Gli effetti del cambiamento climatico incidono sulla salute umana, sulla produttività del lavoro e sulla produzione agricola. Elementi che se messi insieme, in un quadro più ampio, raccontano quella che è stata chiamata climateflation. Con questo termine si intende l’aumento o la volatilità dei prezzi causati dal cambiamento climatico. Un raccolto ridotto dalla siccità, per esempio, restringe l’offerta di prodotti agricoli e può aumentare i prezzi alimentari. Il rincaro si propaga alla ristorazione, alla trasformazione industriale e quindi va a pesare sui redditi.
Il concetto è piuttosto giovane, ma da tempo diversi studi mettono in correlazione clima e prezzi dei beni alimentari. Che cos’è la climateflation e quanto peserà sul prezzo finale di un bene in futuro?
Indice
Cosa significa climateflation?
Con climateflation si intende l’inflazione climatica, quindi un aumento dei prezzi o una volatilità degli stessi legati al cambiamento climatico. Il primo uso riconosciuto è avvenuto durante un discorso del 17 marzo 2022.
Isabel Schnabel, membro del Comitato esecutivo della BCE, ha presentato la sua analisi “A new age of energy inflation: climateflation, fossilflation and greenflation”. Con questa descriveva la climateflation come il primo di tre shock energetico-climatici affiancato a fossilflation e greenflation.
Tornando all’uso di climateflation, Schnabel descriveva il 2022 come un contesto complesso dove la guerra in Ucraina aveva creato uno shock energetico, causando una catena di eventi capaci di aumentare il costo della vita. Accanto a questo c’era la consapevolezza crescente che l’inflazione non dipendesse soltanto da domanda, salari e valore monetario, ma anche dalla vulnerabilità dell’economia a energia e clima.
Dal suo discorso:
Con l’aumento del numero di disastri naturali ed eventi meteorologici estremi, cresce anche il loro impatto sull’attività economica e sui prezzi. Ad esempio, le siccità eccezionali che hanno colpito vaste aree del mondo hanno contribuito al recente forte aumento dei prezzi dei prodotti alimentari, che sta gravando pesantemente sulle persone che faticano ad arrivare a fine mese.
C’è correlazione tra clima e prezzi?
Anche se il termine è nuovo, diversi studi nel tempo hanno collegato l’aumento dei prezzi a una sempre maggiore variabilità del clima. Nello studio “Il riscaldamento globale e le ondate di calore estreme aumenteranno le pressioni inflazionistiche” di Maximillian Kotz e collaboratori, vengono analizzati oltre 27.000 indici mensili dei prezzi al consumo a livello globale, per quantificare l‘impatto delle condizioni climatiche sull’inflazione.
Emerge che le temperature più elevate aumentano l’inflazione alimentare e l’inflazione generale in modo persistente fino a 12 mesi sia nei Paesi ad alto reddito che in quelli a basso reddito. Partendo da questi dati, è stato possibile stimare gli aumenti dell’inflazione alimentare legati agli aumenti di temperatura previsti per il 2035.
È stato così osservato un rialzo sull’inflazione alimentare e sull’inflazione generale pari rispettivamente a 0,92-3,23 e 0,32-1,18 punti percentuali all’anno in media a livello globale.
Con uno sguardo particolare all’Europa, analizzando il caldo estremo dell’estate 2022, quando l’inflazione alimentare è aumentata di 0,43-0,93 punti percentuali, è possibile stimare che per il 2035 l’effetto delle temperature sul prezzo dei beni alimentari sarà amplificato del 30-50%.
Su quali prodotti si abbatte la climateflation
Alcuni prodotti alimentari, più di altri, sono esposti agli aumenti delle temperature dovuti al riscaldamento globale causato dall’azione antropica. Un report della Federazione degli agricoltori tedeschi ha indicato come la produzione complessiva di cereali del 2026 sia prevista in calo del 7% rispetto al 2025. Anche le rese dovrebbero calare, fino al 9% in meno.
L’associazione di categoria non ha dubbi che sulla dinamica pesi il fattore climatico, perché c’è stata una primavera troppo arida e l’ondata di caldo estremo della seconda metà di giugno ha provocato una maturazione precoce. Anche in Italia la Coldiretti ha fotografato campi di prodotti completamente bruciati, come nel caso dell’olivicoltura che in alcune zone ha ridotto la raccolta fino al 50%.
Non ci sono soltanto grano o mais, a rischio aumento dei prezzi troviamo anche:
- caffè arabica e robusta, a causa della siccità che ha colpito il Brasile;
- cacao, a seguito delle precipitazioni che hanno danneggiato i raccolti in Costa d’Avorio e Ghana;
- olive e olio d’oliva, a causa della mancanza di pioggia e dello stress idrico che hanno colpito la Toscana, la Spagna e la Grecia;
- agrumi, a causa dell’espansione della malattia del dragone giallo;
- patate, a causa del caldo estremo e delle piogge intense degli ultimi mesi che hanno provocato un crollo dei raccolti e la riduzione dei tuberi in Belgio;
- latte, burro e derivati, a causa dello stress termico subito dal bestiame;
- zucchero di canna, a causa delle anomalie registrate nei monsoni in Asia;
- barbabietole, a causa della mancanza di acqua in Europa.