Borse, l’Asia corre e il dollaro scende ai minimi da due mesi: crollano le scommesse sul rialzo Fed

Listini asiatici in rialzo e dollaro sotto pressione dopo il calo dei consumi Usa. Il mercato porta al 30% le chance di una stretta Fed a settembre. Tokyo sale nonostante il Pil debole, mentre si attendono i dati della Cina.

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Donatella Maisto

Esperta in digital trasformation

Dopo 20 anni nel legal e hr, si occupa di informazione, ricerca e sviluppo. Esperta in digital transformation, tecnologie emergenti e standard internazionali per la sostenibilità, segue l’Innovation Hub della Camera di Commercio italiana per la Svizzera. MIT Alumni.

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Le Borse asiatiche iniziano la settimana in rialzo mentre il dollaro si indebolisce. Dopo i dati sui consumi americani, i mercati riducono drasticamente le probabilità di un aumento dei tassi della Federal Reserve a settembre. Tokyo sale nonostante un Pil sotto le attese, mentre dalla Cina sono attesi nuovi dati cruciali per capire la tenuta della seconda economia mondiale.

La settimana dei mercati comincia con una scommessa che sta cambiando rapidamente: la Federal Reserve potrebbe non alzare i tassi a settembre. È questo il segnale più importante che arriva dalle Borse asiatiche, insieme a un dollaro sceso verso i minimi degli ultimi due mesi e a listini azionari prevalentemente positivi.

L’indice MSCI delle azioni dell’Asia-Pacifico escluso il Giappone avanza dello 0,5%, mentre il Nikkei giapponese guadagna circa lo 0,3%. Più forte la Cina: il CSI 300 sale dello 0,8% e l’Hang Seng di Hong Kong dell’1,6%.

Il movimento da osservare non è soltanto quello delle Borse. Il vero protagonista dell’apertura della settimana è il dollaro, penalizzato da una serie di dati americani più deboli del previsto che stanno modificando le aspettative sulla politica monetaria Usa.

Crollano le probabilità di un rialzo Fed a settembre

Secondo le indicazioni del mercato raccolte dal CME FedWatch, la probabilità attribuita dagli investitori a un rialzo dei tassi della Fed nella riunione del 15-16 settembre è scesa intorno al 30%, dal 50% circa di una settimana fa.

La svolta è arrivata soprattutto dopo i dati sulle vendite al dettaglio negli Stati Uniti, diminuite dello 0,6% a luglio, contro attese per un lieve aumento dello 0,1%. È stato il primo calo in nove mesi e il più marcato degli ultimi 14 mesi.

Ancora più significativo per la crescita è stato il dato sulle cosiddette vendite “core”, quelle maggiormente utilizzate nel calcolo dei consumi all’interno del Pil: -0,4%, mentre gli economisti prevedevano un aumento dello 0,3%.

Il rallentamento dei consumi si aggiunge a segnali più deboli provenienti dal mercato del lavoro e a un’inflazione relativamente contenuta. Il risultato è che il mercato sta tornando a privilegiare lo scenario di una Fed ferma sui tassi, almeno nella prossima riunione.

Ed è una prospettiva che, almeno per il momento, piace alle Borse.

Dollaro ai minimi da due mesi, l’euro sale a 1,1588

Il cambio di aspettative sulla Fed si riflette direttamente sul mercato valutario.

Il dollaro si è indebolito contro le principali valute e l’euro è salito fino a 1,1588 dollari, il livello più alto degli ultimi due mesi.

La dinamica è importante anche per gli investitori europei. Tassi americani attesi meno aggressivi possono ridurre l’attrattiva relativa degli asset denominati in dollari e alleggerire la pressione sul costo del denaro globale.

Anche il mercato obbligazionario sta registrando il cambiamento. Il rendimento del Treasury Usa a due anni, particolarmente sensibile alle aspettative sulla Federal Reserve, è sceso verso il 4,15%, dopo aver toccato la settimana scorsa un minimo di sette settimane al 4,0977%. Il decennale americano si muove invece intorno al 4,68%.

Per i mercati azionari è un equilibrio favorevole, almeno finché i dati più deboli vengono interpretati come una ragione per fermare la Fed e non come il segnale dell’arrivo di una recessione.

Il Giappone cresce meno delle attese, ma Tokyo sale

Un secondo fronte importante arriva dal Giappone.

Il Pil nipponico è cresciuto nel secondo trimestre dell’1,1% annualizzato, nettamente meno del +2% atteso dal mercato. Su base trimestrale l’aumento è stato dello 0,3%, contro una previsione dello 0,5%.

Nonostante la delusione, il Nikkei è rimasto in territorio positivo.

Il dato apre, però, un interrogativo sulla Bank of Japan. I mercati hanno aumentato nelle ultime settimane le scommesse su un nuovo aumento dei tassi giapponesi e una stretta potrebbe arrivare già a settembre.

La situazione resta delicata anche sul fronte valutario. Lo yen continua, infatti, a muoversi vicino a 159 per dollaro, non lontano dalla soglia di 160 che nei mesi scorsi ha aumentato l’allarme per possibili interventi delle autorità giapponesi sul mercato dei cambi.

Intanto i titoli di Stato giapponesi continuano a subire vendite: il rendimento del decennale è salito fino a circa il 2,925%, vicino ai massimi degli ultimi trent’anni.

Cina, occhi sui dati di luglio

La Cina rappresenta l’altro grande test della giornata.

Pechino ha deciso in modo insolito di posticipare la pubblicazione dei dati sull’attività economica di luglio alla sessione europea, con l’uscita prevista alle 15:00 ora cinese, le 9:00 in Italia.

Saranno pubblicati contemporaneamente dati su produzione industriale, vendite al dettaglio, investimenti e settore immobiliare.

L’attesa è, soprattutto, per la produzione industriale, che potrebbe rallentare al 4,8% annuo dal 5,3% di giugno.

Il mercato cinese, tuttavia, arriva all’appuntamento in rialzo.

Resta il problema strutturale dell’economia cinese: nel secondo trimestre il Pil è cresciuto del 4,3%, il ritmo più basso da tre anni e mezzo, mentre consumi, investimenti e mercato immobiliare continuano a mostrare difficoltà.

Petrolio vicino a 89 dollari e oro sopra 4.390

Accanto a Borse e tassi, continua a pesare la variabile geopolitica.

Il Brent si muove intorno agli 88,67 dollari al barile, dopo essere salito del 6% nella settimana precedente. Il greggio americano WTI quota, invece, poco sopra gli 82 dollari.

Il mercato resta condizionato dalle tensioni in Medio Oriente e dall’incertezza sulle forniture attraverso l’area del Golfo.

L’oro beneficia, invece, sia delle tensioni geopolitiche sia della debolezza del dollaro: il prezzo spot sale dello 0,4% a circa 4.391 dollari l’oncia, dopo il +0,8% registrato la settimana precedente.

Cosa significa per le Borse europee

Il primo segnale per l’Europa è moderatamente positivo. I future sull’EuroStoxx 50 indicano un rialzo dello 0,3%, mentre negli Stati Uniti i future sul Nasdaq avanzano dello 0,3% e quelli sull’S&P 500 dello 0,1%.

Per Piazza Affari e per le altre Borse europee, però, il punto centrale della giornata non sarà soltanto verificare se il rialzo asiatico continuerà.

Il mercato dovrà capire perché la Fed potrebbe fermarsi.

Il mercato sta scommettendo su una Fed meno aggressiva. Ora deve capire se può farlo senza iniziare a temere la crescita.