Hormuz, la crisi energetica non tocca i più forti: il conto passa ai Paesi fragili e all’Europa

Secondo uno studio pubblicato su Foreign Affairs, la chiusura dello stretto di Hormuz non ha portato a una recessione economica globale, ma Europa e Paesi in via di sviluppo pagano il prezzo maggiore

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Emanuela Colatosti

Giornalista

Laureata in filosofia e giornalista pubblicista dal 2024, esperta di concorsi pubblici e del mondo del lavoro. Si occupa anche di tematiche ambientali e sociali

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Per mesi abbiamo letto che dalla chiusura o dall’apertura dello Stretto di Hormuz doveva dipendere lo scatenarsi dell’apocalisse energetica globale. Ci siamo sbagliati tutti. Nonostante l’interruzione dei transiti in questo corridoio marittimo, da cui comunque passa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale, il prezzo del Brent non ha subito le oscillazioni previste. Ha viaggiato in media poco sopra i 100 dollari, con un picco di 126 dollari ad aprile, per poi ripiegare nell’area compresa tra gli 80 e i 90 dollari.

Secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, la temuta recessione globale non c’è stata e l’inflazione è rimasta contenuta. Ma non si tratta di una vittoria del sistema: il costo dello choc energetico non è svanito, è stato semplicemente scaricato dai Paesi sviluppati alle economie più fragili.

Il confronto tra il 1980 e oggi

Un tempo i rincari del greggio mettevano in crisi le superpotenze industriali. Oggi la geografia del potere energetico si è ribaltata: gli Stati Uniti e la Cina hanno aumentato il proprio margine di stabilità, mentre l’Europa e i Paesi in via di sviluppo pagano il conto più alto.

Area Impatto sul Pil
(1980 vs 2026)
Prezzo del gas naturale Posizione di mercato e riserve
Usa Da -5,6% a -0,3% Sotto i 3 dollari 1° produttore mondiale di petrolio e gas ed esportatore netto
Cina Impatto ridotto tramite leve di riserva Prezzi calmierati da acquisti strategici 1,4 miliardi di barili di riserva
Europa Aumento inflazionistico contenitivo Da 32 a 64 euro MWh (al di sotto del picco di 350 euro del 2022) Stoccaggi sotto media e dipendenza da rigassificatori
Paesi emergenti Distruzione diretta della domanda e razionamenti Prezzo del carburante aereo vicino ai 200 dollari Bilanci fiscali azzerati e tagli ai consumi primari

Gli ammortizzatori esauriti e il rischio della seconda fase

Il fatto che non si sia verificato uno choc generalizzato in questa fase iniziale è stato reso possibile da una serie di motivi congiunturali sopraggiunti prima dell’escalation geopolitica. Tuttavia, l’analisi condotta da Bordoff (Columbia University) e O’Sullivan (Harvard University) per Foreign Affairs evidenzia come le ragioni che hanno impedito lo chock ormai si siano ormai assottigliate:

  • gli oleodotti sauditi ed emiratini, che hanno dirottato oltre 5 milioni di barili al giorno, riducendo l’ammanco del Golfo Persico da 20 a circa 13 milioni;
  • il calo della domanda globale, scesa nel secondo trimestre di circa 5 milioni;
  • lo svincolo delle riserve strategiche dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, che ha coordinato il rilascio più grande della sua storia, lasciando però i depositi statunitensi ai minimi da mezzo secolo.

Se le rotte alternative come Bab el-Mandeb, il Canale di Suez e il Canale di Panama dovessero subire ulteriori interruzioni, la seconda fase della crisi non sarà così leggera.

L’impatto sui Paesi vulnerabili e l’arretramento della transizione green

L’aggiustamento dei prezzi si è scaricato direttamente sulle nazioni a basso reddito. Negli anni Settanta i Paesi Ocse rappresentavano i tre quarti della domanda globale di petrolio, mentre oggi pesano meno della metà.

Gli Stati Uniti mantengono il gas sotto i 3 dollari e l’Europa assorbe la salita a 64 euro/MWh grazie alle nuove infrastrutture di rigassificazione, che coprono il 40-50% dei volumi russi persi. Governi come quelli di Bangladesh, Laos, Pakistan ed Egitto hanno dovuto applicare il razionamento forzato dell’energia, riducendo persino l’orario scolastico o l’uso del condizionamento pubblico.

Le difficoltà dei Paesi emergenti rappresentano un grande rischio gli sforzi di decarbonizzazione dell’energia:

  • secondo le stime di Rystad, in Asia ci sarà un incremento di 70 milioni di tonnellate di carbone entro il 2026;
  • il Giappone ha scelto di riattivare vecchie centrali termoelettriche;
  • la Corea del Sud e l’India stanno studiando sistemi di produzione di plastica a partire dal carbone;
  • Italia, Belgio e Danimarca tornano a guardare al nucleare come via per l’indipendenza energetica.

Come sottolineano Bordoff e O’Sullivan su Foreign Affairs:

La superpotenza che genera l’instabilità è anche quella più schermata dalle sue conseguenze. E chi non paga il conto ha meno ragioni per moderarsi. Il pericolo vero non è tanto lo choc subito, ma l’eccesso di fiducia che rischia di generare.