Significato e funzionamento del private equity

Cosa significa private equity, le sue caratteristiche, il suo funzionamento e i suoi pro e contro

Sono ormai tante, anzi tantissime, le forme di investimento esistenti ai giorni nostri. Non solo tradizionali. Tra quelle alternative e di maggiore interesse economico, abbiamo pure il cosiddetto private equity, di cui si sente parlare sempre di più negli ultimi anni. Servendosi di tale termine si indica una sfera o categoria di investimenti finanziari mediante la quale una entità, generalmente un investitore istituzionale, va a finanziare con l’apporto di capitali una società target acquistando delle azioni, oppure sottoscrivendo azioni di nuova emissione apportando nuovi capitali all’interno dell’obiettivo.

Si tratta insomma di finanziamenti che per stessa natura non creano del debito, in quanto le azioni di per sé non creano debito. Non solo, in questo tipo di fondi di investimento il capitale è destinato ad aziende non quotate in una borsa pubblica e i soggetti privati hanno somme da investire in progetti caratterizzati da un livello di rischio più o meno elevato. Trattandosi di un metodo relativamente “giovane”, in questa guida scopriremo insieme la sua definizione, il suo significato e come funziona, senza dimenticare di analizzarne i vantaggi e gli inevitabili svantaggi dal punto di vista squisitamente economico.

Private equity: cos’è e storia

Il private equity, come avrete già capito, si propone allora come una classe di investimento in cui soggetti privati hanno somme di denaro da investire in progetti tendenzialmente ad alto rischio. Con l’obiettivo di ripartire il rischio esistente, i soggetti coinvolti tendono a investire le somme in diversi progetti differenziando il proprio portafoglio di investimenti, come ad esempio il lancio di un nuovo prodotto sul mercato da parte dell’azienda che viene finanziata, il finanziamento, la crescita e lo sviluppo anche internazionale dell’impresa, i passaggi generazionali societari, o ancora la quotazione in borsa di una società. In linea generale, in questo metodo alternativo di investimento si parla di capitale non quotato in una borsa pubblica. La società target viene finanziata attraverso l’acquisto di azioni e/o sottoscrivendo azioni di nuova emissione, apportando così nuovi capitali. Le società obiettivo di base non devono essere quotate in borsa, le cosiddette listed company, ed è per questo che vengono dette “not publicly traded“.

Questo perché la borsa rappresenta il mercato pubblico e regolamentato per eccellenza, facente parte della public equity, esattamente l’opposto della private equity. Nel caso di aziende quotate intenzionate ad abbandonare la borsa, processo noto come delisting, si parla di public private equity. In alcuni casi, possono essere coinvolte delle startup che si presentano sul mercato con progetti innovativi e particolarmente attraenti per gli investitori, o che in alternativa lavorano in un campo ad altissimo potenziale di crescita futura. Certamente, viste le premesse, l’investimento è più rischioso di altri più tradizionali, ma allo stesso tempo potrebbe essere molto più remunerativo sia nel breve che nel lungo periodo. Nel private equity si cerca di mantenersi lontani dai mercati pubblici, con i fondi e gli investitori ad investire direttamente in società o ad impegnarsi in acquisizioni di queste stesse società. Il guadagno deriva dall’addebito di commissioni di gestione e di performance agli investitori in un fondo apposito.

Se è vero che il private equity è arrivato sotto le luci della ribalta solo negli ultimi 30 anni, già nel secolo scorso ci sono stati tentativi in tale direzione. Con diverse tattiche utilizzate nel settore affinate proprio in quel periodo. Pensiamo ad esempio al celebre caso del magnate bancario J.P. Morgan, che nel 1901 ha condotto la prima acquisizione con leva finanziaria della Carnegie Steel Corporation, allora tra i maggiori produttori di acciaio del Paese, per 480 milioni di dollari. Decise di fonderla con altre grandi aziende siderurgiche di quei tempi, dando vita alla United States Steel: la più grande azienda del mondo, con una capitalizzazione di mercato di ben 1,4 miliardi di dollari.

Il Glass Steagall Act del 1933 pose però fine a queste sontuose acquisizioni, e solo negli anni ’70, periodo d’oro in cui il venture capital ha puntato forte sulla rivoluzione tecnologica negli Stati Uniti, ha iniziato a dire la sua nell’ecosistema finanziario. In quell’epoca i giganti della tecnologia come Intel e Apple hanno acquisito i capitali necessari per espandere la propria attività proprio dal venture capital destinato all’emergente Silicon Valley.

Gli anni ’80 hanno di conseguenza visto un incremento deciso della popolarità del private equity, utilizzato soprattutto da aziende in difficoltà per racimolare fondi. Il vero e proprio boom è scoppiato però appena prima della crisi finanziaria del 2009, andando a coincidere con un aumento esponenziale dei livelli di indebitamento. Secondo una pubblicazione di Harvard, tra il 2006 e il 2008, i gruppi di private equity hanno raccolto 2 trilioni di dollari e ogni dollaro è stato indebitato da oltre due dollari di indebitamento. Lo studio ha comunque evidenziato che le società sostenute da private equity hanno ottenuto risultati migliori rispetto a quelle impegnate nel mercato pubblico.

Private equity: come funziona

Adesso che sappiamo il private equity cos’è e qual è il suo significato, è opportuno concentrarci sul suo funzionamento. Prima di tutto, i fondi di private equity sono caratterizzati da operazioni di investimento in cui i soggetti privati valutano le opportunità presenti sul mercato e vanno ad acquistare le quote societarie in un lasso di tempo fissato a cinque anni. Nella fase successiva, definita di disinvestimento, e che dura cinque anni, vengono analizzate e valorizzate tutte le aziende presenti in portafoglio, e si procede con la loro liquidazione.

I gestori del fondo generalmente individuano le opportunità aziendali da finanziare tramite i capitali ricevuti da parte di investitori istituzionali o meno. Investitori tra cui possono figurare ricchi magnati, gruppi bancari, fondi pensione e compagnie di assicurazioni, che si assumono il rischio dell’operazione, naturalmente in proporzione al capitale investito. L’interesse è dunque quello di entrare nel capitale dell’azienda target per aumentarne di conseguenza il valore e ottenere guadagno in conto capitale al momento del disinvestimento.

Ad oggi esistono diversi tipi di finanziamento di private equity. Nei fondi avvoltoio il denaro viene investito in società in difficoltà che mostrano unità o attività aziendali con prestazioni al di sotto della media. Il fine è quello di cambiarli intervenendo con modifiche nella loro gestione operativa, oppure di smantellarli per guadagnarle dalla vendita di macchinari fisici, beni immobili, o proprietà intellettuali. La forma più popolare di finanziamento di private equity è il cosiddetto Leveraged Buyouts, che prevede l’acquisizione completa di una società allo scopo di migliorarne la salute finanziaria e commerciale, per poi rivenderla ad un’altra parte interessata a fini di lucro.

All’atto pratico, una società di PE identifica un potenziale target e crea uno special purpose vehicle, vale a dire una società di progetto nota come società di veicolo per finanziare l’acquisizione, utilizzando per altro una combinazione di debito e capitale proprio. Abbiamo poi la Real Estate Private Equity, focalizzata sugli immobili commerciali e i fondi di investimento immobiliare.

Un’altra tipologia è data dal fondo dei fondi, detto anche multi-manager investment. Questo tipo di investimento si concentra principalmente su fondi speculativi e sui fondi comuni di investimento, e permette anche ai piccoli investitori di fare forza comune e finanziarie fondi non alla propria portata nel caso di attività individuali, massimizzando così il rendimento. A seguire, è impossibile non parlare del finanziamento di venture capital, in cui gli investitori, noti anche come angels, forniscono del capitale agli imprenditori. A seconda della fase in cui viene fornito, il venture capital può assumere diverse forme, dalla crescita aziendale al lancio di un prodotto innovativo sul mercato.

Private equity: vantaggi e svantaggi

Il private equity, viste le sue caratteristiche, mette sul piatto diversi vantaggi per aziende e startup. Le società lo vedono di buon occhio soprattutto perché permette loro di accedere a liquidità quasi immediata senza passare per i meccanismi finanziari tradizionali. Si evitano così gli alti tassi di interesse tipici dei prestiti bancari o tutti i rischi e le obbligazioni legate alla quotazione in borsa sui mercati pubblici. Non solo, alcune forme di private equity, come ad esempio il già citato venture capital, sono particolarmente adatte per tutte quelle imprese che si trovano in fase iniziale, o che vogliono lanciare un nuovo prodotto o un’idea innovativa. In casi che vedono protagoniste società non quotate, poi, un finanziamento alternativo di questo tipo può aiutarle a crescere adottando strategie di certo poco ortodosse, o comunque lontane dall’attenzione tipica dei mercati pubblici.

Trattandosi di una forma di finanziamento così borderline e con le sue peculiari regole, il private equity presenta inevitabilmente delle sfide e delle limitazioni. Che possiamo definire decisamente uniche. Tra gli svantaggi più evidenti, vi è senza dubbio la difficoltà nel liquidare le partecipazioni in aziende di tipo PE: a differenza di quanto avviene nei mercati borsistici e in quelli pubblici, non è presente un portafoglio ordini già pronto che abbini acquirenti e venditori, e quindi un’impresa deve impegnarsi in prima persona in una ricerca per individuare i finanziatori ideali. Non solo, il prezzo delle azioni di una società di private equity non è determinato dalle forze di mercato, ma dalle negoziazioni tra venditori e acquirenti, che vanno pure a determinare caso per caso i diritti degli azionisti.

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