I dati preliminari di settembre diffusi da Kpler, piattaforma di monitoraggio dei flussi globali delle materie prime, mostrano che il petrolio è tornato a transitare nello Stretto di Hormuz. A settembre sono passati circa 16,3 milioni di barili al giorno, contro i 19,5 dei livelli medi di inizio anno, prima che scoppiasse la guerra tra Usa e Iran.
Nonostante questo, il prezzo del petrolio greggio continua a restare molto alto, con il Brent che non si allontana mai dai 100 dollari al barile. Se i flussi sono ripresi, cosa sta gonfiando il prezzo del barile?
Indice
I flussi a Hormuz sono all’80% dei livelli pre-guerra
Secondo gli ultimi dati, quindi, a settembre da Hormuz sarebbe passato in media l’83,5% del petrolio che passava prima della guerra in Iran. Il blocco iraniano si sta rivelando sempre meno efficace e diversi Paesi, tra cui soprattutto l’Arabia Saudita, hanno incrementato le esportazioni accettando il rischio di incorrere in attacchi da parte dell’esercito di Teheran.
Le stesse rotte sarebbero state seguite anche da diverse navi metaniere, quelle che trasportano gas naturale liquefatto, provenienti dal Qatar. In questo caso, però, Kpler non fornisce dati precisi, se non il paragone con agosto, quando di questo tipo di imbarcazioni non ne era transitata nemmeno una.
Questi numeri sono il risultato soprattutto degli sforzi degli Stati Uniti per garantire la sicurezza nello Stretto. L’esercito degli Usa ha liberato diverse rotte dalle mine e sembra in grado di prevenire gli attacchi più gravi.
C’è però anche un certo grado di accettazione del rischio da parte degli equipaggi. Sempre più spesso, navi petroliere attraversano lo Stretto di Hormuz semplicemente rendendosi invisibili attraverso lo spegnimento del transponder.
Perché il petrolio è ancora a 100 dollari se passa da Hormuz
Nonostante questi numeri, il petrolio ha subito una nuova impennata proprio nei giorni scorsi. Il Brent è tornato ad avvicinarsi al prezzo di 100 dollari al barile. Costi apparentemente senza senso, visto che l’offerta di greggio dovrebbe essere molto simile a quella pre-guerra. Non è però solo la legge della domanda e dell’offerta sulla materia prima a determinare il prezzo del petrolio.
I mercati non pensano a oggi
I mercati internazionali tendono infatti a calcolare non solo la situazione attuale nel prezzo delle materie prime, ma anche i rischi a breve termine. L’aumento del prezzo del greggio a fine settembre ha coinciso con un’indiscrezione di Axios che parlava di trattative in stallo tra gli Usa e l’Iran e di una possibilità sempre più alta che Trump decida per un nuovo attacco contro Teheran dopo le elezioni di metà mandato. I mercati considerano anche questo nel prezzo del petrolio.
I costi nascosti che non stanno calando
Quando l’Iran ha iniziato a minacciare di chiudere lo Stretto di Hormuz, diversi scettici hanno sottolineato che Teheran non avesse la potenza di fuoco per forzare un blocco del genere per lunghi periodi. A questa analisi, altri osservatori hanno contrapposto una teoria: l’Iran non deve davvero bloccare Hormuz per ottenere ciò che vuole, gli basta creare una situazione di pericolo.
Questo perché anche solo dare l’idea che una petroliera che attraversa Hormuz possa colpire una mina o essere affondata da un razzo è abbastanza per far aumentare tutta una serie di costi nascosti nel trasporto del petrolio, come:
- i prezzi di noleggio delle petroliere, che oggi raggiungono anche 1 milione di dollari al giorno;
- i costi delle assicurazioni delle navi.
Questi fattori non torneranno alla normalità finché Usa e Iran non avranno trovato un accordo duraturo. Fino ad allora, è probabile che il prezzo del petrolio rimanga alto anche all’aumentare dell’offerta.