Petrolio verso 96 dollari, torna l’incubo tassi: Borse asiatiche a picco

Nikkei e Kospi crollano dopo i nuovi scontri tra Stati Uniti e Iran. Il Brent sfiora i 96 dollari, salgono i rendimenti e torna il rischio di nuovi rialzi dei tassi da parte di Fed e Bank of Japan.

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Donatella Maisto

Esperta in digital trasformation

Dopo 20 anni nel legal e hr, si occupa di informazione, ricerca e sviluppo. Esperta in digital transformation, tecnologie emergenti e standard internazionali per la sostenibilità, segue l’Innovation Hub della Camera di Commercio italiana per la Svizzera. MIT Alumni.

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Il Nikkei perde circa il 3% e il Kospi oltre il 3% dopo i nuovi scontri tra Stati Uniti e Iran. Il Treasury decennale supera il 4,81%, mentre aumentano le probabilità di un rialzo della Fed e la Bank of Japan apre a una nuova stretta.

Le Borse asiatiche affondano sotto il peso del petrolio, dei rendimenti obbligazionari e del ritorno dello spettro inflazione. Nella seduta di oggi, mercoledì 2 settembre, il Brent si è spinto verso i 96 dollari al barile, mentre il Treasury statunitense a dieci anni ha superato il 4,81%, raggiungendo il livello più alto da quasi tre anni.

Il nuovo aumento dei costi dell’energia, provocato dall’escalation militare tra Stati Uniti e Iran, sta modificando rapidamente le aspettative sulle banche centrali. I mercati, che fino a poche settimane fa guardavano a una stabilizzazione dei tassi, tornano ora a valutare nuove strette monetarie.

Borse asiatiche in rosso: crollano Tokyo e Seul

L’indice MSCI Asia-Pacifico ha perso circa l’1,5%. A Tokyo il Nikkei è arrivato a cedere quasi il 3%, penalizzato, soprattutto, dai titoli tecnologici e dei semiconduttori. Tra i più colpiti figurano SoftBank, Advantest e Tokyo Electron, tutti sensibili all’aumento dei rendimenti.

Ancora più pesante la seduta di Seul, con il Kospi in calo di oltre il 3%. Hong Kong e Shanghai hanno registrato ribassi più contenuti, ma il segnale arrivato dai mercati asiatici resta netto: gli investitori stanno riducendo l’esposizione agli asset più rischiosi.

Il rialzo dei rendimenti rende, infatti, le obbligazioni più competitive rispetto alle azioni e penalizza soprattutto le società tecnologiche, i cui prezzi incorporano utili attesi molto lontani nel tempo.

Il Treasury decennale ha raggiunto il 4,8122%, mentre il rendimento del titolo di Stato giapponese a cinque anni è salito al record del 2,295%.

Perché il petrolio è salito verso 96 dollari

A riaccendere la corsa del greggio sono stati i nuovi attacchi tra Stati Uniti e Iran. Washington ha colpito obiettivi iraniani, mentre Teheran ha risposto con missili e droni contro installazioni statunitensi in Giordania e Bahrein.

Il Brent, riferimento internazionale del petrolio, è così arrivato a sfiorare i 96 dollari al barile, mentre il Wti statunitense si è mantenuto sopra i 90 dollari.

L’attenzione resta concentrata sullo Stretto di Hormuz, attraverso il quale è transitato storicamente circa un quinto del consumo mondiale di petrolio e prodotti petroliferi. Gli attacchi alle petroliere e il rischio di nuove interruzioni stanno facendo aumentare il premio geopolitico incorporato nelle quotazioni.

La diminuzione di 2,6 milioni di barili delle scorte statunitensi ha aggiunto ulteriore pressione a un mercato già teso. Gli operatori non stanno più valutando soltanto il rischio di singoli attacchi, ma le conseguenze di un conflitto prolungato sulla disponibilità di greggio.

Fed e Bank of Japan, torna il rischio di un rialzo dei tassi

Il petrolio più caro può tradursi in un nuovo aumento dell’inflazione, riducendo lo spazio di manovra delle banche centrali. Negli Stati Uniti i futures sui Fed Funds indicano ora una probabilità vicina al 67% di un rialzo di 25 punti base nella riunione di settembre.

Anche il governatore della Bank of Japan, Kazuo Ueda, ha aperto alla possibilità di una nuova stretta. Il consiglio dell’istituto valuterà l’impatto del petrolio e della debolezza dello yen sui prezzi nella riunione del 17 e 18 settembre.

La valuta giapponese resta, infatti, oltre quota 160 per dollaro, nonostante la prospettiva di tassi più alti. Uno yen debole rende più costose le importazioni di energia e accentua le pressioni inflazionistiche in un Paese fortemente dipendente dall’estero.

Cosa cambia per Btp, mutui e famiglie italiane

Le conseguenze possono raggiungere rapidamente anche l’Italia. Il primo canale è quello dei carburanti: un Brent stabilmente vicino ai 100 dollari potrebbe tradursi in nuovi aumenti dei prezzi di benzina e diesel, anche se il trasferimento alle pompe non è immediato e dipende anche dal cambio euro-dollaro.

Il secondo riguarda i titoli di Stato. L’aumento globale dei rendimenti può spingere al rialzo anche quelli dei Btp, facendo scendere il valore di mercato dei titoli già in circolazione. Le nuove emissioni potrebbero offrire cedole più elevate, ma aumenterebbe contemporaneamente il costo del debito pubblico.

Infine, un’inflazione più persistente potrebbe indurre la Bce a mantenere i tassi elevati più a lungo o a valutare una nuova stretta. In questo scenario la discesa dei tassi sui mutui rallenterebbe e tornerebbe ad aumentare la pressione sulla spesa delle famiglie.

La seduta asiatica mostra, quindi, che petrolio, obbligazioni e Borse sono tornati a muoversi nella stessa direzione: greggio e rendimenti salgono, mentre le azioni scendono. Finché non emergeranno segnali di distensione tra Stati Uniti e Iran, la volatilità è destinata a rimanere elevata.