Guerra ed energia: quanto dipendiamo dalla Russia, e cosa può accadere ora

L'interscambio con la Russia, non solo sul fronte energetico, rende difficile per l'Europa mantenere una posizione inflessibile. Il peso dell'allargamento a Est della Nato e i possibili scenari delle prossime settimane.

L’attacco delle truppe russe in Ucraina ha suscitato la viva indignazione dell’Europa e dell’Occidente, e avviato le manovre di ritorsione che si concretizzeranno in un pacchetto di sanzioni economiche in esame a Bruxelles, dopo quelle già emanate da Washington. Il fronte democratico si mostra inflessibile nel condannare Vladimir Putin e nel voler soffocare l’economia russa, ma la realtà delle cose è molto più complessa. E necessita probabilmente di una discreta dose di flessibilità sia da parte europea, sia da parte della stessa Russia.

I numeri del commercio russo

L’interscambio commerciale russo verso il resto del mondo ha raggiunto i 785 miliardi di dollari nel 2021, in aumento del 38% rispetto al 2020. Determinante la dinamica dell’export (+45,8%) a 492 miliardi di dollari, mentre le importazioni sono state pari a 293 miliardi di dollari (+26,7%). Lo rileva l’analisi della Direzione studi e ricerche di Intesa Sanpaolo in un report sul commercio russo.

Europa mercato chiave

Le importazioni sono costituite prevalentemente da macchinari, prodotti chimici, mezzi di trasporto e prodotti dell’agro-alimentare. Le esportazioni da minerali per quasi la metà del totale, seguiti da merci varie, metalli, pietre e metalli preziosi, prodotti dell’agro-alimentare. Il principale mercato degli scambi russi resta l’Europa, sebbene la sua rilevanza sia andata calando negli anni, a vantaggio del continente asiatico. E anche a vantaggio di un atteggiamente il più possibile autarchico, che ora permette al paese di essere maggiormente preparato alla situazione in atto rispetto all’Europa. La Russia fornisce il 40% del petrolio e del carbone dell’UE e il 20% del suo gas, che peraltro al momento non rientrano nella lista delle sanzioni.

Le armi di Putin

Mosca ha usato il denaro ricevuto dalle sue esportazioni di petrolio e di gas per costruire sostanziali difese finanziarie, fa notare un articolo del Guardian ripreso dalla rassegna stampa di Epr Comunicazione. Il gigante russo, pur avendo un’economia fiacca, è seduto su riserve di valuta estera di circa 500 miliardi di dollari (369 miliardi di sterline) e, per gli standard internazionali, ha livelli estremamente bassi di debito nazionale. Mentre la pandemia ha mandato il rapporto tra debito nazionale e PIL del Regno Unito a superare il 100%, in Russia è inferiore al 20%.

Questa potenza di fuoco finanziaria potrebbe smussare una delle armi che l’Occidente intende utilizzare in risposta alla crisi in Ucraina: il divieto per la Russia di emettere o commerciare il suo debito sovrano a Londra e New York. La quantità di obbligazioni che la Russia ha bisogno di vendere è relativamente piccola, e solo il 10% del totale è stato acquistato da non residenti l’anno scorso. Dunque l’Occidente sembra avere le armi spuntate, ma nemmeno Putin può rinunciare ai commerci con l’Europa e probabilmente, sul piano militare, non può permettersi una guerra strada per strada in un paese enorme come l’Ucraina.

L’obiettivo russo

L’attacco russo risponde perfettamente alla dottrina che Putin ha avuto modo di esprimere in diverse occasioni: ‘Se lo scontro diventa inevitabile, attacca per primo’. Lo ‘scontro inevitabile’ è quello che il paese si porta dietro dalla caduta del muro di Berlino, ossia l’accordo non scritto per cui le zone d’influenza della Nato e del dissolto Patto di Varsavia non sarebbero variate. Da allora, al contrario, la Nato si è allargata a Est fino a tentare la stessa Ucraina, una situazione risultata irricevibile per gli interessi nazionali russi.

Il nodo della NATO

A dirlo è il generale Marco Bertolini, già comandante del Comando Operativo di Vertice Interforze, in una intervista a Il Primato Nazionale. “Gli Stati Uniti non si sono limitati a vincere la Guerra Fredda ma l’hanno anche voluta umiliare – ha detto Bertolini – prendendole tutto quello che in un certo senso rientrava nella sua area di influenza. Ha sopportato con i Paesi Baltici, la Polonia, la Romania e la Bulgaria: di fronte all’Ucraina che gli avrebbe tolto ogni possibilità di accedere al Mar Nero, ha reagito”. Dunque il Cremlino non può stare a guardare i continui passi in avanti verso est da parte della Nato, pena la definitiva perdita di controllo in quello che considera il suo “estero vicino” e il conseguente senso di accerchiamento ingestibile a lungo termine. “Questa è la situazione che ci troviamo ad affrontare – dice ancora Bertolini – c’è stata un po’ di arroganza nello spingerli in un angolo, adesso hanno reagito”.

Nato che, ovviamente, non interverrà direttamente per un paese non membro come l’Ucraina. Dove Putin punta forse non tanto ad una vera annessione, quanto piuttosto a ristabilire un governo filo russo e lontano da tentazioni di ingresso nel Patto Atlantico. Certamente ad avere una larga zona d’influenza politica e militare che metta una sufficiente distanza, il famoso ‘cuscinetto’, fra le istallazioni Nato e Mosca. Negli Usa si inizia a ragionare concretamente sull’opportunità di chudere l’allargamento a Est del Patto, al Cremlino sanno di avere il coltello dalla parte del manico, ma di non poter rinunciare al mercato europeo per non doversi schiacciare eccessivamente sulla Cina (tanto meno l’Europa può rinunciare all’energia russa). Argomenti favorevoli a una de-escalation? Lo si capirà nei prossimi giorni.

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