante la crisi del gas, si sono verificate tali condizioni. Perfino convinti sostenitori come Germania e Olanda bollano l’ipotesi come “molto rischiosa” per la sicurezza degli stock, “del tutto fuori luogo” e capace di influenzare i mercati in modo negativo, allontanando i carichi di Gnl dai porti europei.